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Prometeo, tra l’antico mito e la moderna Massoneria

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Prometeo a Santa Maria Capua Vetere (CE)


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Qualche tempo fa sono stato a visitare gli scavi di Santa Maria Capua Vetere (CE), l’antica Capua, e mi sono imbattuto in un bassorilievo raffigurante Prometeo. Rileggendone il mito, mi sono venute in mente una serie di riflessioni.

Il mito
Guardando la terra dall’alto dell’Olimpo, Giove la vedeva deserta e desolata, abitata da uomini e da animali, nascosti nelle loro tane e nelle profonde caverne dalle quali non osavano uscire che raramente. Infatti, solo di notte, gli uni temendo gli altri, s’avventuravano fuori in cerca di cibo.

Il dio supremo pensò che questa continua paura dovesse finire, chiamò Epimeteo, figlio del titano Giapeto, e gli disse:

Vai sulla terra e dona ad ogni essere quanto gli occorre per difendersi e procurarsi il cibo senza più paura!!!

Questi, sceso sulla Terra, diede a tutte le creature quanto ad esse occorreva: qualcuna ebbe zanne ed artigli, altre ali per volare, fiuto sottile, udito pronto, altre ancora la velocità nella corsa, altre l’astuzia, altre la forza. Soltanto l’uomo, pieno di paura, rimase nascosto e non si fece avanti, per cui Epimeteo si dimenticò di lui e non gli diede nulla.

Di ciò si accorse il fratello Prometeo, il più intelligente e colto fra tutti i Titani: egli aveva, infatti, assistito alla nascita di Minerva, dea della sapienza, dalla testa di Giove, e la stessa divinità femminile gli aveva insegnato l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, l’arte di lavorare i metalli, l’arte della navigazione. Prometeo, che amava molto il genere umano, aveva a sua volta generosamente insegnato tutte queste arti ai mortali. Zeus, non approvava la gentilezza del titano per le sue creature e considerava i suoi regali troppo pericolosi perché con essi gli uomini sarebbero diventati sempre più potenti e capaci, e aveva perciò deciso di distruggerli.

A quell’epoca, gli dei non vivevano unicamente sull’Olimpo, ma dividevano con gli esseri umani gli angoli di mondo e con loro trascorrevano momenti conviviali di grande allegria e serenità. Durante una di queste riunioni tenuta a Mekone, una pianura nei pressi di Corinto, dove ricchezza e abbondanza nascevano spontaneamente, fu portato un enorme bue, del quale metà doveva spettare a Zeus e metà agli uomini. Il signore degli dei affidò l’incarico della spartizione a Prometeo che ammazzò l’animale, lo tagliò e ne fece due parti. Agli uomini riservò i pezzi di carne migliori, nascondendoli però sotto la disgustosa pelle del ventre del toro. Agli dei riservò le ossa che mise in un lucido strato di grasso. Fatte le porzioni, invitò Zeus a scegliere la sua parte, il resto andava agli uomini.

Zeus accettò l’invito e prese la parte grassa, ma vedendo le ossa abilmente nascoste, si arrabbiò, tolse il fuoco agli uomini e lo nascose. Prometeo, poiché non poteva accettare che gli uomini soccombessero alla forza della Natura o alla ferocia delle belve, pensò di dar loro questo prezioso dono che li avrebbe resi i padroni indiscussi della Terra.

Con il fuoco essi avrebbero potuto scaldarsi d’inverno, cuocere la carne, tenere lontani gli animali pericolosi, illuminare le caverne e la notte; avrebbero, inoltre, potuto fondere i metalli e darsi così attrezzi per lavorare il terreno ed armi per difendersi e cacciare. Ma il fuoco apparteneva agli dei che ne erano assai gelosi ed era ben protetto nelle viscere della Terra nell’officina di Vulcano, il dio del fuoco appunto, che, con l’aiuto dei Ciclopi, fabbricava i fulmini di Giove.

Una notte Prometeo, dopo aver addormentato Vulcano con una tazza di vino drogato, rubò qualche scintilla e la nascose in un bastone di ferro cavo; poi, corse dagli uomini ed annunciò che recava loro il dono più grande.

Dall’alto dell’Olimpo Zeus vide tutto e scosse i suoi fulmini, in preda a una furia terribile. Chiamò Efesto e lo rimproverò:

Ti avevo affidato il fuoco e te lo sei fatto rubare. Adesso gli uomini monteranno in superbia e si crederanno simili a noi, gli immortali!!! Bisogna punire Prometeo!!!

Zeus fece fabbricare una catena a Vulcano affinché legasse Prometeo ad una rupe irraggiungibile esposta ai raggi del sole e mandasse un’aquila a mangiarne il fegato. Il dio, obbedendo a malincuore agli ordini impartiti da Giove, incatenò il titano alla roccia. Ogni giorno, un grande rapace volava da lui e con gli artigli gli squarciava il ventre, divorandogli il fegato con il becco adunco; durante la notte l’organo ricresceva, le ferite si rimarginavano e l’indomani il martirio ricominciava.

Un giorno Ercole vide l’aquila straziare Prometeo incatenato. Con il permesso di Giove, suo padre, abbatté il rapace e spezzò le catene: Giove dall’Olimpo, volgendo gli occhi al cielo, annunciò al titano che lo rendeva libero. A quel punto Prometeo gli espresse il desiderio di restare per sempre su quel monte, così, guardandolo, gli uomini si sarebbero rammentati che era stato lui a dar loro il fuoco. Fu trasformato, subito, in una grande e maestosa roccia.

Nel Protagora, un dialogo dedicato al tema dell’insegnabilità della virtù, anche Platone si rifà al mito di Prometeo. Protagora si propone di educare i propri allievi ad una condotta assennata, in modo che diventino buoni cittadini.

Ma, chiede Socrate:

È veramente possibile insegnare la virtù come si fa con le tecniche o le arti?

Protagora decide di rispondere attraverso il mito di Prometeo: Epimeteo plasmò in modo armonioso i vari animali, dimenticandosi degli uomini. Prometeo, per fornire l’uomo dei mezzi per sopravvivere, rubò il fuoco a Efesto e la sapienza tecnica ad Atena. Tuttavia, gli uomini rischiavano di estinguersi a causa della diffidenza reciproca, che impediva la formazione di gruppi stabili e relegava gli individui alla solitudine. Zeus, preoccupato dalla sorte dei mortali, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia.

Ermes chiese a Zeus in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia agli uomini:

Devo distribuirli come sono state distribuite le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono, e questo vale anche per le altre discipline. Mi devo regolare allo stesso modo riguardo il rispetto la giustizia, o posso distribuirli a tutti gli uomini?

Rispose Zeus:

A tutti e tutti ne siano partecipi; infatti non esisterebbero città, se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome mio una legge in base alla quale si uccida, come peste della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia.

Quindi, conclude Protagora, mentre per le altre tecniche vi sono pochi esperti a cui gli altri si devono rivolgere in caso di bisogno, per la virtù ciò non accade, poiché tutti ne sono provvisti.

Riflessioni
Credo che nel mito di Prometeo ci siano diversi spunti che legano questo personaggio e, la sua storia, alla figura del massone.

Prometeo, in greco antico: Προμηθεύς, Promethéus, “colui che riflette prima” si contrappone ad Epimeteo, in greco antico: Ἐπιμηθεύς, Epimetheús, “colui che riflette in ritardo”. Il concetto di riflessione è uno dei cardini della massoneria, se pensiamo che appena il profano entra in una loggia, prima della cerimonia di iniziazione, viene inviato ed isolato in una cameretta oscura che prende il nome di “Gabinetto di Riflessione”.

Come sostiene Oswald Wirth, massone, esoterista, astrologo e scrittore svizzero:

In questo luogo si attua il primo insegnamento massonico: per imparare a pensare occorre esercitarsi nell’isolamento; vi si perviene rientrando in se stessi, guardando dentro senza distrarsi con quanto avviene fuori.

Prometeo ama il genere umano ed insegna ai mortali l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, l’arte di lavorare i metalli, l’arte della navigazione. Le discipline da lui insegnate al genere umano, sono quasi identiche a quelle studiate dagli alchimisti, le cui conoscenze ed insegnamenti sono alla base dei rituali e della simbologia massonica.

Infatti, il ruolo svolto dagli alchimisti consiste nella ricerca di una verità naturale che esclude ogni riferimento alla dimensione trascendente e rappresenta uno degli obiettivi che ha caratterizzato fin dai primordi l’opera iniziatica ‘Tutta la natura è importante e la sua conoscenza è fondamentale nella nostra ricerca massonica’, A. De Giovanni, Le radici esoteriche della massoneria – L’arca vivente dei simboli, Atanòr, 2003.

Pensiamo ad Arnaldo da Villanova (1240 – 1312 o 1313) il quale diceva a Federico II d’Aragona:

Sappi, o Re, che i sapienti misero nelle opere molte cose e molti modi di procedere, come ad esempio: il dissolvere, il coagulare molti vasi e pesi; ciò fecero per accecare gli ignoranti e per rivelare agli intelligenti il loro opus.
Arnaldo da Villanova: epistola sull’alchimia scritta per Federico II d’Aragona

Altra figura emblematica è Paracelso (1493 – 1541):

L’uomo può e deve conoscere la natura e i suoi fenomeni, vivervi dentro in maniera armoniosa, e rapportarsi a essa con equilibrio.

Per dare questo è necessario posare saldamente su quattro pilastri: la Filosofia, che in questo caso è intesa come conoscenza del mondo fisico, terra e acqua, l’Astronomia e l’Astrologia, che alludono al sapere della mente, aria e fuoco, l’Alchimia, ovvero la comprensione del potere divino insito nell’essere umano, padronanza dei quattro elementi, la Virtù personale, essenziale per mantenere salde le altre tre colonne.

Paracelso fa ampio uso dell’alchimia naturale, la medicina spagirica, servendosi di preparati ad azione purgativa, revulsiva, diuretica, emetica e diaforetica. Una delle molte leggende sulla vita di Paracelso narra che abbia ricevuto in custodia la Pietra durante un suo incontro con Salomon Trismosin. Di quest’ultimo si hanno poche notizie. Secondo l’anonimo stampatore dell’Aureum Vellus, Salomon Trismosin fu precettore di Paracelso e, preso dal desiderio di realizzare la pietra filosofale, nel 1473 cominciò a viaggiare e a peregrinare nella speranza d’incontrare qualcuno che gliene rivelasse il segreto. Tra i molti viaggi arrivò anche a Venezia dove assistette agli esperimenti di laboratorio di alcuni “facitori d’oro” e dove, presumibilmente, imparò il segreto della trasmutazione dei metalli.

Michael Maier (1568 – 1622), altro importante medico alchimista dai tempi di Paracelso, riteneva i Rosacroce custodi di un’antica tradizione segreta, i cui membri:

Conoscono la vera astronomia, la vera fisica, la matematica, la medicina e la chimica, e tramite il loro sapere sono in grado di produrre dei risultati rari e stupefacenti.

Inoltre, a proposito di architettura, altra disciplina insegnata da Prometeo, Hiram, l’Architetto capo della costruzione del tempio di Salomone, rappresenta per i liberi muratori il punto di riferimento. La capacità e la costanza nel lavoro, la propensione alla riflessione, la volontà di migliorarsi, così come la resurrezione di Hiram, sono esempi di cosa significhi essere uomini iniziati e, quindi, massoni.

Prometeo ruba il fuoco, interpretabile come l’intelligenza e la coscienza, dotando, quindi, l’uomo di ragione e di mente, e per questo viene punito. Prometeo, in questo caso, ricorda la figura del perseguitato. Per esempio, se pensiamo alla Santa inquisizione, l’istituzione ecclesiastica fondata dalla Chiesa cattolica per indagare, mediante un apposito tribunale, i sostenitori di teorie considerate contrarie all’ortodossia cattolica, le cosiddette eresie.

Questa istituzione, per secoli, è la principale responsabile della decadenza della cultura italiana ed europea nel Seicento, e le sue vittime più illustri, Giordano Bruno giustiziato a Roma, Tommaso Campanella imprigionato per circa un quarto di secolo, Galileo Galilei costretto ad abiurare, sono stati “martiri” del libero pensiero. Inoltre se riflettiamo su cosa il massone ha subito durante l’epoca fascista, come per esempio, il deputato napoletano Giovanni Amendola, iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma ed aggredito dai fascisti con a capo Carlo Scorza, futuro segretario del Partito nazionale fascista.

Venendo ai giorni nostri se pensiamo a tutti preconcetti che la gente ha verso il massone, accusandolo ingiustamente di tramare alle spalle della gente e di avere legami con organizzazioni criminali, forse anche in questo caso la figura di Prometeo, quale vittima, rispecchia il massone!

Concludo citando una frase di Piero Bevilacqua:

Ci vuole ben altro che il becco di un’aquila per intimorire Prometeo.

Ebbene io penso che se il massone rispecchia un poco la figura di Prometeo, ci vorrà ben altro per intimorirlo!!!

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Francesco Oriente

Autore Francesco Oriente

Francesco Oriente, nato a Napoli il 14/01/1972, ha conseguito nel 1996 la laurea con lode in Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli “Federico II”. Ha frequentato l’Istituto di Patologia Generale svolgendo la sua attività di ricerca sui meccanismo d’azione dell’insulina. Nel 2002 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Biologia e Patologia Cellulare e Molecolare e nel periodo 2001-2003 è stato “Postdoctoral fellow” presso il Department of Medicine della Columbia University, New York, NY, USA. Nel 2008 ha vinto il concorso per Ricercatore universitario nel settore MED/05 – Patologia Clinica. Attualmente svolge la sua attività presso l’Istituto di Patologia Clinica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli “Federico II”.