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Perché la Massoneria è cristiana

Massoneria

Dagli inferi alla coscienza, oltre l’invenzione del “Libro Bianco”

Radici di Pietra e Fede: un preambolo necessario.

Prima di varcare la soglia di queste riflessioni, è necessario sgombrare il campo da un equivoco storico che spesso offusca la vista dei moderni.

La Massoneria non nasce come un contenitore vuoto o agnostico. Sebbene le nostre origini ancestrali possano essere rintracciate nelle corporazioni di mestiere dell’antichità, come i Collegia Fabrorum dell’Antica Roma, la struttura iniziatica che oggi conosciamo ha una genesi ben precisa.

Essa fiorisce nel Medioevo ed è profondamente cristiana.

La storia parla chiaro a chi sa leggere i documenti: in particolare in Scozia, con gli ‘Statuti’ di William Schaw del 1598/1599, e in Inghilterra, i più antichi testi massonici esistenti, i cosiddetti ‘Old Charges’ o ‘Antichi Doveri’, come il celebre ‘Poema Regius’ del 1390, iniziavano sempre con potenti invocazioni alla Santissima Trinità e alla Vergine Maria.

Non c’era spazio per il vago deismo moderno: i Maestri operativi lavoravano nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La “de-cristianizzazione” parziale, avvenuta nel 1723 con le ‘Costituzioni’ di Anderson, è un fatto successivo, “moderno”, che ha coperto, ma non cancellato, il DNA originale. L’universalismo razionalistico settecentesco si è sovrapposto a questa radice, ma il tronco su cui è innestata la nostra tolleranza rimane, storicamente e spiritualmente, il Cristianesimo. Riconoscere questo non è dogmatismo, è onestà intellettuale verso la nostra stessa storia.

Spesso, nel silenzio del Tempio, quando lo sguardo si posa sull’Ara, mi chiedo cosa stiamo realmente custodendo. Si parla tanto di universalismo, di una fratellanza che abbraccia ogni credo sotto la volta stellata – ed è vero – eppure, più scendo nelle profondità della mia coscienza iniziatica, più sento risuonare quella verità antica, radicata nei nostri statuti originali: la Libera Muratoria, nella sua essenza più vibrante e operativa, è intimamente cristiana.

Rigetto con forza, con la calma di chi ha meditato a lungo tra le Colonne, l’idea moderna e scialba del “libro bianco”. Un libro dalle pagine vuote, posto sull’Ara come simbolo di tutte le fedi, è un non-simbolo. È il nulla che pretende di rappresentare il tutto.

La vera tolleranza massonica, quella che era proverbiale nei nostri Padri, non è l’accoglienza del vuoto, ma la capacità di accogliere alcuna idea senza escluderla, partendo però da un Centro. E quel centro, per noi che lavoriamo nell’Ordine, non può che essere il Prologo di Giovanni.

Quando il Maestro Venerabile apre i lavori, il Vangelo non è lì per caso.

In principio era il Verbo.

Eccola, la Parola Perduta. Non è smarrita perché non c’è più; è “perduta” perché l’abbiamo dimenticata, sepolta sotto macerie di egoismo e materialismo.

Il libro aperto sull’Ara all’incipit di Giovanni è il vero Libro di tutte le religioni, poiché il Logos è la matrice di ogni sapienza, la Luce che illumina ogni uomo.

In questo cammino, trovo un ponte inaspettato con la Chiesa di Pietro. Se guardiamo con l’occhio dello spirito, vediamo che la Chiesa custodisce il mandato. Ha preservato il testo, il rito, il sacramento, nonostante le deviazioni.

Ma sono io, oggi, a riaffermare con forza quella frase del Nazareno, facendola risuonare tra le Colonne:

Non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento.

E per comprendere la portata rivoluzionaria di questo “compimento”, dobbiamo rivolgerci a chi, come il teologo Alberto Maggi, ha saputo pulire il Vangelo dalle incrostazioni del potere.

Maggi ci svela una verità folgorante: Gesù segna la fine della Religione intesa come sistema di gerarchie, di leggi e sacrifici dovuti a un Dio giudice, e inaugura l’era della Vita e del Dono.

Il Dio di Gesù non chiede all’uomo di servirlo, ma si fa servo dell’uomo affinché l’uomo fiorisca. La Massoneria è cristiana proprio in questo senso: è il luogo dove la norma diventa etica della libertà.

Per giungere a questa Luce, bisogna però avere il coraggio di guardare nel buio. E qui dobbiamo essere precisi e spietati: l’idea infantile dell’Inferno come luogo di tortura futura è un equivoco che la stessa Chiesa sta correggendo.

Le traduzioni più recenti della Bibbia hanno sostituito il termine “Inferno” con traduzioni più fedeli ai testi originali – come “inferi”, “regione dei morti” o “Geenna” – poiché la vecchia resa non era più considerata accurata.

Quindi si parla di profondo, di oscurità, di sottosuolo.

Gli Inferi non sono una condanna geografica, ma una condizione esistenziale. È lo stesso “luogo” di cui parlavano gli alchimisti nel V.I.T.R.I.O.L. (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem). Visita l’interno della terra, scendi nella tua caverna personale, nel sottosuolo della tua coscienza.

Lì, in quella oscurità radicale, risiedono i nostri demoni, le nostre paure, le nostre prigioni. L’Inferno è vivere incatenati in questo sottosuolo, ciechi alla luce, separati dall’Amore. Siamo noi i carcerieri di noi stessi.

Siamo chiamati a una rivoluzione interiore. Viviamo in quello che la tradizione indù definisce l’ultimo tratto del Kali Yuga, l’Età oscura dei conflitti.

Ma attenzione: come ci insegnano i Purana, questa non è la fine, ma un ricominciamento. È il momento in cui il ciclo si chiude per riaprirsi. I testi sacri ci dicono che, proprio quando l’oscurità sarà massima, le menti di coloro che sapranno risvegliarsi diverranno “trasparenti come il cristallo” e saranno i semi della futura Età dell’Oro (Satya Yuga).

Non andiamo verso il nulla, ma verso l’alba.

Ed è qui, all’interno della Chiesa Romana, che si innesta la voce profetica di Marco Guzzi. Egli traduce questa transizione epocale in un compito concreto per i cristiani.

Come scrive nella sua opera Darsi Pace, offrendoci una visione che supera la paura del crollo:

Noi non stiamo vivendo la fine del mondo, ma la fine di un mondo. […] Quella che ci appare come un’agonia è in realtà un parto.

Guzzi sostiene con forza il bisogno di un vero cammino iniziatico all’interno della Chiesa e della  testimonianza cristiana. Non basta più la sola appartenenza esteriore o dogmatica; la Chiesa stessa deve riscoprire la sua vocazione di “grembo” per generare l’uomo nuovo.

È necessario vivere l’iniziazione non come fuga dal mondo, ma dentro la storia, trasformando la fede da obbedienza cieca a esperienza diretta di nuova nascita.

In questa risalita, il pensiero di un metafisico contemporaneo, Rémi Boyer ci offre la chiave della “Via di Risveglio”. Radicato nella profonda corrente del Martinismo cristiano e del massonico Rito Scozzese Rettificato, Régime Écossais Rectifié, – quella “Via del Cuore” che da secoli cerca la reintegrazione dell’uomo nel divino attraverso il Cristo Logos – Boyer ci invita a praticare un sano “incoerismo”.

Dobbiamo rompere la maschera, la Persona, che cerca disperatamente una coerenza sociale fittizia, ed entrare nella zona del Silenzio per sfiorare l’Assoluto. È una via senza maestri esteriori, perché il vero Maestro, come insegna la Tradizione, si trova nel santuario interiore del cuore, una volta usciti dal sottosuolo.

Ma non basta. Come ci ha insegnato René Guénon, c’è una necessità enorme di coniugare l’Esoterismo, il nocciolo di luce, con l’Exoterismo, la forma religiosa, la caverna rituale che protegge il fuoco.

Non possiamo accedere al contenuto senza un contenitore. Non dobbiamo distruggere i riti sacramentali, ma comprenderne i significati profondi per vivificarli.

E oggi persino la scienza viene a bussare alla porta del Tempio. Non possiamo ignorare la voce di Federico Faggin, padre della tecnologia moderna e fisico visionario.

Faggin ci racconta la sua esperienza diretta di “risveglio” e apertura del cuore, confermandoci che la Coscienza è irriducibile e precedente alla materia.

La fisica quantistica, con l’Entanglement, ci dimostra che la Fratellanza Universale è un fatto fisico: siamo legati indissolubilmente. La separazione è un’illusione ottica creata dal buio della nostra caverna mentale.

Qui arriviamo al cuore del lavoro massonico: la distinzione tra Bios e Zoé.

Nel pensiero greco antico il Bios è la vita biologica, limitata, il corpo che nasce, invecchia nel tempo e si dissolve nel seno della terra.

La Zoé, invece, è la Vita indistruttibile, la consapevolezza, la Coscienza Cosmica che non conosce morte.

Il lavoro del Libero Muratore è smettere di identificarsi con il Bios che decade per trasferire la propria identità nella Zoé, lo Spirito eterno.

Ecco perché il libro aperto sull’Ara è così potente. Ci annuncia che la Buona Novella non è appannaggio di un’istituzione, non è proprietà di una gerarchia, né ecclesiastica né massonica. Essa precede ogni gerarchia. Non è inchiostro su carta, non è dogma morto: è carne e fuoco vivo, è uno spirito che brucia e consuma ogni falsità.

Pietro e Giovanni, la Scienza e la Fede, il Bios e la Zoé, non sono opposti, ma gradi di risveglio. La Parola non è perduta per chi ha il coraggio di scendere nel proprio sottosuolo, affrontare gli Inferi e risalire sapendo che l’Amore è la sostanza dell’Universo.

Siamo qui per un unico, supremo compito: svegliarci finalmente, tutti insieme, dall’incubo illusorio della separazione.

Autore Hermes

Sono un iniziato qualsiasi. Orgogliosamente collocato alla base della Piramide. Ogni tanto mi alzo verso il vertice per sgranchirmi le gambe. E mi vengono in mente delle riflessioni, delle meditazioni, dei pensieri che poi fermo sul foglio.