Storia semiseria di fax, floppy disk e BlackBerry
C’è stato un giorno in cui qualcuno, davanti a un fax che sputava un foglio ancora caldo, pensò sinceramente che il progresso non potesse andare oltre.
Un documento partiva da Roma e arrivava a Milano, ma anche a New York, in meno di un minuto: un miracolo.
Bastava comporre un numero, sentire il sibilo della linea e guardare l’altro apparecchio ingoiare la carta.
È il futuro
dicevano.
E in quel momento lo era davvero.
Negli uffici degli anni 80 il fax troneggiava come simbolo di modernità: un oggetto rumoroso, ingombrante, che odorava di toner e di carta termica.
Ogni arrivo era un piccolo evento: si correva a vedere “chi ha faxato”, si staccava il foglio ancora caldo e si metteva in una cartellina con la cura che oggi non riserviamo nemmeno a un contratto digitale firmato in blockchain.
Poi arrivò un’altra rivoluzione, tascabile e più silenziosa: il BlackBerry.
Un telefono, ma anche un ufficio. E-mail, agenda, chat aziendali. Chi lo aveva sembrava appartenere a una nuova élite. Camminavano per strada digitando tasti minuscoli con due pollici velocissimi e uno sguardo concentrato, come se stessero salvando il mondo.
Erano i primi always on, collegati ovunque e sempre.
Il fax poteva solo guardare, ormai relegato in un angolo, con la carta che si incollava al rullo e il numero di linea sempre occupato.
Eppure, prima del fax e del BlackBerry, c’era stato un altro oggetto che aveva fatto pensare la stessa cosa: il floppy disk.
Un quadratino di plastica capace di contenere 1,44 megabyte di dati, e già sembrava tanto.
Come fa tutto questo a stare qui dentro?
si chiedevano gli impiegati.
Quel piccolo disco rigido era sinonimo di portabilità, di libertà, di futuro.
Finalmente un ufficio portatile e tutti i documenti in tasca!
Oggi un singolo messaggio vocale di WhatsApp ne occuperebbe quattro.
Se guardiamo indietro, ci accorgiamo che ogni generazione ha avuto il suo momento fax: quell’istante in cui ha creduto che il progresso fosse arrivato al capolinea, che ormai non ci fosse più nulla da inventare.
E invece no. La storia corre più veloce delle nostre certezze.
Già Jules Verne, nel suo romanzo ‘Parigi nel ventesimo secolo’, immaginava una società dove l’elettricità e la burocrazia tecnologica avrebbero sostituito la fantasia e l’umanità. Era il 1863: nessuno volle pubblicarlo perché sembrava troppo assurdo. Poi il tempo gli ha dato ragione, e forse anche troppa.
Verne aveva intuito che il problema non sarebbe stato solo inventare nuove macchine, ma convivere con la loro velocità.
Oggi viviamo in quell’epoca. Non ci stupiamo più di nulla: non del telefono che traduce in simultanea, né dell’intelligenza artificiale che scrive poesie, né del frigorifero che ci suggerisce di comprare il latte. Il futuro è diventato abitudine.
E quando il futuro diventa routine, smettiamo di percepirlo come tale.
Il fax, il floppy e il BlackBerry sono soltanto le tappe di un viaggio che non si ferma. Ogni volta che un oggetto scompare, non è un addio: è un segno che l’innovazione ha cambiato forma.
Un giorno, forse non lontano, anche gli smartphone che oggi stringiamo con orgoglio sembreranno goffi e lenti.
Qualcuno sorriderà vedendo una nostra vecchia foto e dirà:
Guarda come erano primitivi nel 2025.
E forse, mentre lo dirà, comunicherà non più con parole o immagini, ma con pensieri. E avrà la stessa sensazione di chi, davanti a un fax nel 1985, pensava di aver toccato il futuro con mano.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













