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Pulcinella, Fabio Da’ath e la Pietra Filosofale

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Pulcinella


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Cuscienza e denare so’ ‘e cose assai rare. E denare nun fanno ‘a felicità. ‘A lira fa ‘o ricco, a crianza fa ‘o signore e l’alchimia fa l’omme. Il denaro, a differenza dell’alchimia, non rende l’uomo felice. Dicette l’Alchimia vicino a’ l’omme, ramm’ o tiemp’ ca je te cagne… appicce ‘a luce e l’Albedo ca quanno staie int’ ‘a Nigredo aje voglia ‘e stà ‘o scuro.

Qualcuno dice che il mio umorismo sia una suprema eleganza dello spirito, altri sostengono che la mia, oltre ad essere un’esuberanza un po’ cialtronesca, sia quel totale disincanto che manifesta spirito ironico e generosità mescolata ad una filosofia pratica che mi conduce a sapermi sempre arrangiare.

Qualcun altro, invece, afferma che io non sia la maschera di un uomo, bensì, la sua caricatura e che, per questo, io sia universale.

Johann Wolfgang Goethe, grazie al suo viaggio in Italia, comprende e riporta che la classe popolana partenopea è sincera e anche svelta nel capire ed operare. Si rende conto che il suo linguaggio figurato è caratterizzato da trovate acute e pungenti.

L’intellettuale tedesco, però, nonostante riconosca che Pulcinella è il prediletto dei napoletani e che con i suoi lazzi perpetua i giochi atellani, omette o dimentica di dire che, oltre a vivere in ogni persona, vestendo i panni della coscienza individuale, io sono pronto, se necessario, ad ammonire il malcapitato di turno.

Il drammaturgo asserisce che qualunque cosa si possa fare è necessario iniziare e che l’audacia rechi in sé genialità, magia e forza. Concordo pienamente con lui, infatti, poiché è un’attitudine insita nella mia natura, mi piace viaggiare, e leggere, perché mediante la scrittura si diffonde quella conoscenza e quel sapere che io tanto bramo, che sono prima affidati al verbo, alla trasmissione orale, poi alla pagina, mediante un processo circolare, che si innesca tra le generazioni e trasmette la tradizione millenaria.

Le mie visioni oniriche, pur fondandosi su ciò che studio, sono sempre caratterizzate da una profonda spontaneità. Per raccontare, prima attingo dai sogni e dalle esperienze dirette, poi immagino, quindi do forma all’idea e, infine, scrivo.

Il vero nucleo del mio spirito vitale consiste in una sete di sapere che mi fa vivere nuove e profonde situazioni grazie a cui il mio orizzonte è in continuo cambiamento; mi aiuta a cercare e trovare il coraggio di rivoltarmi contro lo stile di vita che non ambisce ad ascendere.

Ricordo benissimo quello della scorsa notte perché mi consente di fare un incontro inaspettato e così carico emotivamente da aggrapparsi al cuore. Un’avventura che, per essere compresa, richiede che io guardi dentro le cose, i personaggi e i fatti e che sappia cogliere il succo di quello che sperimento, e che, come spesso accade, coinvolge anche il mio amico Fabio Da’ath.

Un viaggio prima di tutto alla scoperta della simbologia alchemica del Duomo di Siena e, in secondo luogo, una lettura approfondita della stessa.

Nel visitare la cattedrale, io e Fabio siamo presi dalla maestosità architettonica nella sua piena interezza, dalla bellezza della navata centrale, del pavimento e delle varie raffinatezze marmoree, realizzate in un luogo ricco di emblemi e contenuti esoterici.

Le tarsie sono classificabili come vere e proprie opere d’arte che riescono a trasmettere intensi e specifici significati. La prima che incontriamo partendo dall’ingresso, una volta varcato il portale principale, ci fa provare una sensazione indescrivibile, perché sprigiona un magnetismo tanto forte da tenerci incollati al pavimento per diversi minuti.

Consiste in un grande quadrato incorniciato da un motivo labirintico, in cui campeggia, su fondo nero, la figura di un Sapiente che poggia i piedi su di una pavimentazione di colore rosso. Indossa un cappello a punta, bordato di giallo, e una veste bianca, il cui colletto è anch’esso giallo, annodata in vita con un lungo cordone, sempre giallo, che scende lungo i fianchi.

Ha un’espressione benevola mentre è raffigurato nell’atto di consegnare, con la mano destra, un libro ad uno dei due suoi interlocutori, un uomo barbuto con il turbante in testa e la veste bordata di rosso, che forse simboleggia la sapienza orientale. Il terzo uomo, ritratto quasi come semplice assistente della scena, porta una tunica bianca e, forse, indica la sapienza occidentale.

Le parole incise su quel libro attraggono la nostra attenzione, dato che evidenziano, in modo palese, un concreto riferimento alla terra dei Faraoni e all’Antica Sapienza Egizia. Sul tomo, che il protagonista sembra voler affidare sia al popolo d’oriente che a quello d’occidente, leggiamo, infatti:

Suscipite o licteras et leges Egiptii.

La nostra attenzione è attratta anche dalla tavola su cui il personaggio principale appoggia la mano sinistra. È molto particolare perché, oltre ad essere sorretta da due sfingi alate, le cui code si annodano formando un otto, il simbolo dell’infinito, reca l’incisione del passo del ‘Corpus Hermeticum’ in cui si descrivono il mistero della Creazione e la premonizione dell’incarnazione di Dio nel mondo sotto forma di “figlio”.

Il Sapiente non è altri che Ermete Trismegisto, il tre volte grande, la massima espressione di quella cultura ermetica definibile come insieme di conoscenze filosofiche, scientifiche e spirituali, che, dall’Antico dall’Egitto, passando dalla Grecia e da Roma, si diffondono, ampiamente, sia in Italia che in Europa, a partire dal XV secolo.

Ermete Trismegisto

Io e Fabio, presi da tali bellezze non ci rendiamo conto che gli addetti alla cattedrale, giunta l’ora stabilita, chiudendo l’imponente portone, ci lasciano all’interno. Il timore e l’ansia iniziano a prendere il sopravvento su di noi perché, senza riuscire a capirne l’origine, udiamo numerosi e stridenti suoni.

Mentre cerchiamo un giaciglio per trascorrere la notte, improvvisamente, sento una mano che, con la delicatezza di una piuma, si poggia sulla spalla.

È lui, Ermete Trismegisto, che lascia la tarsia e si pone al mio fianco.

Nel percepire il mio stato confusionale ed emozionale, dice:

Pulcinella, non aver alcun timore, sono qui per voi, per dissetarvi, per far fronte al vostro desiderio di conoscenza. Non sono né un uomo e né una donna, bensì, entrambi.

Sono la rappresentazione di ciò che deve essere, sono un’informazione energetica che ha un fulcro dal quale i due bracci possono essere rivolti sia verso il basso che verso l’alto. Sono ciò che vi serve per scegliere la via: ponetevi nel nucleo centrale che unisce il basso con l’alto.

Sono una serie di informazioni scritte in un invisibile tomo che, con le sue facciate, è presente ovunque, sia nelle cose che appaiono, che in quelle che non appaiono.

Sono il testo, la guida e la strada che quotidianamente accompagna, verso la sorgente, il singolo e l’universo intero. Sono una rappresentazione fisica, eterica e subliminale che si realizza attraverso lo spazio – tempo e che, pur restando costantemente diversa nella sua essenza, può essere trasformata in un’informazione uniforme da chi sa interpretarla.

Sono come pagine di un volume che prima devono essere comprese, poi strappate e che va inteso nella sua interezza, senza saltare nessun rigo, se si vuole comprenderne la conclusione. Le mie regole non sono quelle stabilite dal mondo in cui vive l’individuo, bensì da colui che è subliminale e unico.

Sono norme fissate da chi vive e respira sia nell’uomo che in ogni cosa e che, donando il libero arbitrio, si aspetta che il lettore, passando attraverso tutte le parole, nel momento in cui riesce a decifrare tutto ciò e a metterlo in pratica, si predispone alla visione della Luce.

Il libro di cui parlo è quel simbolo che si può incontrare mentre si cammina per la propria strada, è la stella che ognuno, qualora la cerchi, trova dentro di sé. È il sasso, la pietra che l’uomo tiene tra le mani e in se stesso perché incarna la Lice che splende in chiunque si predisponga, nel modo migliore, al percorso di trasmutazione; è il frutto della stessa emanazione.

Incarna l’ascensione, alla ricerca della pianta della nascita, che intraprende il re Etana, sorretto da un’aquila in grado di guardare il sole senza esserne accecato. Il rapace, come tutti gli altri uccelli, rappresenta la spiritualità dell’anima, la mediazione tra cielo e terra e quella parte di ogni persona che cerca sempre di spiccare il volo verso alte mete. È il sogno della realtà che si realizza nel momento in cui l’uomo comprende che la sua energia, consistendo in quella della sorgente e provenendo da questa, lo riconduce verso l’alto.

I suoi occhi, intanto, oltre a raffigurarne l’identità e la saggezza, mostrando la stessa audacia di un leone che domina sul suo territorio, trascendono le parole, trasmettono una sapienza indescrivibile e rischiarano l’intera cattedrale.

Dato che l’emozione ci prende completamente, avvolgendoci e togliendoci quasi il respiro, chiniamo entrambi la testa, per evitare di essere accecati dal bagliore che proviene dal suo sguardo.

Spinto dalla sete di conoscenza, rivolgendomi al tre volte grande, esordisco:

Maestro di sapienza e di ermetismo, le va di parlarci dell’Alchimia?  

Come un falco che rotea in cielo in attesa di lanciarsi in un tuffo repentino che, oltre a lacerare l’aria, gli permette di far sua la preda, immediatamente risponde:

L’Alchimia, progenitrice della chimica moderna e della fisica atomica, si interessa della materia sensibile e si occupa, in modo fattivo, della materia intelligibile, ovvero, dell’anima e dello spirito.

Chi ritiene che sia una specie di chimica primitiva, tesa a trasformare i metalli vili in oro, sbaglia, perché, anziché essere un mero processo materiale e fisico, che si realizza con l’ausilio di oggetti, è qualcosa di molto più profondo e complesso.

Consiste in un processo inteso ad intraprendere un itinerario che consente prima di avvicinarsi al sentiero e poi di attraversarlo, in altre parole, in un modo per percorrere la strada che conduce alla sorgente.

È la manifestazione di un impulso che, trasformando l’esperienza terrena in conoscenza, cerca di portare alla luce il divino che dorme nelle tenebre ctonie di ognuno. Esprime parte di quella Sapienza la cui origine si perde nella notte dei tempi.

È una disciplina che si colloca tra la scienza empirica e l’arte, è l’insegnamento psico-spirituale, che, da secoli, si tramanda con l’ausilio di un linguaggio metaforico e che vuole indurre l’essere umano, mediante un lavoro individuale atto a produrre profondi cambiamenti interiori, che corrispondono ad una trasmutazione che, modificando le vibrazioni, mutano ogni cosa e permettono di vivere una nuova vita, a prendere coscienza della sua vera essenza, quella che noi alchimisti codifichiamo come “natura spirituale”.

Fabio, dopo queste parole, arrossendo come un pomodoro nel pieno della sua maturazione ed evitando di fissare negli occhi il tre volte grande, aggiunge:

Caro Maestro, desidero chiederle lumi circa la Pietra Filosofale, ma prima di porle il quesito che permea assiduamente la mia mente, desidero esternarle il mio punto di vista. Penso che l’uovo filosofale esprima un concetto inteso a far comprendere all’uomo, mediante allegorie, la sua entità e la sua intrinseca indole divina.

La mia esperienza mi induce ad affermare che la superficie della Pietra Filosofale, così come quella del guscio dell’uovo sia costituita da materiale calcareo duro ed impenetrabile, se non subisce “rottura”.

Qualora se ne volesse osservare la composizione, bisognerebbe, a rigor di logica, agire mediante una forza esterna capace di infrangere l’involucro, ottenendo, così il deterioramento e la separazione, in tanti frammenti, di ciò che in esso è “secretato”.    

Se, invece, si volesse partecipare alla profonda comprensione della sua struttura, sarebbe necessario agire con forza dall’interno ed essere contemporaneamente uovo, uomo e mondo, perché “Uno è il mondo, uno è l’uomo e uno è l’uovo”. È necessario essere contenitore, contenuto e contenente, incarnare, metaforicamente, la simbologia che accompagna il numero 369.

Dato che in esso è racchiusa la vita embrionale di un’esistenza somatica che molti ritengono sia perfetta, qualora si rompesse a causa di una forza esterna la vita cesserebbe, mentre considerando che le grandi cose prendono il via sempre dall’interno, se la ragione della fenditura fosse da attribuire ad una forza interna, si assisterebbe all’inizio della vita.

Detto ciò, ritornando al mio quesito le chiedo: in merito alla Pietra Filosofale, può illuminarci con la sua Sapienza e la sua Conoscenza?

Senza indugiare il Maestro replica:

Miei cari, la Pietra Filosofale è principalmente ciò che sta alla base del corpo umano. Nonostante sia considerata da molti come una semplice e fantasiosa composizione, è l’energia che scorre dentro ogni individuo che, oltre ad esserne in possesso, è potenzialmente in grado di beneficiarne, ma, in realtà, solo chi è capace di leggere tra le pagine del libro della vita, è in grado di farlo.

È come una freccia scoccata dall’arciere, che, prima parte con la punta unita, poi si divide alla sommità e che incarna una forza che parte dal basso e sale verso l’alto, esattamente come un Fleur de Lis, un fiore del giglio, che si apre al suo apice.

È l’impronta genetica contenente una serie d’informazioni, che, nel loro insieme, caratterizzano le molecole e sono definibili, appunto, Pietra Filosofale, che, se scorte e comprese, consentono, anche nel quotidiano, il ritorno alla Sorgente.  

Quindi, per farci capire le potenzialità dell’Alchimia e mostrarci il modo in cui agisce sull’uomo, ci invita a seguirlo per intraprendere un interessante viaggio. Nonostante il cammino sia lungo, giungiamo subito ad un capanno da birdwatching. Ermete ci chiede di entrare con lui, sistemarci ed aspettare.

L’attesa è breve. Dopo pochissimo, accompagnato da un grande seguito, vediamo arrivare un principe indiano, sontuosamente adornato, che, con immenso orgoglio, è intento a portare a termine una battuta di caccia.

La compagnia suona trombe e corni di vacca, entra nella giungla, uccide tigri feroci, uccelli selvatici, cinghiali e daini e, presa dalla smania venatoria, non si accorge di aver perso la strada di casa; ha cibo, ma non acqua e, sebbene galoppi alla sua ricerca frenetica, non riesce a trovarne.

Mentre il sole sta per tramontare, ormai consapevole di essere senza un riparo che, durante la notte che incombe, li metta al sicuro dai predatori, il sovrano, che cavalca un po’ più avanti rispetto al suo gruppo, imbattutosi in una vecchia casetta fatiscente, scende da cavallo e si dirige verso la porta priva di chiavistello.

All’interno è tutto buio, eccetto un debole raggio di luce, che spunta da un buco nel tetto.

Il Principe, pensando che sia abbandonata, preso dalla disperazione, esclama:

C’è qualcuno?

Una voce calma e ferma, sorprendendolo, replica:

Sono qui, volete dell’acqua?

Il nobile, scruta attentamente nella semi-oscurità, finché non scorge la sagoma di un uomo. Stupito che costui conosca i suoi pensieri, ancora prima d’incontrarlo, gli chiede chi sia.

L’altro, prontamente risponde:

Sono solo un povero eremita.

Quest’ultimo accende una lampada e il nuovo arrivato, a questo punto, chiama la sua compagnia. Nel ricevere l’acqua offerta in quel luogo solitario nella giungla, tutti sono sopraffatti dalla gioia.

Il blasonato domanda:

Non avete paura di tigri e serpenti?

L’eremita replica:

Oh, no. Le belve sono i miei gattini e anche i rettili sono i miei animali domestici. Siamo amici, ci scaldiamo sempre con la luce solare dell’amore di Dio, presente in ogni cosa.

Spinto da curiosità, lo osserva meglio e si sorprende di due cobra che, come una ghirlanda, pendono dal collo del sant’uomo. Quando si avvicina di più, i serpenti, avvertendo le spiacevoli vibrazioni di paura e vendetta nascoste nel suo petto, sibilano ed alzano la testa a forma di cappuccio.

In quel medesimo istante, fra i seguaci del Signore, si scatena il panico: un’enorme tigre entra nella casetta, si siede tranquillamente ai piedi del padrone di casa e, ricevuto il suo premio di carezze, se ne torna lentamente nella foresta buia.

Il Sovrano, grato della bontà e cortesia del vecchio per averli dissetati e salvati dalle bestie feroci, esclama:

Venerando eremita, il vostro volto irradia gentilezza e sincerità, quindi, apprezzando il vostro operato vi sussurro ciò che può permettervi di diventare molto ricco, un segreto che rivelo per la prima volta e solo a voi.

Estrae una pietra da una piega del suo vestito e aggiunge:

Vi affido questo tesoro di famiglia, una Pietra Filosofale, che un grande alchimista donò a mio padre; ha il potere di trasformare in oro tutto ciò che con essa toccate.

Potete usarla ogni giorno e per un anno intero per convertire tutte le rocce che volete, potete poi vendere ciò che tramutate e, con il ricavato, costruire qui stesso un palazzo dorato. Tornerò fra un anno, sia per farvi visita che per riprenderla, perché, per me, conta più della mia vita. Non perdetela!

Il vecchio, inizialmente non vuole assumersi questa responsabilità, ma, dopo ripetute insistenze, accetta. Il nobile si congeda solo dopo essersi accertato che l’uomo riponga la pietra sotto la leggera cintura d’indumenti.

Ricompare esattamente un anno dopo, aspettandosi di vedere un sontuoso palazzo anziché il rudere malandato, che, invece, è ancora al suo posto, anzi, è in uno stato più decrepito rispetto all’anno precedente.

Con fare brusco, entrando, esclama:

Eremita, sei vivo?

Questi, con voce sonora e profonda, risponde:

Sì, Principe, benvenuto nella mia umile dimora.

Senza indugiare in cerimonie il Sovrano esprime i suoi sentimenti:

Che cosa è mai successo? Cosa avete fatto con la mia Pietra Filosofale? Perché non l’avete usata per diventare ricco?

L’asceta, dopo un attimo in cui sembra riflettere, replica:

Dunque, dunque, cos’è tutto questo chiasso per una pietra e per il mio diventare ricco? Non voglio esserlo più di quanta non lo sia già.

Il Principe si allarma, temendo si sia persa a causa della negligenza del vecchio.

Implora con tono preoccupato:

Non vi ricordate la preziosa Pietra Filosofale riposta, l’anno scorso, sotto la vostra cintura? Che ne è stato?

L’eremita ribatte:

Oh sì, ora ricordo tutto. Non è più in mio possesso sin dal giorno in cui, profondamente immerso nei pensieri dello Spirito, mentre mi bagnavo nel fiume, inaspettatamente e senza che io me ne rendessi conto, è caduta.

Il sovrano, preso dallo sconforto, mentre dice ad alta voce di non aver più nulla, sviene. L’altro, immediatamente lo fa rivenire, spruzzandogli dell’acqua fredda sul viso.

Mentre i membri del seguito del Sovrano avanzano minacciosi verso di lui, ridendo, dice:

Principe dalla testa d’Idra, fate chiasso per una pietra? Venite, seguitemi al ruscello, così la cercheremo.

Il sovrano insorge:

Che cosa? Ritrovare ora una pietra che è scivolata nella ripida corrente del canale un anno fa?

Imperterrito, il saggio dice:

Principe, voialtri, venite tutti! Non fate altra confusione, setacceremo tutto il letto del fiume.

Come sotto uno strano incantesimo, rispondendo al suo magnetismo spirituale e sottile, lo seguono silenziosamente fino al torrente. Una volta arrivati, l’anziano chiede al sovrano di tirare fuori il suo fazzoletto e di tenerne i quattro angoli con le mani.

Quindi, aggiunge:

Immergetelo nell’acqua e pregate:

“Oh Principe dell’Universo, artefice di tutte le pietre preziose, ridammi la mia Pietra Filosofale”.

Quando questi lo estrae dall’acqua, stupito ed incredulo, si accorge che contiene quaranta Pietre Filosofali della stessa foggia di quella smarrita e, appurato che ognuna di esse è in grado di trasmutare in oro i sassi comuni della riva, le lega nel fazzoletto e le rigetta nel canale.

Quando gli chiedono spiegazioni, con le mani congiunte, inginocchiatosi ai piedi dell’anziano e volgendo lo sguardo verso di lui, asserisce:

Onorato Santo, visto che considerate le pietre che trasformano tutto in oro alla stessa stregua di ciottoli senza valore, voglio avere quello che avete voi.

Il monarca abbandona così i suoi domini terreni, per imparare, dal vecchio e saggio eremita, come raggiungere il regno imperituro della Spirito.

Mentre io e Fabio osserviamo le toccanti gesta del Principe, Ermete Trismegisto, con una delicatezza senza pari, sorridendo dà il benvenuto ad un suo caro amico, il filosofo e mistico indiano Paramhansa Yogananda, che, dopo le presentazioni di rito, spiega:

Questa storia deve farci comprendere che i beni terreni, per quanto possano apparire preziosi, sono effimeri, perché l’uomo li deve abbandonare allorché sopraggiunge la morte del corpo fisico.

Anziché usare la Pietra Filosofale a beneficio di affari o per acquisire meri vantaggi temporanei, si dovrebbe fare come l’eremita, che utilizza il suo tempo e la sua abilità per ottenere i benefici eterni di Dio. Colui che pone l’Altissimo nel suo cuore diventa così facoltoso da essere pronto, se necessario e senza alcun indugio, a fare a meno di agi materiali e a considerare il denaro alla stessa stregua dei ciottoli di fiume, perché, così facendo, può ambire a godere delle ricchezze perpetue dello Spirito.

Il mistico indiano, atteso da discepoli desiderosi di conoscenza, si congeda e sparisce dalla nostra vista.

A questo punto, il tre volte grandissimo, chiosa:

Caro Pulcinella, in primo luogo mi preme dirti che San Domenico, il “secretum secretorum”, la perfezione terrena, la cosiddetta Pietra Filosofale, lo tramanda affinché possa giungere a chi ne è interessato. Tramite una trasmissione che va da maestro a discepolo, il suo segreto giunge a Sant’Alberto Magno e, da lui, a San Tommaso, il quale diviene, nel corso del tempo, autore di diversi trattati alchemici.

Le sue parole mi commuovono; dato che l’emozione non ha voce e che l’anima anche se si spande non è mai silente, nemmeno quando tutto tace, per cercare e trovare qualche verso da pronunciargli, per ringraziarlo della sua attenzione, provo ad intingere il calamaio nel cielo. Non trovando verso alcuno e mancandomi un po’ il respiro, abbassando lo sguardo verso il pavimento, resto in silenzio.

Ermete, rendendosene conto, prosegue:

Miei cari, vi invito a riflettere sul processo evolutivo del Principe dalla testa d’Idra.
La trasmutazione che vive rappresenta un’opera alchemica che, nei suoi significati, ripete il ciclo di Osiride, ossia, quello delle stagioni, una sequenza di morte e rinascita, tipica dei culti agrari, che vedono la luce nel periodo Neolitico e presenti nelle terre che si affacciano sul Mediterraneo e che fungono da fondamenta per la realizzazione dei riti misterici noti a chi, come voi, ambisce alla conoscenza.

Prima di svegliarmi e di lasciarmi andare agli impegni quotidiani, rifletto a lungo sul profondo insegnamento velato dal simbolismo racchiuso nella Pietra e nel comportamento del Principe e dell’eremita. Il mio pensiero, volando verso vette più alte, comprende che l’essere umano detiene e si esprime mediante un complesso impianto energetico che, nonostante compenetri il corpo per tutta la durata della vita, è visibile solo da occhi che sanno vedere è percepibile solo da menti che sanno discernere.

Questo è composto di materia che, vibrando ad una frequenza diversa rispetto a quella del piano fisico, sprigiona una carica capace di esercitare una forte influenza sul modo di sentire, pensare e agire, che, oltre ad alimentare il bene, ossia, lo spirito retto, onesto e grande di cui parla Seneca, supporta il comportamento giusto di cui parla il Profeta Ezechiele, che fa vivere se stessi, ma, al contempo, conferendo forza all’inestinguibilità dell’Ego, crea un rilevante danno collaterale.

Le varie immagini raffiguranti alchimisti che si isolano all’interno di laboratori particolari, non rappresentino altro che la ricerca di quella natura spirituale che consente, rettificando, di cercare e trovare la pietra nascosta.

La trasmutazione del piombo in oro rimanda all’evoluzione della coscienza individuale, al cammino che, partendo dal buio e dal caos, mediante una graduale purificazione, le fasi della Grande Opera, permette di ottenere l’oro puro che consiste nella trasformazione della materia grezza o coscienza, in quella Pietra Filosofale che rappresenta la rinascita spirituale, la rigenerazione, che consente di giungere, in piena coscienza, all’unione con l’Uno, con la Sorgente; che, metaforicamente, potremmo definire come opera filosofica che incarna il desiderio dell’individuo di superare i propri limiti, allegoria del cammino interiore ed emblema del tentativo di conoscere il proprio io.

Prima di svegliarmi, continuando a viaggiare idealmente, penso, infine, all’eremita che, nella capanna quasi diroccata, accende la lampada che chiunque si occupa di esoterismo accosta all’illuminazione interiore, alla nona Lama dei Tarocchi, al lampo ermetico che dona sapienza, all’Ermete interiore, all’Adam Kadmon cabalistico, al Divino che, in modo gioioso, dimora nell’uomo illuminato.

E, soffermandosi sulla lucerna, la mia mente, naturalmente, vola alla Bibbia, in cui si riporta che Dio, prima di creare cielo e terra, dà origine a quella luce, che, successivamente, diviene immagine di salvezza e purificazione. Lampada o lanterna, che grazie all’accensione dello stoppino, oltre a rischiarare il buio interiore, disperde il pensiero non illuminato e colmo di pregiudizio.

La mia ultima riflessione, prima di svegliarmi, è focalizzata sulla Cattedrale di Siena e sulla sequenza delle rappresentazioni che la sua pavimentazione evidenzia, un percorso iniziatico di scoperta e conoscenza interiore e spirituale, che, cominciando da Ermete Trismegisto, indica varie finalità alchemiche.

L’interpretazione di questa prima tarsia conduce chi si occupa di questi argomenti all’Alchimia, perché all’interno vi è presente il labirinto, che, oltre ad essere legato all’idea di un viaggio sotterraneo, è espressione dell’intera Opera e presenta tre grosse difficoltà: il percorso da seguire per giungere al centro di se stessi, la necessità di fronteggiare il duello sempre vivo tra le due nature umane e la strada che l’individuo deve seguire per uscirne.

Si riescono anche a distinguere le fasi alchemiche: la Nigredo, simboleggiata dallo sfondo nero, l’Albedo, dalla predominanza del bianco, e la Rubedo, dal colore rosso di alcuni elementi dell’abbigliamento della persona che riceve il libro da Ermete. In essa, infine, un altro elemento colpisce l’attenzione dell’osservatore: il giallo, colore che fa riferimento alla Citrinitas, che molti inglobano nell’Albedo, mentre altri, come San Tommaso d’Aquino, considerano una fase distinta.

Se dopo un mese o due vorrai osservare i fiori vivaci e i colori principali dell’Opera, ovvero il nero, il bianco, il giallo citrino e il rosso, allora senza alcuna altra operazione manuale, ma solo con la regolazione del fuoco, ciò che era manifesto sarà nascosto; ciò che era nascosto sarà manifesto.
Tommaso d’Aquino – Trattato sull’arte alchemica

Mentre suona la sveglia credo che una cosa vada detta:

Alchimia, tu si pe mme, ‘na cosa nova ca nun aggia maje ‘ncuntrata, si pe mme, nata emoziona, ca nun aggia maje pruvata. Si sule tu, sultante tu, ca me faje cchiu bella ‘a vita!

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Domenico Esposito

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.