Pinocchio non meritava la fine che gli abbiamo fatto fare.
È diventato il simbolo del bugiardo, dell’impostore, del bambino che inventa storie. Una riduzione comoda, quasi pigra.
Perché Pinocchio, quello vero, non è un bugiardo: è un essere profondamente umano che cerca di capire chi è, e usa la bugia per sopravvivere a un mondo che non comprende.
La menzogna, in Collodi, non è una colpa: è una tappa della crescita. È la paura di deludere, è il timore di non essere all’altezza, è la tentazione di evitare il dolore.
Era umano. Forse il più umano di tutti.
E forse per questo è perfetto per parlare dell’uomo digitale, che oggi vive immerso nell’inganno più sottile: quello che non sa di raccontare. Perché sui social non ci sono un Gatto e una Volpe che ti fregano: sei tu che ti imbrogli da solo. E ogni social è come l’Omino di Burro che ti porta in un luogo da cui non vorresti mai andartene.
Pinocchio mentiva perché aveva paura. Noi mentiamo perché abbiamo bisogno di essere visti.
La verità è che la prima bugia dell’era digitale non è la foto ritoccata, non è la vita perfetta, non è la felicità ostentata. La prima bugia è molto più semplice e quasi tenera nella sua banalità:
Ho letto le condizioni e i termini di navigazione.
È il nostro primo gesto da Pinocchio moderno.
Non inganniamo davvero nessuno: è la bugia rassicurante che raccontiamo a noi stessi per non ammettere che accettiamo ciò che non comprendiamo. È la spunta che apre tutte le altre, il biglietto d’ingresso nel Paese dei Balocchi digitale.
Ci inventiamo vite migliori, filtri perfetti, giornate senza difetti, amori senza crepe. Trasformiamo l’esistenza in un teatrino, e alla fine non capiamo più se stiamo recitando per gli altri o per non guardare noi stessi.
L’identità digitale è un burattino con i fili tirati da un algoritmo. E quando gli altri applaudono, crediamo sia affetto. Quando ci ignorano, pensiamo sia un giudizio. È una fiaba moderna dove ognuno vuole essere bambino prodigio e finisce nel Paese dei Balocchi.
E che cos’è il Paese dei Balocchi, oggi, se non una bacheca piena di promesse? Divertimento facile, visibilità immediata, gratificazione istantanea. Là dove Lucignolo invitava Pinocchio con un “si sta da Dio”, ora ti invita una notifica con il suo piccolo campanello: entra, scorda il mondo, divertiti, non crescere.
Pinocchio, però, a differenza nostra, la lezione la impara. Non diventa “vero” perché smette di mentire: diventa vero quando smette di raccontarsi storie. Quando smette di fuggire. Quando decide di vedere la realtà, anche quando fa male. E allora la bugia scompare, il legno si scioglie, e il bambino appare.
La bugia digitale invece non scompare mai: si aggiorna. Pinocchio aveva un naso che cresceva. Noi abbiamo un feed che si allunga. Più mentiamo, più lui ci alimenta. Più raccontiamo ciò che non siamo, più ci restituisce una versione di noi che ci rassicura, che ci lusinga, che ci illude. Fino al punto in cui diventiamo prigionieri del nostro stesso profilo.
Pinocchio aveva un obiettivo: diventare umano, un bambino perbene era il suo desiderio.
Noi abbiamo un rischio: diventare burattini.
E non perché qualcuno ci muove i fili, ma perché abbiamo delegato la nostra identità allo sguardo degli altri. Un like, una reazione, un commento. Tutte cose che sembrano leggere, ma che pesano più del legno.
E allora forse dovremmo rileggere Collodi con meno paternalismo e più gratitudine. Perché Pinocchio non ci dice “non mentire”: ci dice qualcosa di molto più scomodo.
Ci dice:
non perdere te stesso inseguendo ciò che ti fa sentire accettato.
È un insegnamento che oggi fa quasi male.
Ma è anche l’unica strada per smettere di vivere come burattini in un teatro digitale dove tutti fingono di essere felici e nessuno ha il coraggio di dire la verità.
Pinocchio, alla fine, diventa il bambino che voleva essere.
Noi, se non stiamo attenti, rischiamo di fare il percorso inverso.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













