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Pulcinella, Fabio Da’ath, Pietro Riccio e la creazione

Pulcinella


Spesso mi inebrio di sogni. La loro fragranza è buona ma mi ubriaca. Anche il profumo del mare mi fa lo stesso effetto, specie quando la sera raggiungo la spiaggia per cercare le parole.

L’odore dell’ombra mi stordisce, ma non posso farne a meno, giacché questa mai mi abbandona. Ogni sera, per giungere alla conoscenza, alla verità celata, mi immergo in un sogno.

Credo che ogni sognatore che ambisca a qualcosa debba farlo per portare a termine un particolare percorso che, inequivocabilmente, termina per essere un cammino di scoperta interiore ed esteriore. Un arcano, completamente indipendente dalla mia volontà, mi spinge a sognare affinché i viaggi espressi da necessità recondite, riescano a disvelare le verità occulte e me le rendano visibili.

Penso che vi chiediate perché spesso utilizzo l’idioma napoletano. La risposta è semplice, adopero la letteratura in questa lingua per fini colti e raffinati, per scopi esoterici e artistici.

Ah… si putesse dicere chello c’ ‘o core dice; quanto sarria felice si t’ ‘o sapesse dì! E si putisse sèntere chello c’ ‘o core sente, dicesse: “Eternamente voglio restà cu te!” Ma ‘o core sape scrivere? ‘O core è analfabeta, è comm’a nu pùeta ca nun sape cantà.

Lo studioso di esoterismo, pur ricordando i gradini già scalati, non sa cosa aspettarsi dal percorso. I miei sogni mi stanno conducendo, libero da schiavitù preconcette, nelle viscere della spiritualità, dell’ermetismo, dell’alchimia e della Kabbala, alla stessa stregua di un bambino che inizia a conoscere il mondo che lo circonda.

Nell’onirico non cerco il Divino, poiché esso è emanazione di quel divino che, oltre a concedermi il libero arbitrio, mi permette di penetrare profondamente nei misteri. Sono sempre alla ricerca di una cospicua evoluzione attiva, della conoscenza e di una consapevole chiave interpretativa della verità.

Mi sveglio e Lui è lì. Nella notte è al mio fianco per toccarmi e calmare le mie paure, per trasformare l’oscurità in luce. Un tuffo al cuore perché sono vicino a Lui, perché, ancora una volta, sento il suo amore, la sua forza che mi rende forte. La vita non ci separa, anzi, avverto la sua quotidiana presenza. Le notti non sembrano essere lunghe perché il suo amore brilla nel mio cuore.

Salutata l’alba, abbandono l’emozionante visione notturna appena vissuta, con grande tristezza nel cuore. Ricordo una bellissima voce che carpisce la mia attenzione: è la mia ombra. Impreziosita da un’affascinante dizione, è chiara, lineare, colma di vibrazioni ctonie e sfumature indescrivibili e, oltre a farmi ammirare la bellezza della Creazione, mi lascia elevare all’Uno Divino affinché possa gustare la bontà della sua Opera.

L’origine della Vita, sia essa cosmica che umana, costituisce il fulcro dei sistemi filosofici, religiosi e scientifici e appassiona profondamente la mia mente. Non sono un filosofo, né un religioso e né uno scienziato, ma da stamani, la domanda che ricorre costantemente nella mia mente attiene l’Universo e la Creazione: perché Dio ha creato il Mondo?

Non riuscendo a rispondere in modo esaustivo, chiamo sia l’amico Fabio Da’ath, che Pietro Riccio, affinché mi aiutino a dipanare la matassa. Fabio, sempre disponibile al viaggio, ci dà appuntamento, da lì a mezz’ora, sul suo terrazzo cenacolo.

Dopo aver lucidato ed indossato ‘a mèza sola e coperto il capo con l’immancabile cuppulone, mi dirigo verso l’amato ritrovo. Giunto a destinazione mi si para davanti Fabio, che prontamente m’introduce sua nonna, Madame Carmen e Pietro, l’alchimista.

Gli occhi di Pietro lasciano trasparire una consistente carica energetica e una cospicua conoscenza esoterica. Il suo aspetto mi riporta alla mente Santiago, l’Alchimista di Coelho, il giovincello che prima viaggia al fine d’incontrare il Re, ossia, la conoscenza, dopodiché, pregno di tale sapere, torna al luogo d’origine.

Stringendo sia la mano di Madame Carmen che quella di Pietro, una consistente carica energetica m’inviluppa in un manto di vibrazioni ctonie. I luoghi appaiono differentemente, il Dio Sebeto, da lontano, sembra salutarmi e l’orizzonte appare sedimentato in un compendio caleidoscopico d’immagini provenienti dal cuore che sembrano rappresentare, per l’anima, quelle mete, che, partendo dal nucleo caldo dell’uomo, disegnano paesaggi carichi di spiritualità.

Dopo aver assaporato un buonissimo caffè, preparato dalla moglie di Fabio, ci sediamo su quelle sedie che, ogni giorno, si lasciano illuminare dal Sole, irradiante luce e calore, allo stesso modo in cui il cuore pulsante, dispensa sangue e aria ed impazziscono, ogni notte, mentre osservano lo splendore della Luna, che, tenendosi il mento, rischiara la Terra con sentimento.

Il Dio Sebeto sembra porci una domanda atta a risvegliare in noi la curiosità e il discernimento. Madame Carmen, leggendo le mute labbra del fiume, dice che la domanda che questi sta postulando, corrisponde a quella che sin dal mattino non mi abbandona nemmeno per un istante.

La nonna di Fabio, ci chiede:

Perché Dio ha creato il Mondo?

Pietro, come preso dal morso di una tarantola, risponde:

Cari miei, alla luce di quanto emanato dal Creatore e di ciò che si può comprendere, qualsiasi cosa io ipotizzassi non corrisponderebbe mai alla verità.

Un detto che si ripete da millenni recita: «Il bene è di suo diffusivo, è per sé comunicativo».
Questa massima può indirizzare la risposta verso ciò che il Creatore prova per il Creato, spingere l’uomo a riflettere sul bene, infinito e perfetto, che Egli prova per le sue creature.

Fabio, non appena Pietro termina di enucleare il suo personale pensiero, interviene asserendo:

Penso che Dio crei l’uomo sia per amore, infatti, lo fa a sua immagine e somiglianza, sia per comunicare la sua perfezione ad altri esseri.
Il Divino ha dotato l’uomo del libero arbitrio, conscio che non vi può essere vero amore se non nella libertà. Amando l’uomo lo crea incline al bene, anziché al male, ma il peccato, laddove riesce, spinge l’individuo verso il male.   

Madame Carmen, resasi conto che Fabio non ha altro da aggiungere, interviene:

Dio è immensamente grande. Una Divinità che non fosse immensa, non sarebbe Dio. Poiché il Divino è infinito, per Lui tutto è immensamente piccolo, infatti, sia il macrocosmo che il microcosmo sono caratterizzati da una perfetta ed armonica simmetria. Il primo è analogo al secondo come un atomo con i suoi protoni ed elettroni è affine a un astro con i satelliti che gli girano intorno.

Con la creazione dell’universo, forse, Dio intende farci comprendere quanto ami la sua creatura e quanto Lui stesso sia grande, quale sia la sua inimmaginabile bellezza, e come mendichi l’amore dell’uomo. L’amore per la sua creatura, infatti, è così infinito che le dona il libero arbitrio, affinché questa lo ami per decisione e non per imposizione.

Ascoltate le parole di Madame Carmen, prendendo la parola, ricordo ai miei compagni di viaggio che anche altre religioni si occupino della Creazione. Come mito è diffuso nell’antico Egitto, dove si narra che all’inizio ci sono solo le acque del caos, sovrastate dal buio e dal silenzio.

Prima della Creazione, otto creature, i maschi con la testa di rana, le femmine con quella di serpente, nuotano nelle acque del caos e si fondono, formando il Grande Uovo. Dopo tantissimo tempo, il guscio si rompe e appare il Creatore, il padre e madre di tutte le cose, la fonte di ogni vita, il dio Sole.

Le due metà del guscio separano le acque del caos e il Creatore le trasforma in mondo; questi, giacendo nell’abisso delle acque, si sente solo, quindi, decide di abitare il nuovo mondo, con altri esseri. I suoi pensieri si trasformano in dei, mentre tutte le altre cose del mondo e le sue parole donano vita alla terra.

Nel mito greco, invece, si narra che in principio è il Caos, al di là del tempo e dello spazio. All’improvviso compare Gea, la madre Terra, che genera Urano, il cielo. Gea partorisce anche Ponto, cioè il mare primordiale. Da Urano e Gea nasce una stirpe di Titani, uno dei quali, Crono, ossia, il tempo, ferisce il padre e occupa il suo posto, proseguendo l’opera di creazione della Terra che, sotto il suo regno, vive l’età dell’oro. Successivamente Zeus uccide suo padre Crono per dare inizio ad un nuovo regno.

Prende quindi la parola Fabio:

Cari miei, in merito ai miti della Creazione, brevemente e con gioia, voglio citarvi quello appreso durante la mia permanenza presso le Hawaii. Gli antichi abitanti di quelle isole, pur ammettendo l’esistenza di consistente pluralità di dei, tra questi, per ciò che riguarda la Creazione del Mondo, assegnano un ruolo preminente a Kane, il Dio della Luce solare, dell’acqua, degli alberi, delle foreste, dei venti e della terra.

Per i polinesiani Kane è il primo Dio, l’origine e l’antenato degli uomini, colui che bada a diffondere la vita nell’intero arcipelago polinesiano. Oltre ad assumere varie forme, da cui poi proliferano le discendenze delle stesse forme di vita da lui assunte, è un dio androgino.

L’uomo è presentato come primo Dio e primo uomo perché rappresenta l’unione della discendenza di Ki’i, il maschio che simboleggia la Terra, e di quella di La’ila’i, la femmina che rappresenta il Cielo.

Il popolo polinesiano continua tuttora a divulgare in più sedi il motto hawaiano: “Il Primo Dio è l’Uomo e il Primo Uomo è Dio”.

L’uomo hawaiano, poiché nasce Dio, oltre a ritenere di essere l’artefice di ogni cosa, pensa di essere compreso in ogni cosa. Inoltre, tenendo conto dell’origine androgina del primo uomo, del primo Dio, venera i transgender e li assurge a divinità portatrici di abbondanza, tant’è che i titolari di moltissime attività commerciali li assumono affinché garantiscano una consistente prosperità.

Fabio, emozionato, poiché ricorda con piacere il proficuo lavoro svolto in quei luoghi, conclude dicendo:

La loro visione è affine a quelle che oltre a riconoscere l’essenza primordiale del Creatore, ritengono che con la sua emanazione dia origine a ogni forma di vita.

Accortomi che Fabio ha terminato, aggiungo che tra le favole che si occupano della Creazione, una delle più belle e piene di significati è ‘Per sempre insieme – La storia del Grande Mago che non voleva essere solo’, scritta da Rav Michael Laitman, che, pur differendo, per trama, dalla Genesi, ne rispecchia i significati nascosti. È la narrazione avvincente di un mago gentile che desidera avere degli amici perché vuole insegnar loro tutti gli incantesimi che conosce.

Dopo la creazione di ogni genere di oggetti e di specie di animali, crea l’uomo affinché diventi il suo migliore amico e gli insegna come diventare un mago grande e gentile.
Si comporta come il nostro Creatore, infatti, condividendo con l’uomo la sua grandissima magia, dimostra infinito altruismo e immensa bontà.

Pietro, approfittando di una mia temporanea pausa, chiedendone il permesso, interviene:

Caro Fabio, carissima Madame Carmen, esimio Pulcinella, che io sappia il racconto di Rav Michael Laitman si compone anche di una introduzione al Bambino Saggio, in cui si enfatizza la capacità degli anziani di raccontare le storie meglio di altri, poiché queste sono figlie dell’intelligenza dell’uomo.

Nonostante ogni cosa muti, le storie vere sono eterne e sono così piene di saggezza, che l’uomo, per raccontarle, ha bisogno di vedere ciò che altri non vedono. Tenendo poi conto che per ottenere la saggezza è necessario che trascorra molto tempo, gli anziani, grazie alla lunga esperienza, sanno narrare meglio degli altri.

Anche lo Zohar si occupa degli anziani, infatti, in quest’antico libro è scritto che questi possiedono una consistente saggezza; ma anche che i bambini vedono ciò che gli altri non riescono a scorgere, sanno che l’immaginazione è reale e resteranno “bambini saggi” anche da grandi.

I bambini amano ascoltare le storie perché oltre a essere geniali, hanno la capacità di ipotizzare qualsiasi cosa, non solo ciò che vedono gli altri. Se un bambino cresce e continua a vedere ciò che gli altri non notano, diventa arguto, più meticoloso e acquisisce una cospicua saggezza.

Fabio, ascoltate le parole di Pietro, estrae un libricino dalla tasca e annuncia che sta per accingersi a leggere una storia molto intrigante. Il tenero venticello, che accarezza il mio camicione e le distratte nuvole, che sovrastano il terrazzo cenacolo, mostrano grande interesse per le parole del testo giacché fermano la loro lenta corsa, sgranano gli occhi e rizzano le orecchie.

Come attratta da un’intensa forza magnetica, la moglie di Fabio, accompagnata dai suoi due figli, ci raggiunge sul terrazzo per ascoltare la storia del Grande Mago. Fabio, a sua volta, preso da una grande emozione, una volta compreso che il Dio Sebeto, la sua famiglia, Madame Carmen, Pietro e io siamo pronti ad ascoltare e lenti a parlare, inizia a leggere.

Il testo tratta di un mago, nobile, gentile, generoso e di buon cuore; così buono da avere bisogno di qualcuno su cui riversare le sue attenzioni, con cui condividere il suo amore e di cui prendersi cura; non avendo nessuno con cui giocare, con cui stare, o cui pensare, pensa sia molto triste essere soli.

Per debellare la solitudine che lo pervade, pensa di creare un bellissimo sassolino, custodirlo e accarezzarlo con amore. Questo oggetto, però, è privo di parola, non è amichevole e non ricambia l’amore che riceve. Così realizza prima altri sassolini, poi pietre, rocce, colline, montagne, la Terra e l’Universo intero, ma nulla ricambia il suo sentimento di amicizia.

Rendendosi conto del fallimento, pensa di creare una bellissima pianta, innaffiarla, suonarle una dolce melodia e donarle aria fresca e calda luce solare e dà vita a fiori di ogni colore, piante, boschi, foreste, perché pensa che tutto ciò possa ricambiare la sua amicizia, ma ciò non accade.

Ancora vittima della sua malinconia, crea un cane, che al suo rientro al castello scodinzoli per la gioia, che gli faccia compagnia, con cui giocare e passeggiare. Pur accarezzandolo, coccolandolo e viziandolo in modo spropositato, constata che l’amore dell’animale non corrisponde a quanto desiderato, perché questi non può ricambiare la bontà del suo cuore. Non può essere il tipo di amico voluto, non può apprezzare appieno la sua gentilezza e il suo buon cuore. Percependo di essere ancora infelice, crea pesci, balene, serpenti, scimmie, uccelli, orsi, ma nessuno di questi animali riesce a capirlo e nemmeno a rappresentare ciò che sta cercando.

Schiavo della solitudine, pensa di creare un uomo per farlo divenire il suo miglior amico; tale che cerchi il mago, che desideri trovarlo. Qualcuno che sia come lui, che faccia ciò che fa lui, che capisca come capisce lui e che ami come ama lui; che ricambi l’amore ricevuto e che condivida con lui la felicità.

Dopo averci pensato su per tre giorni e tre notti, decide che l’uomo debba prima sperimentare la condizione di solitudine, affinché la possa comprendere; che, dopo avergli fatto sentire cosa si prova senza l’amicizia, di donargli la libertà di desiderarla o meno.

L’uomo, a sua volta, creato e tenuto in un luogo lontano rispetto alla torre, non sa nulla del mago. Per porre rimedio alla cosa e allo scopo di far divertire l’amico, crea il computer, il calcio, il basket, e tutti i tipi di giochi. Nonostante ciò, il mago ritiene ancora che sia molto triste essere soli, giacché il suo amico non sa nulla di lui.

L’uomo non sa che il suo creatore, dato che desidera essere felice, lo aspetta. Il mago, tenendo conto che l’uomo, distratto da altro, non pensa di chiamarlo, decide di stimolarlo, facendogli sapere della sua esistenza e della presenza di consistenti tesori, del fatto che lo aspetta perché insieme si può essere felici, mentre da soli si è destinati ad essere scontenti. L’uomo ignorando dove si trovi la torre che ospita il mago e come fare incontrarlo, oltre a non dormire e a non mangiare, diventa anch’egli schiavo della solitudine.

Il mago, conscio che per rendere l’uomo saggio, potente e di buon cuore, deve insegnargli ad essere creatore di cose meravigliose, gli indica la strada che conduce all’antico Libro dello Zohar. Questi, mediante l’insegnamento del testo, scopre il percorso che conduce alla torre abitata dal mago.

Quando l’uomo la raggiunge, si rende conto che è circondata da un muro molto alto e da numerose guardie il cui intento è quello di evitare che l’uomo e il mago si incontrino.
Più l’uomo insiste e più le guardie, senza provare alcuna pietà, lo allontanano.

Il mago, nascosto nella torre, non può uscire. L’uomo, non potendo entrare, inizia a perdere le speranze, comincia a pensare che sia impossibile essere felici perché non può condividere l’amicizia con il mago. Però, ogni volta che sta per mollare, sente qualcosa che, pervadendogli il cuore, riaccende la speranza e, facendo breccia nella sua mente, lo induce a cercare un modo per superare le guardie e l’imponente muro.

Allo stremo delle forze e privo di ogni residua speranza, emulando Cristo sulla Croce, alza lo sguardo al cielo e chiede al mago:

Perché prima mi chiami e poi mi abbandoni? Non vedi che sono solo?

Nonostante ciò che sta vivendo, pensa che pazientando e resistendo alle percosse delle guardie, si diventi più forti, più coraggiosi e più saggi. Invece di crescere deboli, si impara a fare sortilegi e meraviglie alla stessa stregua del mago. Prendendo coscienza di questo dato di fatto, si adegua, senza recedere dall’intento iniziale, perché desidera stare con il suo amico.

Improvvisamente, i cancelli della torre si aprono, il mago gentile, dirigendosi verso di lui, gli chiede di fargli compagnia. Diventano ottimi amici, stanno sempre insieme e pensano che non vi sia gioia più grande di quella della loro amicizia, diventata amore, che è meravigliosa, eterna e li rende così felici insieme che non pensano mai che sia triste essere soli.

Terminata la lettura della favola, Fabio commenta che, qualora si percepisca qualcosa che pervade il cuore, bisogna pensare che da qualche parte vi sia un mago gentile e saggio, in altre parole, un Sé, che sta chiamando perché vuole condividere un’amorevole amicizia. Quindi chiede ad ognuno di noi un parere su questa storia tanto colma di significati.

Pietro, con gli occhi pervasi da minuscole goccioline, manifestando una grandissima emozione esordisce:

Cari amici, analizzando questa dolce e tenera fiaba, si percepisce che l’uomo, nel corso del cammino della vita, se lo desidera, può imparare a creare la stessa malia che solo un grande mago può realizzare; se lo desidera, può raggiungere una consistente armonia e un cospicuo equilibrio sia con se stesso che con tutta la Natura.

‘Per sempre insieme’, oltre ad essere una favola per bambini e per adulti, rappresenta una fonte da cui attingere la bellezza della vita. Fornisce la chiave che apre l’uscio del regno spirituale e permette sia di sperimentare un percorso quotidiano migliore, sia di superare con pazienza tutti gli ostacoli che si incontrano lungo il cammino. Comprendendo i significati della storia e mettendo in pratica quanto questa suggerisce, si può diventare più saggi.

La saggezza della Kabbala, la scienza che indaga le leggi che governano l’intero creato, consiste in storie ammalianti che, dal punto di vista spirituale, sono utili per comprendere il mondo naturale. ‘Per sempre insieme’ è una favola che consentire all’uomo d’intraprendere, nel modo migliore, il percorso ascetico, arricchisce la vita e la armonizza con il mondo intero.

A questo punto intervengo io:

Caro Pietro, concordo completamente. La scoperta delle leggi che governano l’intero creato, o della creazione, può condurre alla scoperta di una realtà spirituale, eterna ed integra, la cui rivelazione è, allo stesso tempo, scopo dell’intero creato e della vita dell’uomo.

Improvvisamente, la piccola figlia di Fabio esclama:

Papà, la fiaba è una narrazione popolare in cui domina ciò che è meraviglioso e fantastico. Nelle fiabe i protagonisti sono esseri sovrannaturali, quali maghi e fate, che riescono ad esprimere quei concetti che riguardano tutti e che possono essere compresi anche dai noi bambini.

Pietro, ascoltate queste parole dice:

La bambina ha ragione. La narrazione è un’attività necessaria a tutte le discipline, umanistiche e scientifiche. I proverbi, gli aforismi, le riflessioni filosofiche e i riti, includono le esperienze umane memorizzate e raccontate in modo tale da essere comprese da persone appartenenti a strati sociali differenti.

Si tratta di una “imitazione dell’azione”; nella narrazione, poiché la variazione dell’inserimento dei fatti, modifica il senso dell’enunciato o dell’intero testo, l’azione non produce un’azione, ma una finzione o rappresentazione, ossia la riproduzione di un’immagine attraverso il discorso, che, a sua volta, serve all’uomo per memorizzare pienamente quanto contenuto nel racconto.

Non a caso, Giordano Bruno insegna che, mediante le immagini l’arte, della memoria diviene lo strumento per la costruzione di un edificio le cui strutture rispecchiano appieno la realtà.

Fabio, felice per le parole pronunciate dalla figlia e contento per le considerazioni di Pietro, dopo essersi complimentato con la bambina, le chiede di lasciare il cenacolo e di tornare a casa con la madre e il fratello.

Desideroso, poi, di aggiungere un mattone all’edificazione della riflessione in corso, continua dicendo che i caratteri essenziali della fiaba di Rav Leitman consistono in un cospicuo spessore esoterico e in un considerevole sviluppo narrativo. Mediante la storia del mago, il Rabbino intende insegnare ciò che l’uomo fa fatica a comprendere e il senso della pratica umana del narrare.

Concordando con quanto esplicitato da Fabio, aggiungo:

La narrazione, soprattutto quella di cui si fa uso nella Storia del Grande mago e nella Genesi, è uno strumento necessario per la comprensione dei significati, per il discernimento e per l’apprendimento. Il modo di esporre i concetti mediante tale tipo di strumento suscita un forte interesse in chi ascolta o legge. 

Madame Carmen, interviene a sua volta:

L’amore del mago per ciò che crea simbolizza pienamente l’amore che prova per l’opera realizzata.
Vi esorto a riflettere su ciò che è scritto nella Genesi, che non vi cito in tutta la sua interezza, ma che, a mio avviso, manifesta pienamente il grande amore che il Creatore prova per il Creato.

“In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno…”

Le parole della Genesi pronunciate da Madame Carmen, sono come solluchero per la mia anima, infatti, mi fanno vivere una proiezione astrale, ossia, un bellissimo viaggio fuori dal corpo.

Un’emozionante bilocazione capace di manifestare un sublime stato incorporeo ed energetico, che mi consente di vivere appieno i primi giorni della Creazione, e che mi spinge a dire ai presenti:

Cari miei, la narrazione evidenziata mediante la Genesi e la Storia del Grande Mago, oltre ad influire sul percorso evolutivo di chi legge, risponde a necessità profonde e primordiali.

Quanto riportato nella Genesi, seppur privo di riscontri scientifici, riesce a far comprendere il grande amore che il Creatore prova per ciò che crea. Il nostro amato Giordano Bruno, a tal proposito, nello ‘Spaccio de la bestia trionfale’, oltre a scrivere che animali e piante son vivi effetti della natura, afferma che questa non è altro che Dio nelle cose.

Sentendomi poi, come un fiume in piena, ormai privo di argini, proseguo:

Gli animali, le piante e le cose, nonostante svolgano un ruolo importantissimo e vivano pienamente la loro esistenza, non sono in grado di ricambiare le attenzioni che ricevono dal Creatore, non riescono ad emulare l’operato dell’uomo, in altre parole, non percepiscono, mediante l’azione dell’intelletto, le emozioni e i sentimenti altrui.

A sua volta l’uomo sfruttando le insite prerogative, tenendo conto della complessità e dell’armonia che regna nel Cosmo, è in grado di comprendere che ogni azione è figlia di uno scopo, quindi, sicuramente il Creatore crea perché ha una finalità ben precisa. Inoltre l’uomo, se vuole, può ricambiare l’amore che l’Artefice dell’Universo gli dona e, facendolo, realizza il regalo dell’umanità.

Il Creatore ha uno scopo nella creazione, che il soggetto di tale scopo sia l’uomo e che gran parte delle azioni del Signore siano pensate e realizzate per l’essere umano; con la finalità di elevarlo ad un livello più alto e più importante di quello attuale, che gli consenta di avere la sensazione di essere uguale a Dio, giacché è emanazione, immagine e somiglianza del Creatore.

Se va su per i gradini della Scala di Giacobbe, se vive appieno l’elevazione, è in grado di conoscere sia il Creatore che il suo pensiero e le sue parole. Tenendo presente quanto teorizza il Conte di Saint-Germain, vi sono delle insite difficoltà, ma inerpicarsi lungo i gradini di questa scala non è un’impresa ardua, se si è supportati dalla volontà, giacché Dio, oltre a vivere nell’uomo, è la Via, la Verità e la Vita.

Il Creatore è colui che dice: “Io sono te, il tuo Sé, quella parte di te che dice Io sono” perché è “Io sono”.
È colui che dice “Io sono quella parte più elevata di te stesso, quella che vibra entro di te, mentre mi leggi, quella che risponde alla mia parola, che ne percepisce la verità, che riconosce per sua natura tutta la verità e scarta ogni errore dovunque lo trovi. Io non sono, però, quella parte di te che sino a oggi s’è nutrita di errori, di ego e di cattiveria”.

Se l’uomo riuscisse ad osservare attentamente sia l’evoluzione della Creazione che il mondo che lo circonda, saprebbe immaginare e comprendere la grande gioia del sublime Artefice di ciò che esiste; acquisirebbe l’eccelsa sensazione di essere in grado di conversare in modo interpersonale con il proprio Sé.

Egli è amato dal suo Sé, dal Supremo Artefice dei Mondi, dalla fonte di tutte le perfezioni e virtù, dallo Spirito dell’Universo e se riesce a percepirlo può emulare il filosofo Michel de Montaigne quando dice: “Io ho fatto soltanto un mazzo di fiori scelti, di mio non ho dato che lo spago, voi potrete farlo a pezzi ma i fatti non potrete mai distruggerli, potrete solo ignorarli e null’altro”.

Madame Carmen, prende la parola:

Cari ragazzi, vista l’ora tarda non occorre parlare, perché certi silenzi soffiano come il vento che muove le foglie d’amore per il Creatore. Foglie che volano lontano, nel tempo in cui si apre un tulipano, per trasportare in ogni dove l’amore per la cosa unica.

Quando sono con voi, il tempo scorre veloce e le idee si fanno trasportare dalle parole.

Vorrei incontrare le pietre, le strade, i ciuffi di parietaria attaccati ai muri, gli usci e chieder loro se sono contenti di esistere e se amano il Creatore.

Detto ciò, va via.

Pietro, alla stessa stregua della nonna di Fabio, dovendo rincasare, ci ringrazia per averlo chiamato, e, felicissimo per aver avuto la possibilità di ammirare, da lontano, la fonte del Sebeto e per aver speso in modo congruo il tempo trascorso con noi, si accomiata.

Rendendomi conto che è giunta l’ora di tornare al mondo sensibile, a malincuore e fortemente emozionato, anch’io sono costretto a lasciare l’amato cenacolo per far rientro a casa.

Nello stesso istante in cui saluto Fabio, le lancette dell’orologio si fermano e l’Anima del Mondo sembra sorgere, di fronte a me, in tutto il suo splendore.

Un’anima provvista di occhi ampi, belli e neri, di labbra indecise tra il sorriso e il silenzio; che, utilizzando il linguaggio puro del mondo, quello universale, mi dice che devo ascoltare il mio cuore perché è lì che dimora il mio Sé.

Un’anima che proseguendo dice:

Chi è tre e pe s’avantà, dice: je so’ quatto, po, torna a zero! Caro Pulcinella ‘a cifra soja chell’è.. ‘O munno ‘a grare ‘a grare è stato fatto, e ‘e ggrare stanno assieme? no e pecchè? je appriesso ‘a n’ato, n’ato appriesso ‘a mme, chi arriva ô piano nobile, chi ô matto, chi resta a primma tesa, chi nun saglie, chi arriva ncopp’a ll’asteco pe fforza. ‘A vita è na catena fatta a mmaglie: je vengo primm’’e te, tu doppo ‘e me: comme ce sta ‘a mullica, ce sta ‘a scorza… ‘o pane è ‘o stesso e ‘a differenza c’è!!! 

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.

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