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Pulcinella, Fabio Da’ath e la principessa smarrita

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Pulcinella


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Nu pianefforte ‘e notte sona lontanamente e ‘a musica se sente pe ll’aria suspirà. È ll’una: dorme ‘o vico. Ncopp’a sta ninna nanna ‘e nu mutivo antico ‘e tantu tiempo fa.

Dio, quanta stelle ‘ncielo! Che luna! E c’aria doce! Quanto ‘na bella voce vurria sentì canta! Luna mmiez’ ‘o mare, quanta cosa fai penzà! Fatta apposta pe ‘ncantare, tuttuquante, fai ncantà!

Ogni notte, quatto quatto, senza far rumore e senza chiedere permesso, un nuovo sogno, insinuandosi nel mio letto, mi ammanta con il suo semi-occulto velo. Mentre mi lascio coinvolgere dal mio inconscio, mediante ogni nuova visione onirica, vivo esperienze pluridimensionali, che, dato il linguaggio simbolico, sono poi tenuto a decifrare.

Di ciò che guardo dalla mia altana d’osservazione notturna, spesso conosco solo l’esteriorità anziché i significati profondi, archetipali e misteriosi che, in genere, sono nascosti. Tra ciò che osservo, ci sono fiabe e racconti esoterici, che, sovente, in modo celato, trasmettono all’umanità contenuti occulti.

Difatti, diversi illuminati e saggi, mediante storie definibili anche come narrazioni simboliche, inviano messaggi che, in alcuni casi, evidenziano le differenze esistenti tra il bene e il male, mentre in altri, descrivono il percorso iniziatico dell’individuo alla ricerca della Conoscenza.

Queste narrazioni, così come le fiabe, sono frutto di una sapienza che, tra le altre, è caratterizzata da uno specifico canto popolare. Ricorro a questa storia che ha una dimensione misteriosa e racchiude numerosi elementi della vita quotidiana, che sguardi non abituati non riescono a notare, e che, oltre ad afferire al mondo sovrasensibile, consistono in ciò che, nascosto agli occhi non abituati, alla stessa stregua delle scintille emanate dal divino immanente, pur sembrando disperse e confuse, rispondono ad un ordine e ad un’armonia cosmica da qualche tempo prestabilita.

Considerata la funzione di alcune tipologie di aneddoti, pur professando una diversa fede, potrei essere paragonato agli ebrei, perché se non ho una risposta da dare, ho pronta una storia da riferire.

Amo sognare, raccontare intrecci labirintici, luminosi ma sconcertanti, che mi avvicinano a sentieri sconosciuti e ad inimmaginabili profondità, che appaiono come gesta di sconosciuti che, gesticolando da lontano, descrivono ciò che la parola non riesce o non può fare.

Ciò che dalla terrazza – cenacolo e in compagnia del fidato amico Fabio Da’ath, mi accingo a presentarvi, è di tipo esoterico – cabalistico ed è ascritto a Rabbi Nachman di Breslav, traduzione di Rabbi Ishrael Becancon.

Quanto esposto dal teologo e rabbino ucraino, divulgatore della tradizione chassidica, recita così:

C’era una volta un re che aveva sei figli e una figlia. La ragazza era molto preziosa per lui, l’amava molto e gli piaceva tanto la sua compagnia.
Un giorno, mentre erano insieme, lui si arrabbiò con lei e queste parole uscirono dalla sua bocca: possa il “non buono” portarti via! (il non buono – lo tov לא טוב)

La giovane la sera andò nella sua stanza. Il mattino dopo, nessuno sapeva dove fosse. Il padre si addolorò terribilmente e perlustrò ovunque. Il viceré, notato il profondo dolore del sovrano, intervenne e gli chiese di mettergli a disposizione un servo, un cavallo e dei soldi per le spese di viaggio. La cercò, ricercò a lungo, camminando nei deserti, nei campi e nelle foreste. Il suo scopo nella vita, ormai, era ritrovala.

Era nel deserto quando, scorto un sentiero sul lato, lo imboccò nella speranza di raggiungere terre abitate. E così fu. Scoprì un magnifico castello con attorno molti soldati ben organizzati. Temeva che le guardie non lo avrebbero lasciato entrare, ma ci provò lo stesso, e, lasciato il destriero, si diresse verso la fortezza.

Gli fu consentito passare e, da una stanza all’altra, senza alcun ostacolo, arrivò nella sala del trono. Vide il re, circondato da molti soldati, che cingeva la sua corona. Tanti musicisti suonavano diversi strumenti, tutto era meraviglioso. Nessuno lo interrogò, né il re, né le guardie.

Vide piatti succulenti ed appetitosi e li mangiò, poi andò a giacere in un angolo per attendere gli eventi; il monarca ordinò che la regina lo raggiungesse. I musicisti suonavano e cantavano più forte perché era giunta la sovrana, che si accomodò accanto al consorte.  

Il viceré la vide e il suo cuore fu colmo di gioia: era lei, la principessa scomparsa. Anche lei lo individuò e, avvicinatasi a lui, lo tocco e gli domandò:

“Mi riconosci?”
“Sì! Sei la principessa che si è persa! Come sei arrivata qua?”
“A causa delle parole di mio padre: che il non buono ti prenda. Qui è precisamente il posto che non è buono!”

Il viceré le spiegò quanto il regnante fosse triste e per quanti anni l’avesse cercata. Poi le chiese come potesse farla uscire.

“Sarai in grado di tirarmi fuori solo se scegli un posto e rimani lì per un anno intero, periodo in cui dovrai struggerti per me per capire come liberami. E quando avrai tempo, ti tormenterai, desidererai e spererai di tirarmi fuori di qui. Ti asterrai dal cibo e, l’ultimo giorno dell’anno, digiunerai di nuovo e per ventiquattro ore non dormirai!”

Il viceré se ne andò e si comportò esattamente come la principessa gli aveva detto. Trascorso l’anno, l’ultimo giorno, digiunò e non dormì.
Si alzò e andò da lei per salvarla, ma vedendo un albero su cui c’erano delle mele molto carine, ne fu tentato e ne mangiò una.
Non appena ebbe assaggiato il pomo, crollò, fu preso da un sonno lungo e profondo, tanto che il servo non riuscì a destarlo.  

Quando finalmente si riprese dal torpore, chiese al servitore dove fosse su questa terra e il suo fedele accompagnatore gli rammentò tutta la vicenda, spiegando che aveva dormito per anni e che lui, nel frattempo, si era nutrito con i frutti.

Molto rattristato andò dalla principessa, la quale, si lamentò e lo riproverò dicendo:

“Hai perso per un solo giorno! Se fossi venuto allora da me, avresti potuto farmi uscire! Oh! Non mangiare è una cosa molto difficile, soprattutto l’ultimo giorno: in questo momento, la cattiva inclinazione (ietzer ha ra) diventa ancora più forte.

Torna indietro e scegli un posto dove stare per un altro anno. L’ultimo giorno avrai diritto di mangiare, ma non dormire! Tuttavia, non dovrai bere vino per non addormentarti, perché la cosa principale è il sonno. Non dormire”.

Il viceré se ne andò e seguì gli ordini della principessa. L’ultimo giorno dell’anno, mentre stava recandosi da lei, vide una sorgente che scorreva.
Il colore della fonte era rosso e l’odore era quello del vino.

Rivolto al domestico disse:

“Hai visto? È una fonte! Dovrebbe esserci acqua, invece è vino!”

 Si avvicinò e ne assaggiò un po’. Immediatamente precipitò in un sonno lungo settant’anni!

Passarono molti soldati con al seguito le loro guarnizioni e il servo si nascose. Poi sopraggiunse una carrozza in cui c’era la principessa, che, riconosciuto il viceré, scese e gli sedette accanto, provando con tutte le forze a destarlo, ma invano.

Cominciò a rammaricarsi e pianse a lungo:

“Tanta fatica e dolore, dato che si è sacrificato per tutti questi anni, in modo da essere in grado di tirarmi fuori e per un solo giorno ha davvero perso tutto! È pietoso per lui e per me! È passato tanto tempo da quando sono qui e non posso essere libera!”

Si tolse quindi una sciarpa dalla testa e ci scrisse sopra con le proprie lacrime. La mise accanto a lui, si alzò, riprese il suo posto nella carrozza e andò via.

Più tardi, il viceré si svegliò e si rivolse al suo domestico. “Dove sono su questa terra?”
Questi gli raccontò tutta la storia, dei soldati, della carrozza e della principessa che aveva pianto per lui e che avesse urlato: “Che peccato per lui e per me!”

Vista la sciarpa vicino chiese da dove venisse e, sentito che la principessa ci aveva scritto con le sue stesse lacrime, la afferrò sollevandola verso il sole. Cominciò a distinguere le lettere e le sue lamentele e le sue grida, che non era più al maniero e che lui l’avrebbe trovata su una montagna in oro e un castello di perle.
Il viceré, abbandonato il servitore, andò a cercarla da solo per molti anni nei deserti, perché, esperto di carte e mappe del mondo, era certo che lì l’avrebbe trovata.

Passato altro tempo, incontrò un uomo molto alto, le cui dimensioni non erano umane, che portava un enorme albero, di dimensioni mai viste nei paesi abitati.

Il gigante, sentita la sua storia, si meravigliò e, scoraggiandolo, gli disse che viveva nel deserto da tempo immemore, e non aveva mai incontrato alcun uomo, tantomeno aveva visto una montagna d’oro e un castello di perle e che, pertanto, per lui, non esistevano.

Il viceré iniziò a piangere.

Il gigante allora disse: “Secondo me ti hanno detto sciocchezze, ma tu insisti.
Io sono il ministro delle bestie selvagge che viaggiano per il mondo, le chiamerò qui tutte, forse una di loro sa qualcosa”.

Le radunò, dalla più piccola alla più grande, ma tutte risposero di non sapere nulla.

Si rivolse quindi al gigante: “Vedi? Ti hanno detto sciocchezze! Se vuoi ascoltarmi, torna indietro perché non lo troverai; non esiste in questo mondo!”

Dato che il viceré si era ormai incaponito, il suo interlocutore lo invitò a recarsi a suo nome dal fratello, che viveva nel deserto, il ministro di tutti gli uccelli, affinché riunisse tutti i volatili che, forse, dall’alto, in aria, potevano aver visto la montagna e il castello.

Il viceré, per cercarlo, vagò per anni e finalmente lo incontrò. Anche lui portava con sé un albero immenso e lo interrogò. Anch’egli non sapeva nulla, ma si mise a disposizione e convocò tutti i pennuti, dal più piccolo al più grande, senza ottenere risposta alcuna. Il viceré, sempre più intestardito, non voleva rinunciare all’impresa, così fu indirizzato dall’altro fratello, il ministro dei venti, che viveva anche lui nel deserto, perché magari essi, correndo in tutto il mondo, potevano sapere qualcosa.

Passarono altri anni e finalmente imbattutosi in colui che riconobbe anche perché trasportava anch’egli un albero immenso, lo interrogò allo stesso modo. Ignaro dell’esistenza della montagna e del castello chiamò a sé tutti i venti, ma nessuno seppe sciogliere il mistero.

Il viceré, sempre più scoraggiato, scoppiò in un pianto dirotto, dicendosi certo che esistessero.
Nel frattempo, arrivò un altro vento e il ministro, furioso del ritardo, lo rimproverò aspramente.
Questi replicò di aver tardato perché aveva dovuto portare una principessa su una montagna in oro, in un castello di perle.

Immensa fu la gioia. Il ministro, immaginando fosse molto caro e ricevutane conferma dal vento si rivolse al viceré asserendo: “È passato tanto tempo da quando la stai cercando e ti sei dato così tanta pena! Potresti incontrare un ostacolo a causa della mancanza di denaro, ecco perché ho intenzione di darti un vaso, quando ci immergerai la mano, ne ricaverai dei soldi”.

Detto ciò, fece sì che il vento conducesse il viceré alla porta della città. I soldati non gli permettevano di entrare, quindi affondò la mano nel vaso e prese dei soldi con cui corruppe le guardie. La città era bellissima! Affittò una camera da un ricco abitante perché era necessario aspettare, agire con Intelligenza e con Saggezza per far uscire la principessa!

 Rabbi Nachman non racconta come il viceré compia l’impresa, ma la principessa riesce a riacquistare la sua libertà.

Il rabbino Nachman di Breslov, narrando la storia allegorica, identifica la Shekhinah con una figura femminile interiore, che potrebbe essere l’anima. Mediante la principessa sembra evidenziare che la Shekhinah si identifichi con l’aspetto femminile di Dio, con la Sposa di Questi. Non a caso, è lei a comunicare al viceré come comportarsi se vuole proseguire lungo il sentiero che conduce alla Luce.

Da più parti si legge che diversi discepoli di Rabbi Nachman di Breslav pensano che dietro ogni sua storia, compresa questa, si celi una doppia interpretazione: una universale, secondo cui ogni personaggio simboleggia una figura qabbalistica o un evento cosmico, e una personale, che vedrebbe sempre Nachman nascosto nei personaggi principali e nelle lotte da loro sostenute.

Pur concordando pienamente con il pensiero espresso dai discepoli del rabbino, sia Fabio che io riteniamo che la lettura della storia possa generare interessanti spunti di riflessione, tant’è che, comodamente ospitati dall’immancabile terrazzo – cenacolo, dopo la lettura del racconto, al chiaro di luna, Fabio si lascia andare a profonde considerazioni.

Infatti, il padrone di casa asserisce:

L’epilogo del racconto consiste nella catarsi della rivelazione finale, in quella purificazione e trasmutazione, che, oltre ad essere soggettiva, attiene la coscienza individuale.

Il finale, nonostante non menzioni il modo, lascia trasparire una salvezza che si pone in contrapposizione a quanto accade all’inizio del racconto.

Un esordio che manifesta l’armonia degli opposti e consiste nella frase “c’era una volta”, presente in tante fiabe famose, e che risuona come una formula magica con parole in codice che, il più delle volte, rappresentano un avvertimento trasmesso a chi legge o a chi ascolta, un ammonimento per chi intraprende il cammino che porta alla conoscenza.

Espressioni che, oltre ad indicare un tempo – non tempo, manifestano un intervallo sospeso tra momenti diversi tra loro, in cui ben si rappresenta l’eterno dell’anima in cui essa, incarnandosi, dà inizio alla sua avventura terrena, intraprende quel percorso, che, dopo una serie di conflitti e tappe che le consentono di conoscere la vita, conduce al pentimento e al cambiamento.

Nel concordare pienamente con il mio caro amico, aggiungo:

Nei dialoghi tra la principessa e il viceré trovo delle analogie con il racconto di un sovrano che ordina ai suoi uomini di cercare l’assassino del suo capomastro, catturarlo e portarlo al suo cospetto per essere giudicato. Uno di loro disobbedisce, manifesta debolezza, disinteresse e mancanza di quel coraggio che la ricerca e difesa della verità necessitano; infatti, una volta trovato l’omicida, lo uccide sul posto.

Il racconto del viceré che disattende più di una volta a quanto impartito dalla principessa, presenta analogie con il mito dell’origine dell’Umanità, con la nascita e il vissuto di Adamo ed Eva, del loro soggiorno nel giardino dell’Eden, della tentazione, del serpente, dell’albero della conoscenza e del suo frutto.

“E il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. E il Signore Dio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e i cui frutti erano buoni da mangiare. In mezzo al giardino vi erano anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male”.
Genesi 2:8-9.

L’affinità consiste nel fatto che il viceré viola le raccomandazioni della principessa allo stesso modo in cui la coppia nel Paradiso terrestre, come riportato nella narrazione biblica, trasgrediscono a quelle del Signore.
Il viceré, infatti, anziché digiunare, al cospetto di un albero pieno di belle mele, ne mangia una. Il pomo raffigura l’elemento mediante il quale l’uomo, nei panni di Adamo, di Eva e del viceré, commette il peccato.

Egli, raccogliendo il frutto proibito manifesta il desiderio di discernere il male, ma non tiene conto che l’essere umano non è in grado di gestirlo, nella sua piena interezza. Tale conoscenza lo rende schiavo, poiché non può né osservare nel corretto modo ciò che lo circonda né resistere alla tentazione.

Anche il vino sembra rivestire un ruolo importante nella storia; infatti il viceré, assaggiandone un sorso, non può fare a meno di addormentarsi. Questo simbolismo riveste una molteplice valenza perché, quello rosso in particolare è portatore di letizia e rappresenta il sangue e il sacrificio di Gesù, ma indica anche la gioia e l’estasi divina e la liberazione dell’uomo dalle inquietudini quotidiane.

La vite, coltivata sin dall’antichità e ritenuta sacra, nell’antica Cananea è considerata albero messianico e consegna all’uomo un frutto che, trasmutando, si trasforma nella bevanda che causa, in chi lo degusta, inebriamento; pertanto, le chiavi di lettura dell’episodio del viceré possono essere molteplici.

La prima rimanda a Noè, il quale, scampato al diluvio universale, pianta una vigna sulla terraferma e ricavatone del vino, lo beve e si denuda nella sua tenda, in altre parole si spoglia dell’ego. Il viceré, invece, ubriacandosi di vino rosso alla fonte, mediante l’estasi, fugge dalle sue responsabilità, si arrende alle difficoltà, si lascia tentare da una curiosità negativa e sconfiggere dai bassi istinti.

La seconda consiste in quel tipo d’inebriamento che consente l’avvicinamento a Dio. Noè, infatti, mediante la produzione e il consumo del suo vino speciale, consegue quel sobrio rapimento dello spirito che avvicina all’Onnipotente. Il viceré, invece, raggiunge il suo consistente torpore sia per assecondare la sua ingordigia, che per rallegrare il suo cuore.

Una terza interpretazione porta a pensare che il viceré sia un iniziato che assaggiando quel vino che generalmente è usato per simboleggiare la vera tradizione misterica, tenti di saltare alcune delle tappe necessarie affinché si possa vivere nel giusto modo il percorso di avvicinamento a quel Tutto, non fatto di materia, né di tempo e nemmeno di energia misurabile.

Fabio, ascoltate le mie parole, fa un’ulteriore considerazione:

Caro amico mio, premesso che già il titolo della storia possiede una notevole efficacia rappresentativa, il tema dell’obbedienza porta alla mente l’episodio iniziale della principessa che, facendo arrabbiare il re, vive una sorta di metamorfosi che la rende vittima del non buono.

Come tutti i miti, anche questo passaggio, ha più livelli di lettura: da quello superficiale dell’insubordinazione, a quello profondo dell’espulsione dell’essere umano dal recinto dell’inconsapevolezza, dovuta al suo abbandono dell’infanzia.

Le singole vicende e la storia nella sua interezza rappresentano un simbolo che offre ampie e profonde decodifiche che possono essere mosse sia da esperienze soggettive, sia da informazioni culturali o iniziatiche acquisite.

Il racconto della principessa smarrita, esprimendo una serie di concetti, oltre a potersi inserire al centro della vita immaginativa del lettore, si trasforma in desideri, manifesta i segreti dell’inconscio e porta alla luce l’origine delle azioni umane.

Credo che, nella storia riferita dal Nachman siano evidenziati fatti che incarnano concetti archetipi come il pentimento, la disobbedienza, il dolore, l’amicizia che s’instaura tra i personaggi e il dualismo Bene o Male, Luce o Tenebre. La storia prende il via con un equilibrio iniziale e continua con la sua frattura, dovuta sia alla rabbia del re che all’azione del non buono.

Vari insuccessi caratterizzano il percorso del viceré, l’eroe che nonostante le sue imperfezioni non è mai domo, anzi, si rialza dopo ogni caduta e termina con il ripristino dell’armonia e dell’equilibrio. Rabbi Nachman non rivela come la sovrana esca dal mondo del non buono, ma tutto fa pensare che la liberazione sia da attribuire alla benevolenza divina, che si manifesta come principio della vita, che si concreta come spirito, come fuoco o energia di vita e come anima universale e che può essere analizzata secondo diverse chiavi di lettura.

Osservata, infatti, da chi predilige il materialismo, esprime la vita, poiché si trova nelle piante, nei minerali, negli animali e nell’uomo. Analizzata, invece, dal punto di vista filosofico, pur manifestandosi come elemento sui generis, oltre a palesare intelligenza, è separata dalle cose e incarna l’anima.

La benevolenza di cui parla Rabbi Nachman fa riflettere sulla necessità di studiare il principio della vita. Valutare la necessità di separarlo, se è separabile, d’integrarlo se è integrabile, di portarlo all’apice della sua potenzialità, se si riesce, gli consente di arricchirsi, oltre che nutrirsi, di quella consistente energia, che provenendo dall’inesauribile fonte del principio della vita universale, nutre gli organismi che ne difettano.

Il principio della vita permette la sopravvivenza di una catena magica assimilabile ad una batteria di pile in cui ogni elemento, se esegue le pratiche quotidiane e se si occupa personalmente dell’elemento malato, ossia l’uomo, rappresenta una fonte di salute. Se, invece, esso anziché agire, si lascia andare alla speranza, non ottiene alcun risultato.

Il gran segreto della pratica consiste nel praticare. Chi dorme si isola, mentre chi è attivo, produce. Il viceré, infatti, nonostante voglia giungere alla meta, desideri completare il percorso iniziatico, disobbedendo ai dettami divini e addormentandosi, non completa l’opera.    

Resomi conto che Fabio non ha altro da aggiungere, preciso:

Il rabbino cita manifestamente il pentimento quando, riguardo la sua storia, asserisce: “Lungo la strada, raccontai una storia e tutti quelli che lo udirono provarono un senso di pentimento”.

La finalità di quest’ultima frase e del racconto, nella sua interezza, sono di tipo pedagogico e spirituale.

Dato che la figura del re è assimilabile al ruolo di Dio, non si deve pensare che questi sia lasci prendere dall’ira, anzi, grazie alla sua bontà, prima redarguisce la principessa, usa toni minacciosi di facciata, ma non di sostanza, affinché si comporti in modo tale da non divenire preda del non buono, dopodiché, nonostante non lo citi, fa in modo che lei torni al buono grazie alla sua volontà, al suo libero arbitrio.

Prima di lasciarmi andare al sonno profondo, ancora schiavo del dormiveglia pensando alla storia, della principessa smarrita, ottimamente raccontata da Rabbi Nachman di Breslav, rifletto sull’insegnamento del fondatore dello chassidismo, Baal Shem Tov:

Un individuo nasce con un numero stabilito di parole; l’individuo che esaurisce le parole stabilite e non ne ha altre da pronunciare muore.

E proprio perché ogni parola che l’uomo pronuncia lo avvicina alla morte, costui, prima di aprire bocca, dovrebbe chiedersi se vale la pena morire per essa. Nell’analizzare le parole del rabbino e tenendo conto che a sopravvivere non è la specie più forte e nemmeno la più intelligente, bensì quella predisposta al cambiamento, giungo alla conclusione che vale la pena pronunciare parole che abbiano senso e che avvicinino al Tutto, al Divino.

Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca' Rezzonico, Venezia

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Domenico Esposito

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.