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Riconoscimento facciale per mucche. Ma vale anche per noi

mucche

Quando si parla di riconoscimento facciale, la reazione è quasi sempre la stessa.

“Ma è chiaro che mi riconoscono dalla faccia. Non siamo tutti diversi?” E poi ti dicono che lo stanno facendo per le mucche. E allora? “Ma le mucche sono tutte uguali. A cosa serve? E cosa mi importa?”

È una frase detta con leggerezza, quasi per chiudere il discorso. Come se riguardasse altro, qualcun altro, un altro mondo.

E invece è proprio da lì che bisognerebbe partire.

Perché oggi sappiamo, non per sentito dire ma per studi scientifici, che le mucche non sono affatto tutte uguali. Il loro muso, quella parte umida e rugosa intorno al naso, è unico per ogni animale, come un’impronta digitale.

L’intelligenza artificiale è già in grado di riconoscere ogni singolo capo con una precisione altissima, anche in mezzo a centinaia di altri. Non serve più un marchio, non serve un chip: basta una fotografia, anche scattata da lontano, e il sistema sa esattamente chi ha davanti.

Non solo. Quegli stessi sistemi permettono di monitorare gli animali nel tempo, di seguirli negli spostamenti, di sapere dove sono e come stanno. Esistono applicazioni che raccolgono questi dati, li organizzano, li rendono disponibili in tempo reale. L’allevatore apre un’app e vede tutto: identità, posizione, comportamento, eventuali problemi di salute.

Fin qui, tutto perfetto. Efficienza, controllo, prevenzione.

Ma a questo punto la frase iniziale cambia peso. Non è più “le mucche sono tutte uguali”, ma esattamente il contrario: se riusciamo a distinguere loro, che a noi sembrano identiche, quanto è facile distinguere noi, che siamo davvero diversi?

Eppure, la reazione resta tiepida.

Un’alzata di spalle, un “tanto non ho nulla da nascondere”, una forma di menefreghismo tranquillo che è forse l’aspetto più interessante, e più pericoloso, di tutta la questione. Perché mentre minimizziamo, la tecnologia non si limita a riconoscere.

Integra, collega, incrocia dati, monitora, geolocalizza.

Riconoscimento, monitoraggio, geolocalizzazione. Tutto insieme.

E lo fa sempre meglio, sempre più velocemente, sempre più lontano.

Già oggi i sistemi più avanzati funzionano anche a distanza, con immagini non perfette, con angolazioni diverse, con condizioni di luce variabili. Non serve stare fermi davanti a una telecamera

Non serve nemmeno sapere di essere osservati. La sorveglianza, quella vera, non è quella che vedi. È quella che non percepisci.

E qui la domanda diventa meno comoda.

Se funziona a distanza, funziona anche quando non guardi. Se funziona sempre meglio, funziona anche con chi non può scegliere. Con i figli, per esempio. Con chi cresce dentro un sistema in cui essere riconosciuti, monitorati e localizzati diventa la normalità, non l’eccezione.

E allora quella frase iniziale, detta quasi per scherzo “Ma mi riconoscono dalla faccia?” smette di essere una battuta e diventa una domanda vera. Non tecnica, ma culturale.

Perché il punto non è più se la tecnologia riesce a riconoscere qualcuno. Quello è già successo.

Il punto è che continuiamo a pensare che non ci riguardi. Proprio come le mucche. Fino al momento in cui non riguarda più loro. Ma noi.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.