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Quei maledetti e straordinari ‘Bastardi senza gloria’ di Tarantino

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È inutile fare giri di parole quando si è al cospetto di un’opera di Quentin Tarantino come ‘Bastardi senza gloria’ o la si ama o la si odia, come il suo modo di fare cinema; le mezze misure non le usa lui e difficilmente sono possibili nel giudicarlo, anche se per un paio di sue pellicole, ‘Jackie Brown’ e ‘Grindhouse-Death Proof’, i suoi adoratori l’hanno bacchettato dicendosi delusi da questi film.

Eppure, il Tarantino in tono minore resta comunque stupefacente, perché la sua originalità e magnificenza narrativa rende i protagonisti delle due storie sopra citate memorabili e non si può prescindere dalla hostess Jackie Brown, film omonimo, e da Stuntman Mike, in ‘Death Proof‘, se si desidera conoscere a fondo il geniaccio del cinema moderno, colui a cui si devono folgorazioni alla celluloide come ‘Reservoir Dogs’ – ‘Le Iene‘, ‘Pulp Fiction’ e ‘Kill Bill (vol. 1 e 2)’, fino ai più recenti ‘Django Unchained’, ‘The Hateful Eight’, senza dimenticare il divertente episodio di ‘Four Rooms’.

Un regista del genere è difficile si crogioli sul proprio passato perché l’immensa adorazione per il cinema lo spinge, ogni volta che pensa ad un nuovo personaggio, a dedicarsi anima e corpo alla storia in questione, cominciando a scrivere una sceneggiatura non avendo mai bene in mente il percorso narrativo né tantomeno il finale.

I ‘Bastardi’ di Tarantino ispirati da quelli del ’77 di Enzo Castellari

Così è avvenuto per la storia dei “bastardi” che ha voluto raccontare nel suo film: tutto è nato grazie alla passione per il cinema italiano degli anni ’70, all’universo dei cosiddetti b-movies del Belpaese, e, stavolta, l’ispirazione gli è venuta da un’atipica pellicola di guerra del ’77 di Enzo Castellari, ‘Quel maledetto treno blindato’ uscito in lingua inglese con il titolo ‘Inglorious Bastards’, non volendo cambiare titolo ma dovendolo fare per legge QT ha avuto l’intuizione, si è preso la licenza poetica di far diventare “bastErds” quelli che erano “bastArds”.

Quel

branco di bastardi che grazie ad un piccolo detonatore riuscirono a conquistarsi un pizzico di gloria

non hanno tantissimo in comune con quelli disegnati da Tarantino; i “bastardi” di Castellari erano un gruppo di sgangherati militi che vengono scelti da un colonnello alleato per sabotare un treno che trasporta un potente esplosivo utile al Terzo Reich; i soldati ebrei di ‘Bastardi senza gloria’ partono con le idee ben chiare, con la volontà di ammazzare quanti più nazisti possibili, non conoscono pietà verso chi non l’ha avuta per la loro gente.

Ognuno di questi “bastardi” ha un tratto distintivo e le figure che il regista scolpisce richiamano alla mente quelle della ‘Sporca Dozzina’ o del ‘Mucchio Selvaggio’; ma, ancora una volta, la sua idea di cinema non abbandona l’insegnamento di uno dei suoi mentori, Sergio Leone, tanto che le atmosfere rallentate e la sofferenza delle pause nei dialoghi, accompagnate dalla bellissima colonna sonora – Ennio Morricone, Billy Preston, Gianni Ferrio -, non possono non far tornare alla mente l’eccellenza tecnica della ‘Trilogia del dollaro‘.

Ciò che rende straordinario Quentin Tarantino è però l’unicità che lo contraddistingue anche quando “saccheggia” per manifesta cinefilia, perché dei minuti ansiogeni che aprono ‘Inglorious Basterds’ non può essere ricordata solo la scena che omaggia ‘Sentieri Selvaggi’ con il perfido colonnello a fare da John Wayne sull’arco della porta, c’è un dialogo brutale, per quanto tranquillo, tra il nazista e un francese che nasconde in casa degli ebrei: le parole accompagnano un epilogo di quella scena che lo spettatore già può facilmente immaginare dall’inizio, ma il cui sviluppo risulta misterioso e il brodo allungato con argomenti che sembrano futili e noiosi diventa il vassoio inevitabile alla pietanza che il regista vuole offrire per il prologo della pellicola.

Il pulp tanto caro a Tarantino torna nelle scene sanguinolente stavolta decisamente meno inverosimili che nei film precedenti; la brutalità dei “bastardi” nel prendere gli scalpi ai nazisti si confonde con l’ironia dei loro botta e risposta e i momenti di tensione che preludono qualche uccisione sono incorniciati dalla comicità a dir poco involontaria di molti dei personaggi, compresi i più violenti.

È la straordinarietà di figure come “l’Orso Ebreo” interpretato da Eli Roth, che viene evocato ai prigionieri nazisti alla stregua de “l’uomo nero per i bambini” e che uccide colpendo con la mazza da baseball, e mentre la sua specialità viene descritta alle vittime si sente sempre più forte l’atroce rumore della sua arma provenire da una grotta buia.

O come il sergente Hugo Stiglitz, Til Schweiger, soldato pentito del Terzo Reich divenuto sterminatore di nazisti, la cui storia irrompe per qualche minuto nella narrazione esattamente come in ‘Kill Bill vol.1′ veniva fatto dall’animazione che raccontava la vita di O-Ren Ishii.

Poi c’è Aldo l’Apache, un ispirato Brad Pitt, che comanda il plotone di “bastardi” e sentenzia ognuno dei momenti cruciali della loro avventura con uscite e atteggiamenti da western, e con la frenesia di farla finita con tutti i nazisti, anzi lasciandone in vita qualcuno che porti per la vita il marchio della propria vergogna.

Un cast pregevole… con la scoperta di Christoph Waltz

Sublime per quanto odioso il personaggio del colonnello nazista Hans Landa, il cacciatore di ebrei magistralmente interpretato da Christoph Waltz, Premio Oscar e Palma d’Oro al Festival di Cannes grazie a questo ruolo; la raffinata malvagità di un uomo spietato che viene presentato nella storia come l’emblema di quel male che sta insanguinando l’Europa, che non rinuncia a giocare con le sue vittime predestinate  che lui considera come i ratti, ed è la sua ambiguità a caratterizzare il ritmo di ‘Inglorious Basterds’, il film comincia e finisce con lui in scena nella più assoluta imprevedibilità della normale evoluzione storica.

E non paiono affatto casuali nemmeno i molteplici parallelismi che nel film vengono fatti tra vittime e carnefici, con atteggiamenti molto simili in alcune occasioni e con la volontà ben precisa di evidenziare che la vendetta va consumata mostrando, ove possibile, la identica cattiveria subita.

Ancora una volta i personaggi femminili risultano essenziali per le storie tarantiniane: che siano ambigui come la doppiogiochista Diane Kruger nei panni dell’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark, od ostinatamente impavidi e vendicativi come la Shoshanna Dreyfus interpretata da Melanie Laurent, vengono mostrati dal regista sempre come contraltare razionalmente passionale, donne dure per merito, o per colpa, delle loro emozioni.

L’evoluzione inarrestabile di un regista straordinario

Tralasciando le immancabili quanto, per me, stupide polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film per la spettacolarizzazione della tragedia dell’Olocausto e l’esagerazione della violenza esibita, va detto che ‘Bastardi senza gloria’ risulta la curva evolutiva per stile e tecnica registica, per il cineasta Tarantino, che ha toccato vette considerevoli con ‘Django Unchained’ e ‘The Hateful Eight’; questo a prescindere dal fatto che si preferisca o si sia più affezionati all’eccezionale esordio de ‘Le iene’, all’illuminante “genialata” cinematografica che è stata ‘Pulp fiction’ o alla magnifica opera in salsa kung fu del doppio ‘Kill Bill’.

La storia dei “bastardi” unisce le componenti del cinema d’autore a quelle classiche dei lavori tarantiniani, si passa dall’umorismo sfrenato ai dialoghi psicotici attraverso immagini emblematiche e riprese rivelatrici e se il sangue assume toni maggiormente realistici diminuiscono le scene simil-splatter comunque caratterizzate dalla follia grottesca dei protagonisti.

I rimandi, le citazioni e l’ambientazione parigina fanno della pellicola un atto d’amore verso il Cinema.

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Paco De Renzis

Autore Paco De Renzis

Nato tra le braccia di Partenope e cresciuto alle falde del Vesuvio, inguaribile cinefilo dalla tenera età… per "colpa" delle visioni premature de 'Il Padrino' e della 'Trilogia del Dollaro' di Sergio Leone. Indole e animo partenopeo lo rendono fiero conterraneo di Totò e Troisi come di Francesco Rosi e Paolo Sorrentino. L’unico film che ancora detiene il record per averlo fatto addormentare al cinema è 'Il Signore degli Anelli', ma Tolkien comparendogli in sogno lo ha già perdonato dicendogli che per sua fortuna lui è morto molto tempo prima di vederlo. Da quando scrive della Settima Arte ha come missione la diffusione dei film del passato e "spingere" la gente ad andare al Cinema stimolandone la curiosità attraverso i suoi articoli… ma visto i dati sconfortanti degli incassi negli ultimi anni pare il suo impegno stia avendo esattamente l’effetto contrario. Incurante della povertà dei botteghini, vagamente preoccupato per le sue tasche vuote, imperterrito continua la missione da giornalista pubblicista.