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Quando l’Intelligenza artificiale decide per te

Intelligenza artificiale

Quando si parla di Intelligenza artificiale pensiamo subito ai chatbot, alle immagini create in pochi secondi o ai testi generati automaticamente.

Pensiamo a qualcosa di curioso, a volte persino divertente. Una tecnologia che intrattiene, che stupisce, che ci fa provare strumenti nuovi.

Ma esiste un’altra categoria di Intelligenza artificiale molto meno visibile e molto più concreta. Non è quella che intrattiene. È quella che valuta.
E valuta ciascuno di noi.

Può succedere quando chiedi un mutuo, quando invii un curriculum, quando sottoscrivi una polizza assicurativa o quando fai domanda per ottenere un servizio pubblico o un beneficio economico. In queste situazioni è possibile che un algoritmo intervenga nel processo decisionale.

Non decide sempre da solo, perché nella maggior parte dei casi c’è ancora una persona che prende la decisione finale. Ma l’algoritmo gli prepara il terreno. Analizza i dati, attribuisce punteggi, segnala rischi, suggerisce priorità.

E quel punteggio può incidere su opportunità molto concrete: ottenere un prestito, essere selezionati per un lavoro, pagare di più o di meno per un servizio.

Non è un problema di modernità. La tecnologia evolve ed è giusto che venga utilizzata. Il punto vero è un altro: l’equilibrio.

Quando una tecnologia entra nei territori del lavoro, del denaro, dell’accesso ai diritti e ai servizi essenziali, non siamo più nel campo della semplice comodità digitale. Siamo nel campo della dignità delle persone e dell’uguaglianza delle opportunità.

Per questo motivo oggi, soprattutto in Europa, si chiede alle aziende e alle organizzazioni che utilizzano certi sistemi di intelligenza artificiale di fare qualcosa di più: fermarsi prima, analizzare i rischi, verificare che quegli strumenti non producano discriminazioni o effetti sproporzionati.

Non basta dire che un algoritmo è efficiente. Bisogna dimostrare che è anche giusto.

Molti pensano: io non uso l’Intelligenza artificiale. In realtà la questione è diversa. Non è necessario che tu la utilizzi direttamente. Può usarla chi prende decisioni su di te.

Tu non la vedi, ma puoi subirne le conseguenze.

E qui arriva la parte più interessante, e forse anche la più scomoda.

Per poter valutare una persona, un algoritmo deve conoscere molte informazioni. Non solo quelle ufficiali che compaiono nei documenti, ma anche tanti altri elementi che nel tempo descrivono il nostro comportamento.

Le abitudini di spesa, le ricerche online, le interazioni sui social, gli spostamenti, i pagamenti effettuati in ritardo, le preferenze di acquisto, i like lasciati su una piattaforma, i servizi utilizzati più spesso.

Sono tutti frammenti della nostra vita quotidiana che, messi insieme, diventano dati.

E quei dati possono essere analizzati per costruire un profilo: quanto siamo affidabili, quanto siamo rischiosi, quanto siamo interessanti come clienti o come utenti.

La cosa sorprendente è che spesso questi dati non sono stati raccolti spiandoci di nascosto. In molti casi li abbiamo forniti noi stessi.

Li abbiamo condivisi quando abbiamo accettato condizioni d’uso senza leggerle davvero. Quando abbiamo autorizzato applicazioni ad accedere alle nostre informazioni. Quando abbiamo preferito un servizio gratuito senza chiederci quale fosse il vero prezzo.

Abbiamo scambiato pezzi della nostra vita digitale con comodità, velocità e servizi personalizzati.

E così, giorno dopo giorno, clic dopo clic, abbiamo contribuito a costruire un’enorme quantità di informazioni su di noi.

Il problema non è che esistano i dati. Il problema nasce quando quei dati vengono utilizzati per influenzare decisioni che possono incidere sulla vita delle persone.

Per questo oggi si parla sempre di più di trasparenza, di protezione dei dati personali e di regole per l’Intelligenza artificiale. Non per fermare la tecnologia, ma per evitare che diventi uno strumento opaco e incontrollabile.

Perché quando un sistema contribuisce a decidere se sei affidabile, idoneo o meritevole, una domanda diventa inevitabile.

Hai mai notato che, per decidere su di te, quell’algoritmo sa già quasi tutto di te?

E forse la domanda più importante non è solo come funzionano queste tecnologie.

Ma quanto siamo consapevoli delle informazioni che abbiamo lasciato dietro di noi.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.