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Sic semper tyrannis!

Sic semper tyrannis!

La storia è per tre quarti storia di tirannie, storia della schiavitù umana.
Emil Cioran 

La tirannia di questi anni non nasce dal nulla, ma è l’ultima metamorfosi di un male antico che ha accompagnato l’umanità da quando esiste il potere: la volontà di dominare l’altro, di ridurlo a strumento, di cancellare la sua autonomia per farne materia plasmabile.

Nella Grecia antica la tirannide non era ancora la mostruosità che Platone descriverà nella Repubblica, dove il tiranno appare come l’uomo più infelice perché schiavo delle sue passioni e del terrore che genera. Era spesso un potere personale, illegittimo ma a volte popolare.

Pisistrato ad Atene salì al potere con astuzia e consenso popolare, portando stabilità e opere pubbliche, eppure già allora i critici vedevano il pericolo: un solo uomo che diventa indispensabile erode la libertà collettiva.

Pericle, pur non essendo un tiranno nel senso stretto, incarnò una forma di dominio carismatico che, pur mascherato da democrazia, concentrò un potere immenso nelle sue mani durante l’età d’oro di Atene.

La sua oratoria irresistibile, la capacità di orientare l’assemblea, la gestione delle finanze della lega delio-attica trasformarono la polis in uno strumento della sua visione. Aristofane lo accusava di piegare le istituzioni alla propria volontà, di rendere i cittadini spettatori passivi di un regime personale.

Pochi decenni dopo, i Trenta Tiranni presero il controllo di Atene nel 404 a.C. con il sostegno spartano: Crizia e i suoi compagni imposero un regime di terrore, proscrizioni, esecuzioni sommarie, abolendo le leggi e i tribunali popolari per sostituirli con un’arbitrarietà assoluta.

Fu una delle prime tirannie ideologiche documentate, che usò la paura sistematica per distruggere ogni opposizione e tentò di rifare l’anima della città secondo un modello oligarchico estremo.

Con Roma la tirannia si fa imperiale: Giulio Cesare, assassinato il 15 marzo 44 a.C. al grido di ‘Sic semper tyrannis!’ da Bruto e Cassio, era visto da alcuni come tiranno perché aveva concentrato poteri monarchici, centralizzato l’amministrazione, bypassato il Senato, mentre per altri era un riformatore geniale.

Augusto, suo erede, perfezionò la forma: finse di restaurare la Repubblica ma creò un principato assoluto, dove il Senato era ridotto a organo di consenso, il princeps divenne dominus, padrone, e il cittadino si trasformò progressivamente in suddito.

Il Medioevo la cristianizza: il tiranno è colui che governa contro il bene comune, contro la legge divina e naturale, e Tommaso d’Aquino giustifica persino il tirannicidio se il sovrano diventa intollerabile e la resistenza è l’unica via per restaurare l’ordine giusto.

Machiavelli, nel Principe, la secolarizza: il tiranno può essere necessario in tempi di crisi, il potere deve essere efficace, la morale è un lusso per i deboli, la virtù politica è quella che mantiene lo stato.

Hobbes, nel Leviatano, la ribalta: lo Stato assoluto, il Leviatano, è l’unico argine contro la tirannia della natura, contro la guerra di tutti contro tutti; meglio un sovrano assoluto che l’anarchia.

Ma è con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese che la tirannia diventa ideologica: il Terrore di Robespierre insegna che la virtù può essere sanguinaria, che la libertà si impone con la ghigliottina, che la volontà generale può divorare gli individui in nome di un ideale superiore.

Tocqueville, osservando l’America democratica, intravede già la nuova tirannia: non più quella del despota con la spada, ma quella della maggioranza, dolce, anonima, che avvolge l’individuo in una rete di opinioni conformi, di piccole umiliazioni quotidiane, fino a renderlo impotente senza bisogno di catene visibili.

Il Novecento porta la tirannia alla sua forma più pura e terribile: il totalitarismo. Adolf Hitler, salito al potere nel 1933 attraverso elezioni legali, trasforma la Germania in un regime di terrore assoluto: la Notte dei lunghi coltelli elimina ogni opposizione interna, le leggi di Norimberga legalizzano la persecuzione razziale, la propaganda di Goebbels crea una realtà parallela in cui il Führer è l’incarnazione della volontà popolare, i campi di concentramento e di sterminio rendono gli uomini superflui, numeri da eliminare per purificare la razza.

Allo stesso modo Stalin, con le grandi purghe del 1936 – 1938, fa sparire milioni di persone nei gulag o con un colpo alla nuca, non per semplice crudeltà ma per realizzare una legge della Storia che richiede il sacrificio di intere generazioni, processi farsa, delazioni di massa, paura come cemento del regime.

Hannah Arendt descrive questo totalitarismo come fenomeno radicalmente nuovo: non semplice dittatura, ma movimento che pretende di realizzare una legge della Storia o della Natura, che trasforma gli uomini in superflui, che distrugge la pluralità umana per sostituirla con un’unica volontà.

Foucault, più tardi, sposta lo sguardo: la tirannia non è solo verticale, è capillare, disciplinare, inscritta nei corpi attraverso scuole, prigioni, ospedali, fabbriche. Il potere moderno è biopolitico: governa la vita stessa, la salute, la sessualità, la popolazione.

Il 14 aprile 1865, quando John Wilkes Booth spara ad Abraham Lincoln al Ford’s Theatre gridando ‘Sic semper tyrannis!’, la tirannia sembra ancora incarnata in un singolo atto violento: un uomo che vede nel-Presidente un tiranno che ha schiacciato il Sud.

Eppure, quel gesto, pur tragico, è già anacronistico: la tirannia del futuro non avrà più avuto bisogno di pistole Derringer, ma di dispositivi silenziosi.

In questi anni, dal 2020 in poi, la tirannia ha assunto una forma insieme più morbida e più totale: non ha più bisogno di carri armati in piazza, perché ha il nostro smartphone in tasca.

È il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, che ha dato nome a ciò che stava accadendo e che oggi, nel 2026, si è evoluto con l’intelligenza artificiale in un sistema ancora più pervasivo.

I dati non sono più solo raccolti: sono materia prima gratuita, trasformati in predizioni comportamentali vendute a chi vuole influenzarci, manipolarci, anticipare i nostri desideri prima ancora che li proviamo.

Google, Meta, Amazon, TikTok non ci vendono prodotti: vendono la nostra attenzione, le nostre emozioni, il nostro futuro. L’algoritmo è il nuovo tiranno: invisibile, personalizzato, capace di creare bolle di realtà parallele dove ciascuno vede solo ciò che lo conferma, lo radicalizza, lo rende più prevedibile e quindi più vendibile.

In Cina il sistema del credito sociale e il City Brain mostrano dove può arrivare questa tirannia digitale quando Stato e Big Tech si fondono: punteggi che determinano viaggi, lavori, figli, un controllo totale che Orwell avrebbe definito orwelliano ma che oggi è banalmente quotidiano.

In Occidente è più soft, più seducente: la tirannia della convenienza. Accettiamo di essere tracciati perché è comodo, perché l’app ci suggerisce il percorso più breve, la canzone perfetta, l’amico che ci manca. Ma ogni like, ogni scroll, ogni pausa è un dato che nutre modelli che ci conoscono meglio di noi stessi.

E con l’IA generativa questo potere si moltiplica: chat che scrivono i nostri pensieri, immagini sintetiche che sostituiscono la realtà, deepfake che cancellano la distinzione tra vero e falso.

La democrazia diventa fragile quando le elezioni possono essere influenzate da micro-targeting psicologico, come è accaduto nel 2016 con Cambridge Analytica e come continua ad accadere in forme più sofisticate.

Ma la tirannia di questi anni non è solo tecnologica. È anche la tirannia della polarizzazione: social che premiano l’odio perché l’odio tiene incollati, algoritmi che amplificano le voci estreme perché generano engagement.

È la tirannia della performance costante: lavoro sempre connesso, identità curate per il pubblico, burnout come condizione normale. È la tirannia della solitudine di massa, proprio come Arendt l’aveva prevista: individui atomizzati, senza legami reali, pronti ad aggrapparsi a qualsiasi movimento che prometta appartenenza, anche se totalitario nella forma.

Populismi di destra e di sinistra, leader carismatici che parlano direttamente al popolo contro le élite, cancellano il pluralismo in nome della volontà popolare unica. La pandemia ha accelerato tutto: restrizioni giustificate dall’emergenza sono diventate per molti il banco di prova di quanto siamo disposti a cedere libertà per sicurezza.

Oggi, nel 2026, con guerre in corso, crisi climatica, migrazioni, l’IA che entra in ogni aspetto della vita, la tirannia si presenta come necessità: bisogna controllare, bisogna prevedere, bisogna ottimizzare. Ma dietro c’è sempre la stessa logica: ridurre l’umano a dato, a variabile, a risorsa.

La filosofia ci offre strumenti per resistere. Arendt ci ricorda che il male radicale nasce quando gli uomini perdono la capacità di pensare, di giudicare da soli. Foucault ci insegna a decostruire i dispositivi di potere, a trovare spazi di libertà anche negli interstizi. Byung-Chul Han parla di tirannia della trasparenza: tutto deve essere visibile, condivisibile, misurabile, e proprio questa trasparenza ci rende nudi, indifesi.

Varoufakis chiama technofeudalism il nuovo ordine: non più capitalismo, ma feudalesimo digitale dove noi siamo i servi della gleba di Zuckerberg, Musk, Bezos. La resistenza è possibile.

È possibile riconquistare il diritto alla privacy come diritto umano fondamentale. È possibile pretendere che l’IA sia regolata, trasparente, al servizio della democrazia e non della predizione commerciale. È possibile ricostruire spazi pubblici reali, offline, dove la pluralità possa respirare. È possibile, come diceva Arendt, coltivare la vita della mente contro la banalità del male.

Ma per farlo bisogna prima riconoscere la tirannia per quello che è: non più il tiranno con il volto, ma il sistema senza volto che ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi, che ci guida senza che ce ne accorgiamo, che ci rende prevedibili, docili, soli.

In questi anni la tirannia non urla: sussurra notifiche, suggerisce contenuti, anticipa desideri. E proprio per questo è più pericolosa di qualsiasi dittatura del passato.

Perché non la combattiamo: la amiamo. Eppure, la storia ci insegna che ogni tirannia, da Pericle a Hitler, da Crizia a Stalin, da Cesare a Robespierre, ha finito per generare la propria rovina o la propria correzione. La domanda è se riusciremo a farlo anche stavolta, prima che il sistema diventi irreversibile.

La politica è un pendolo le cui oscillazioni tra anarchia e tirannia sono alimentate da illusioni perennemente rinnovate.
Albert Einstein

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.