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Patria e ritorno alle origini

ritorno alle origini

Non si fugge dalla patria, la si porta nel cuore.
Cesare Pavese

Nel profondo dell’animo umano si fa spazio una tensione verso quella simbolica dimensione, non meramente geografica, culla di appartenenza, in cui lo scorrere della vita ha inciso le sue impronte.

La patria, dal latino pater, padre, quale estensione allegorica in cui affondano le radici dell’identità, della memoria e del sentimento d’appartenenza è da sempre tema centrale nella speculazione e coscienza individuale.

Il ritorno ad essa, dopo il travaglio dell’esilio o della lontananza, assume poi un valore di percorso tanto fisico quanto spirituale.

Nel mondo antico essa era concepita come entità sacrale. Per i Romani la terra natia era quasi divina e l’espatrio rappresentava una pena peggiore della morte, in quanto recideva il legame più profondo con l’origine. Madre e sovrana, al cittadino integro nei suoi valori spettava di venerarla e servirla con immane fedeltà.

L’archetipo fondativo di questo legame forte e indistruttibile ritrova la sua fonte nel mito di Ulisse, che per dieci lunghi anni, affrontando tempeste, seduzioni ed oblii, ritorna a riabbracciare la sua Itaca.

L’Odissea, dunque, diviene così la narrazione della nostalgia come motore dell’animo in cui il termine Nostos, ritorno appunto, si configura come la riscoperta del proprio centro esistenziale.

Nel perdurare delle numerose peripezie e situazioni di criticità, l’accrescersi del desiderio di ricongiungersi come in una fusione con il suolo natio rendeva l’approdo ad esso la più dolce delle conquiste.

Con l’irrompere della modernità, tuttavia, il concetto di sacro terreno dell’identità si trasforma radicalmente.

Le rivoluzioni, da quella francese alle insurrezioni ottocentesche dei popoli europei, ne ridefiniscono il significato: da sentimento affettivo si tramuta in costruzione politica, da memoria condivisa a progetto collettivo.

Il focolare dell’esistenza diviene, in tal modo, idea da edificare, vessillo da inalberare, valore per cui combattere e, se necessario, perire.

È in questo contesto che Giuseppe Mazzini, esule volontario e voce ardente del Risorgimento, afferma con penetrante forza morale:

La patria è un dovere, non un ricordo.

Per il celebre patriota, come per gli spiriti affini di quell’epoca, calpestare il territorio natio non significa semplicemente rientrarne nei confini, ma partecipare attivamente al suo compimento etico e politico, contribuendo alla nascita di una nazione libera, giusta e unita. Il ritorno, inteso, assume contorni eroici: non per rimpianto, ma per liberarla.

Il Novecento, secolo convulso e sanguinante, riscopre il distruggersi dell’immagine idealizzata della ancestrale coesione sociale ricondotta al ritorno alle patrie origini.

Le guerre mondiali, apocalissi del moderno, spezzano ogni incanto romantico: da madre nutrice, si trasfigura in matrigna spietata, che sacrifica i suoi figli nei solchi fangosi delle trincee e nei deserti delle ideologie.

Il ritorno, per chi sopravvive, è spesso approdo a un’alterità inospitale, a una terra che non riconosce più i suoi stessi nomi, a un tempo disgregato, incapace di ricomporre la frattura interiore dell’esperienza vissuta.

In parallelo, le migrazioni di massa, generate da povertà, persecuzioni, guerre, ne riscrivono il rapporto con l’individuo. L’emigrante italiano che approda in America o in Argentina custodisce nella mente la flebile eco di una landa lontana, fatta di ricordi, di lingua, di riti familiari.

Nel contesto attuale, era della globalizzazione e delle identità fluide, la patria sembra smarrire contorni certi. Le appartenenze si intersecano, si mescolano, si ridefiniscono in un mosaico frammentario. Si è cittadini del mondo, sì, ma portatori di memorie locali che resistono all’omologazione.

Per il rifugiato che fugge da una guerra, per il lavoratore nomade del nostro tempo, essa è spesso assenza lacerante, ma può anche farsi orizzonte da ricostruire.

In un mondo in cui si tende all’uniformità, l’uomo conserva intatto il bisogno di un luogo in cui sentirsi intero, riconosciuto, umanamente completo. Perché l’appartenenza non è mai illusione, ma fondamento esistenziale.

Autore Pina Ciccarelli

Pina Ciccarelli, maturità Classica e Laurea in Giurisprudenza. Appassionata di Storia, Filosofia, Letteratura e Musica. La scrittura nasce dell'evasione, dal desiderio di donare colore alla vita, catartico abbandono all'immaginazione. Tra i sentieri nascosti del sublime, fuori dalle logiche del reale, per scoprire se stessi.