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Pulcinella e i mondi invisibili

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Pulcinella


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L’ego, uno dei nostri peggiori nemici, per essere tenuto sotto controllo e vinto, va combattuto con vigore. La Saggezza della Kabbalah, reputandolo uno dei principali problemi dell’umanità, afferma che l’altruismo ne sia la soluzione.

Tale dottrina, che lo considera una caratteristica innata, quasi una qualità, dato che non è mai totalmente sopprimibile, crede si debba modificare il percorso, procedere diversamente, e suggerisce al singolo di farlo crescere fino a quando, sovrastandolo, riesca a trasformarlo in vero altruismo.

L’uomo, se riesce a coinvolgere l’ego, inteso come componente della creazione, per scelta può utilizzarlo nella costruzione del mondo spirituale verso la Saggezza. Il cabalista sostiene come non si debba cadere nelle sue trappole e occorra rieducarlo affinché diventi un elemento psicologico capace di animare la libertà personale.

Carl Gustav Jung, credendo che rappresenti il nucleo centrale della consapevolezza, il grappolo di energia affettivamente carico, elemento necessario dell’intenzionalità, della concentrazione e della risolutezza, asserisce che esso si inizi a formare nel momento in cui ci si stacca dal grembo materno.

L’individuo è tenuto a dividere il soggetto dall’oggetto e, per diventare conscio, deve avere chiari i propri limiti e ciò che non è, riuscire a percepire gli opposti, comprendere che ciò che è là è antitetico a ciò che è qui.

È complesso ma, al contempo, malleabile e “occupabile”. Quando altri contenuti dell’inconscio vi si insediano, diviene insicuro, manipolato. In sé non è un problema, visto che è necessario per lo sviluppo dell’identità, della consapevolezza e della risolutezza; si trasforma in ostacolo quando si lascia possedere dalle insicurezze ed influenzare dal passato.

Lo psicologo svizzero sostiene che la difficoltà non sia l’ego, bensì, ciò che gli accade. L’equilibrio perfetto, a cui si dovrebbe ambire, consiste in uno stato di ego aperto, in connessione con le altre parti del mondo esteriore ed interiore in cui si possono incamerare informazioni culturali e dialogare con l’inconscio.

Secondo Sigmund Freud, invece, consiste nella parte cosciente della mente, che gestisce il meccanismo di difesa. Questi rimarca che indichi la funzione propria dell’io, mediante la quale ripara dalle pulsioni troppo intense che non è in grado di affrontare. Per proteggersi, oltre ad attuare meccanismi di sublimazione, assume atteggiamenti e comportamenti coscienti completamente divergenti a quanto rimosso dall’inconscio.

Sia le dottrine spirituali che le pratiche di elevazione lo presentano con le sue diramazioni, tra cui spiccano egoismo, egocentrismo e narcisismo, sotto forma di fardello di cui il soggetto, per comprendere che la realtà è unica, le divisioni al suo interno sono illusioni e i confini sono apparenze, deve liberarsi, prima di divenirne schiavo.

L’egocentrismo è l’atteggiamento tipico di chi riferisce tutto a se stesso e, mettendosi al centro dell’attenzione altrui, non considera punti di vista terzi. L’egoismo è la condotta specifica di colui che, preoccupandosi solo di sé, dei propri bisogni e vantaggi, rifiuta la condivisione dei suoi averi.

Il disturbo narcisistico di personalità si caratterizza per idee di grandiosità, costante bisogno di ammirazione e mancanza di empatia.
Il comportamento dominante del vanesio è di difesa da potenziali ferite al proprio valore, strategia esternata reagendo con senso di superiorità, arroganza e disprezzo.

Chi non riesce a liberarsi dell’ego diviene preda di alterazioni che riguardano la sfera dell’Io. I danni che può cagionare sono ben evidenziati dalla favola kabbalistica nota come ‘Il racconto del ruscello’, che vado di seguito a narrare.

In un paese molto lontano e pieno di alture vivevano, uno di fianco all’altro, un lago, che si trovava ai piedi della montagna, ed un ruscello, che fluiva dalla sua cima. Il primo, che era molto fiero di sé, si vantava con l’altro di essere largo ed avere acque cristalline e, seppur sollecitato dal secondo, che apprezzatane la bellezza, lo invitava a dar da bere a tutti gli assetati, si rifiutava di cedere la propria acqua ai bisognosi, perché così si sarebbe rimpicciolito.

Tanti animali ed uccelli chiedevano infatti invano al lago di essere dissetati, ma ad accontentarli era, invece, sempre il ruscelletto che permetteva a chiunque di abbeverarsi. In una giornata estiva particolarmente calda, successe qualcosa di inaspettato.

Un topolino implorò il lago di aiutare un coniglietto che, infermo a causa di una zampetta rotta, si stava disidratando. Voleva che schizzasse un po’ d’acqua così che, arrivando verso di lui, gli permettesse di bere. Il lago, anche stavolta, si negò.
Il ruscelletto, allora, deciso a soccorrere il leporide, ma non avendo acqua a sufficienza per offrirgliela, richiamò l’attenzione di Madre Montagna, che, svegliatasi dal lungo letargo sotto il sole, lo accontentò, facendo scendere la neve che si stava sciogliendo sulla sua cima grazie alle alte temperature.

L’acqua, che prima correva giù dalla sommità del massiccio verso il lago, iniziò a fluire verso il ruscello, così che il primo divenne un pantano asciutto e il secondo un largo fiume. Presto arrivò fino al coniglio, saziò la sua sete, lavò le sue ferite e continuò il suo cammino fino al mare, offrendo a tutti acqua fresca e limpida.

Gli animali commentavano: “Puoi vedere quel grande flusso d’acqua? Un tempo era un piccolo ruscello, ma il suo forte desiderio di aiutare gli altri lo ha fatto diventare questo grande fiume che si congiunge al mare!”

Questa fiaba, apparentemente rivolta solo ai bambini, induce a ragionare su egoismo, egocentrismo, narcisismo e su tutto ciò che può caratterizzare negativamente l’essere umano e fa riflettere sull’aforisma del filosofo e mistico indiano Paramhansa Yogananda che afferma:

Quando cesserai di voler riempire la tua coppa di felicità ed inizierai a riempire quella degli altri, scoprirai, con meraviglia, che la tua sarà sempre piena.

Rimanda anche alla lettera Daleth, utilizzata come modalità non sacra per riferirsi a Dio, a forma di porta aperta vista di fronte, con l’architrave da destra a sinistra, dischiusa dal basso verso l’alto, che, grazie al suo valore numerico quattro, rappresenta il passaggio dal materiale allo spirituale e che permette sia l’ingresso nella creazione, nel mondo materiale, nelle quattro direzioni dello spazio, sia l’uscita, che riconduce al trascendente.

L’uscio che guida l’uomo verso la conoscenza mistica ed entità particolari proteggono dall’orgoglio, che non va attraversato se non si sa come uscirne, dato che gli stimoli a cui ci si sottopone, se troppo intensi, potrebbero cagionare l’alterazione dell’equilibrio mentale.

 

L’uomo in questione è quello che Castaneda definirebbe guerriero dei percorsi evolutivi, che, pur tenendo conto dei pericoli insiti negli stimoli intensi, desidera espandere i suoi orizzonti evolutivi attraverso la porta.

Costui, conscio che tutto scorre, che tutto è in perenne movimento, che il divenire è la condizione necessaria dell’Essere e che l’individuo esiste perché trasmuta, non teme il viaggio tra il domestico e l’universale, tra il concreto e l’immaginario, tra vita reale e visione del mondo invisibile.

Seguaci di diverse dottrine o correnti filosofiche, alla ricerca di un alto e concreto livello di unione con la Forza Superiore, la Sorgente, il Creatore, decisi a salire lungo la scala spirituale, si occupano del mondo invisibile e, caricando sulle spalle la bisaccia piena di bisogni, cercano di penetrarvi.

Tali viandanti dello studio e della speculazione giungono alla conclusione che l’uomo, oltre ad essere caratterizzato dalla materia, dal corpo fisico, esiste su altri livelli.

Come il sognatore tolteco, di cui parla Castaneda, mediante il sogno o l’uso di particolari piante allucinogene, dissociandosi dal corpo, si guarda da una diversa prospettiva, come farebbe uno spettatore, così fanno i seguaci di diverse dottrine spirituali. L’auto osservazione li porta a compiere esperienza con mondi definibili piani sottili, invisibili o paralleli, che si compenetrano l’uno nell’altro.

Alla luce delle esperienze dei viandanti, esistono due regni. Il primo, ma non per importanza, è conosciuto come mondo visibile e si caratterizza per l’oscurità e per le conseguenze, per il bene e per il male, per l’ego e per gli impulsi, mentre il secondo è denominato mondo invisibile ed è quello dei cambiamenti duraturi, della Luce e della Causa Primaria.

La persona, nel mondo visibile, vive le limitazioni dei cinque sensi, reagisce agli eventi esterni, si accontenta di soddisfazioni temporanee e si lascia stimolare dai desideri dell’ego. Qui, anziché cambiare in modo positivo e permanente, si lascia imbrigliare da variazioni continue, ma di breve durata e, nonostante si renda conto di essere in procinto di diventare una vittima, pur soffrendo per comportamenti e circostanze esterne, generalmente non modifica gli intrinsechi schemi comportamentali.

Il secondo regno è quello della Luce, quello invisibile, dalle infinite possibilità, della chiarezza, della comprensione e dell’Unione con il tutto, con l’Uno. Un luogo imperscrutabile, affascinante, non accessibile a chiunque e molto più grande del precedente. Platone ritiene che gli attimi di connessione a questo mondo siano paragonabili a “momenti di follia divina”, Castaneda, invece, memore degli insegnamenti toltechi, pensa che vi si possa accedere mediante il sogno.

I sogni, le visioni e le intuizioni, in modo volontario e senza l’ausilio di forme di magia negative o sconsiderate, consentono di connettersi al mondo invisibile, in cui si crea ordine partendo dal caos e di codificare le informazioni di questo regno, per beneficiare dell’insita saggezza.

L’uomo, pur essendo sempre in contatto con questo mondo, nonostante sia conscio che accedendovi con i sensi superiori può ambire al perenne e positivo cambiamento spirituale, non può penetrarvi e non sa come vivere tale stato di coscienza, poiché, per farlo, necessita di un impegno costante.

Il regno dell’invisibile, secondo la visione cabalistica, è illustrabile tramite un diagramma in cui si codificano tre differenti mondi. Il primo è quello delle emozioni e della psiche umana, conosciuto come piano o mondo astrale o del desiderio, metafisico, connesso a quello dei sogni e che precede quello mentale.

Esso consta di una materia sottilissima, che sembra dotata di una speciale vitalità e mobilità e che, analizzata dal punto di vista scientifico, manifesta un incessante movimento, muta la sua forma, con rapidità, e con un’infinità di colori e sfumature cromatiche, non visibili dall’occhio umano.

Alcuni studiosi di esoterismo ritengono che il mondo astrale sia una replica di quello fisico e che, in quanto dimensione più vicina a quella terrena, si deteriori nel momento in cui il corpo materiale decade. Per essi il Piano Astrale è suddiviso in sette livelli differenti.

I piani inferiori consistono nel mondo degli incubi, dell’odio e dei desideri più immorali e sciagurati dell’umanità dove si riscontra una grande e nebulosa sensibilità. Sono assimilabili all’inferno, ossia, a quel livello in cui si è privi di speranza, si è sottoposti a punizioni non intese come castighi, ma come naturale conseguenza della permanenza in un’aurea auto costruita e negativa.

I piani intermedi sono quelli in cui i desideri e le aspirazioni di colui che vive nell’individuale mondo delle illusioni, si materializzano in materia astrale.

I piani superiori, invece, sono caratterizzati da bontà e luminosità e da ambienti sottilissimi che, per essere attraversati in modo ascendente, richiedono che l’amore svolga un ruolo rilevante. La risalita corrisponde alla crescita della percezione spirituale e permette all’anima di liberarsi dai vincoli e dai veli che coprono la verità.

Il mondo invisibile, successivo a quello astrale, è quello mentale, ancora più sottile del precedente, ed è noto come mondo delle idee o delle astrazioni. In esso l’uomo può entrare, ma percependone un debole riflesso anziché la vera natura, caratterizzato dal contrasto tra la coscienza e lo stato di sogno, in cui normalmente si vive.

Egli, per sopperire alla debole percezione ed implementare la comprensione all’analogia, quindi immerso nella vita ordinaria, si identifica con i personaggi dei mondi matrici dell’astrale e del fisico, e, convinto che questa sia la realtà, si confronta con essi.

Osservando, però, sia la sua vita che le sue interazioni, ci si accorge come non sia questa sia realtà, ma l’ombra o la proiezione di una diversa tangibilità. Si può scoprire il mondo mentale, ma non controllarlo, né dal piano fisico, né da quello astrale. La mente, invece, cerca di influenzare la persona per soddisfarne il destino.

Lo studioso di esoterismo, lo sciamano e chiunque intraprenda il percorso che conduce al regno invisibile, è conscio che il mondo successivo a quello mentale è il più difficile da comprendere, giacché, oltre ad oltrepassare anche la coscienza risvegliata, rappresenta la fonte del vero amore.

Il livello più alto dell’essere umano, appartenendo a questo mondo, spinge ognuno a tornarci, ma, per farlo, è necessario sacrificare ciò che si pensa di essere ed affrontare enormi difficoltà, eppure alcuni intravedono questo mondo sotto forma di esperienze trascendenti. Chi ci riesce è in grado di comprendere che la vera essenza dell’uomo, anziché essere il Sé condizionato, con cui normalmente ci si identifica nel mondo fisico, consiste nel corpo spirituale, nella pura essenza divina.

Il sogno di cui parla don Juan, il maestro di Castaneda, la meditazione, e altre tecniche utilizzate da chi intende scoprire la sua vera essenza, sono utili a penetrare, attraversare i vari mondi e percepire l’alveo del Sé incondizionato, del Sé Superiore, di quello che il Conte di Saint Germain definisce “Io Sono”.

«Ascolta. IO SONO tu: quella parte di te che è e sa, che sa tutte le cose, che sempre seppe e sempre fu». «Io sono tu, il tu Sé; quella parte di te che dice Io sono ed è Io sono.

Io sono quella parte più alta di te stesso, che vibra entro di te mentre leggi; che risponde a questa mia parola, che ne percepisce la verità, che riconosce per sua natura tutta la verità e scarta ogni errore dovunque lo trovi.

Ciò io sono: non quella parte di te che sino a oggi s’è nutrita dell’errore». «Poiché io sono il tuo vero Istruttore, il solo che tu conoscerai sempre, il solo Maestro; io, il tuo Sé divino».

A chi, come me, Pulcinella, cerca di comprendere ed immergersi completamente nei fenomeni, nel mondo invisibile, negli universi paralleli, il racconto fa pensare al nesso tra questi e il libero arbitrio, che induce alcuni studiosi di esoterismo, che intendono ottenere un certo cambiamento, a non fermarsi alla realtà relativa, anzi, a cercare di comprendere la vera essenza dell’uomo e la differenza tra questi e le dimensioni che hanno a che fare con l’energia materiale, in sanscrito maya-shakti.

Di questo legame si occupa anche Wilhelm von Leibniz che ritiene che Dio conosca tutte le possibili potenzialità, gli infiniti universi sconosciuti ai più, ma abitati da altre entità e che preveda tutto, che conosca già le scelte del singolo, ma che gli lasci, appunto, l’esercizio del libero arbitrio.

Gli studiosi di fisica quantistica corrono in aiuto di Leibniz, poiché affermano che per ogni istante può esserci una biforcazione che coinvolge la volontà individuale e che necessita di una decisione, che consente a ognuno di optare verso quale universo potenziale e alternativo dirigersi.

L’intellettuale tedesco, riprendendo il concetto di unità minima ed indivisibile che costituisce tutte le cose, già introdotto da Giordano Bruno, formula una teoria interessante e futuristica; utilizzando aforismi e frasi paragonabili a veri e propri Sutra, scrive un trattato in cui paragona l’anima alla monade. Secondo lui l’anima spirituale è una monade, un punto di energia eterno, non materiale ma metafisico, una scintilla di energia a forma di sfera, in sanscrito Jiva, al cui interno dimorano l’intero universo, il passato, il presente e il futuro.

Leibniz precisa che l’uomo è consapevole solo di una minuscola parte chiara della monade, mentre la restante parte, di dimensione maggiore, è coperta da un velo. È la parte scura che gli psicologi definiscono inconscio e che gli sciamani, i sognatori, i cabalisti, gli asceti e chi intraprende il percorso che tende all’illuminazione, vogliono svelare.

Dato che la consapevolezza dell’uomo è esigua e la monade che lo rappresenta è limitata, gran parte della mente, intesa come riflesso della coscienza, classificata dagli studiosi di psicologia come inconscio, è ignota. L’uomo, infatti, è consapevole solo di una piccolissima parte, quell’area che non funge da serbatoio del passato, del presente e del futuro.

jiva

Per Leibniz la monade o jiva è un frammento Divino, una scintilla del Fuoco Supremo, un’energia infinitesimale, ma allo stesso tempo, esiste un’energia infinita, una Monade Assoluta, un Dio consapevole di tutto, una Monade delle Monadi, rappresentabile come un elemento completamente chiaro, giacché la consapevolezza divina, anziché essere parziale, come quella infinitesimale dell’uomo, è totale.

Nonostante nella monade uomo prevalga lo scuro, ogni individuo, volendo, può implementarne la parte chiara, che corrisponde alla cognizione individuale, intraprendendo il percorso che conduce nei pressi del Tutto, itinerario possibile poiché l’individuo è potenzialmente in grado entrare e vivere i molteplici “mondi”. Il Viaggio, caratterizzato dal viandante, è soggettivo e dinamico, poiché risente del suo modo di essere, della sua volontà e del suo desiderio di giungere al Sé, alla Sorgente.

Quanto anticipato da Leibniz, pur apparendo come semplice teoria filosofica, presenta analogie con la fisica quantistica e la kabbalah.
La prima descrive il Tutto come un Multiverso, esteso nello spazio – tempo, mentre la seconda, attraverso il Sefer Yetzirah, il Libro della Creazione, spiega come si passi dall’unità perfetta di Dio alla molteplicità del mondo fisico.

I cabalisti, mediante il Libro della Creazione o della Formazione, oltre ad occuparsi delle Sefiroth e codificare i vari piani spirituali, studiano il significato dei precetti religiosi e i vari ordini e corrispondenze tra le creature dei mondi inferiori e quelle dei mondi superiori. La Dottrina Cattolica, invece, seppur in modo differente, anche attraverso il Credo, riconosce l’esistenza di due mondi, «il visibile e l’invisibile».

L’arte cristiana, assolvendo sia a compiti funzionali che spirituali, mediante le realizzazioni sacre, cerca di far aderire, mediante la contemplazione, l’umano al divino, aiutando così i fedeli a passare dal visibile all’invisibile, mentre i testi dottrinali si occupano dei mondi invisibili in modo particolare, spirituale e profondo.

Non a caso, si legge che l’uomo, nella Creazione, occupa un posto unico, che egli è «a immagine di Dio» e che nella sua natura unisce il mondo spirituale e il mondo materiale.

I mondi invisibili sono anche citati nel Nuovo Testamento, in una lettera di Paolo di Tarso:

Egli è l’immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà.
Colossesi 1,15-16

 

Il viaggio onirico, la meditazione, le induzioni ipnotiche e altri percorsi sono in grado di “liberare la natura divina” dell’uomo; chi, oltre a sondare e percepire l’esistenza dei molteplici mondi, ne comprende e vive, nella quotidianità, l’insita verità, è in grado di cambiare la sua prospettiva.

Sognare non è solamente ciò che si fa durante il sonno. L’occhio non è solamente un occhio. Vedere è più che soltanto vedere. Chi vede sente, chi vede pensa.

Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca' Rezzonico, Venezia

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Domenico Esposito

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.