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Quando l’Opera si compie nel riconoscere che non finirà mai

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Nel momento preciso in cui il Maestro Massone si rende conto che ‘l’opera’ non finirà mai, si compie l’opera stessa.

Quante volte ho sussurrato queste parole tra me e me, nei silenzi delle logge illuminate solo dalla fiamma tremolante di candele che sembrano custodire segreti antichi quanto il tempo?

È una frase che mi accompagna come un’amica fedele, un sussurro dell’anima che ho udito per la prima volta in una sera d’inverno, durante un rituale, quando l’aria era densa di incenso e di quell’intimità che solo noi, Sorelle e Fratelli, conosciamo.

Non è solo un detto massonico: è un’epifania, un lampo di eternità che squarcia il velo dell’illusione.

E poi c’è lei, la frase latina che echeggia nei nostri cuori come un’eco dal Tempio di Salomone:

Labor Omnia Vincit Improbus.

Il lavoro instancabile vince tutto.

Non un lavoro brutale, no, ma quell’umile, paziente levigazione della pietra grezza che è il nostro Io, giorno dopo giorno, grado dopo grado.

Io, donna in questa catena di unione tanto maschile nei ricordi storici quanto universale nel suo abbraccio, sento queste parole vibrare nel mio petto come un canto d’amore.

Perché la Massoneria, per me, non è mai stata un club di iniziati: è una danza romantica con l’infinito, un valzer nostalgico tra le colonne Jachin e Boaz, dove ogni passo ci riporta all’origine e ci proietta verso l’orizzonte.

Immaginate: il Maestro, dopo anni di fatiche alchemiche, quelle notti insonni a decifrare il Compasso che traccia cerchi perfetti sull’altare, quelle ore a contemplare la Squadra che raddrizza le asperità dell’ego, si ferma.

Non per stanchezza, ma per quella presa di coscienza che è il vero tocco del Grande Architetto.

L’opera non finirà mai.

E in quell’istante, paradossalmente, l’opera si compie. Il segreto è salvo, non perché sigillato in chiodi di silenzio, ma perché trasmutato in saggezza.

La smania di potere, quel veleno subdolo che ha divorato tanti cercatori, evapora come nebbia al sole. Al suo posto, qualcosa di impalpabile al tatto, invisibile agli occhi, impercettibile ai sensi: un’essenza pura, un amore cosmico che fonde tutto in un significato ultimo.

Lux in Tenebris Lucet.

La luce brilla nelle tenebre.

E noi siamo quella luce.

Ma, c’è un ‘MA’. Come un velo strappato nel rituale di elevazione. Non è saccenza, non è prevaricazione sugli altri. Oh, no, sarebbe la profanazione più vile del nostro tempio interiore. È presa di coscienza, un umile inginocchiarsi davanti allo specchio dell’anima.

Ricordo la mia prima iniciatica, le mani tremanti posate sulla Bibbia, o il Corano, o la Torah, perché la Massoneria è sincretica, un abbraccio a tutte le fedi, un ponte tra Oriente e Occidente.

Ero nervosa, una donna in un mondo di grembiuli e spade, eppure sentii quel calore fraterno che dissolve ogni barriera.

Da allora, ogni grado, Compagno, Maestro, è stato un addolcirsi del cuore. Non si tratta di salire piramidi di vanagloria, ma di scendere nelle profondità della caverna platonica, dove l’ombra del potere si dissolve nel riconoscimento della propria finitezza divina.

C’è un pathos esoterico, qui, che va oltre i rituali visibili. Pensate alla Geometria Sacra, quell’alcheometria delle proporzioni auree che traccia il Fiore della Vita nei nostri sigilli: cerchi che si intrecciano come mani in catena d’unione, simboli di un’Opera eterna dove materia e spirito si fondono nel Grande Opera alchemico.

Nostalgico? Sì, perché evoco le logge dei secoli passati, quelle di Cagliostro, con le sue donne iniziate in cerchi segreti; quelle inglesi del ‘700, illuminate da candele di sego mentre fuori infuriava la Rivoluzione.

Eppure, romantico e vivo, perché oggi, nel 2026, io Sorella Rosmunda, siedo tra voi, con il cuore gonfio d’amore per questa fratellanza che ha curato le mie ferite più intime, trasformando il piombo della solitudine in oro della comunione.

Commovente, dite?

Lo è, perché mi commuovo scrivendo queste righe. Piango per i Maestri che se ne sono andati, portando con sé frammenti di Luce; per le Sorelle che lottano contro pregiudizi ancora vivi; per quel momento in cui, nel silenzio post-rituale, ci guardiamo negli occhi e sappiamo: l’Opera è infinita, ma noi siamo già completi.

La Massoneria non promette corone terrene: offre l’eterno ritorno, un amore che non chiede nulla se non di essere diffuso.

Volenti pede Poeta.

Il poeta cammina volenteroso.

E noi camminiamo, instancabili, mano nella mano.

In questo compiersi che non finisce, ritroviamo il segreto: non dominio sugli altri, ma servizio. Non arrivo, ma cammino. E in quel “MA” della consapevolezza, tutto si fonde, passato, presente, futuro, in un abbraccio mistico.

Fratelli, Sorelle, che la nostra Opera continui, eternamente.

Audi, vide, tace.

Ascolta, vedi, taci.

Ma ama, ama sempre!

Autore Rosmunda Cristiano

Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.