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Parole come acqua, non come fuoco

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Viviamo in un’epoca in cui la complessità è diventata un fastidio. In cui la velocità ci spinge a prendere posizione prima di capire, a giudicare prima di ascoltare.

Ma le civiltà, come gli esseri umani, si riconoscono non da quanto semplificano, bensì da quanto riescono a comprendere.

Oggi il mondo sembra scivolare verso una polarizzazione crescente. Conoscere, capire, costa fatica. La parola “guerra” torna nei titoli, la “Terza guerra mondiale” non è più un tabù.

Si parla di eserciti, arruolamenti, confini che si chiudono. Droni che sorvolano e aerei che si alzano in volo.

È un clima che – come ricordano alcuni storici – somiglia pericolosamente a quello che precedette la Prima guerra mondiale. E come allora, tutto comincia dalle parole: pronunciate con leggerezza, come se non avessero peso.

Eppure le parole sono semi. Possono nutrire o bruciare. È tempo di tornare a usarle come acqua, non come fuoco.

In questo contesto di confusione e semplificazione, anche l’Islam diventa spesso una parola spogliata del suo significato profondo. Ma dietro quella parola c’è un mondo vasto e plurale. Un universo di fedi, scuole, culture e cammini spirituali.

Il Sufismo è il cuore segreto dell’Islam: la via del silenzio, della conoscenza interiore, dell’amore divino. Non cerca potere, ma unione.

È la Grande Jihād, la battaglia contro i propri difetti, contro il proprio ego. È la via che ha ispirato i poeti e i mistici – da Rumi a Battiato – e che ha fatto dell’Islam anche una straordinaria civiltà poetica, artistica e spirituale.

Al di sopra del “cuore mistico”, scorrono le grandi vie giuridiche e storiche: Sunniti e Sciiti, due tradizioni della stessa fede. Poi le correnti politiche moderne, nate dal bisogno di coniugare religione e potere: l’Islamismo, i Fratelli Musulmani, Hamas – movimento politico e militare palestinese che, nel suo statuto del 1988, proclama la distruzione di Israele e include passaggi di chiaro antisemitismo.

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un documento più moderato, ma non ha mai ripudiato formalmente il testo originario. E oggi, senza rendersene conto, una parte dei movimenti di protesta occidentali rischia di sostenere – in buona (o cattiva?) fede – una forma di Islam politico che può diventare molto pericolosa, alimentando derive antisemite che nulla hanno a che vedere con la giustizia o la pace.

Il Salafismo predica un ritorno all’Islam delle origini, rifiutando le innovazioni. Da qui, in alcuni casi, nasce il Jihadismo, la deformazione violenta che ha tradito l’essenza spirituale dell’Islam. Perché il vero jihād è quello che si combatte dentro di sé, contro i propri “vizi”, non fuori. L’altro, quello armato, non è sacro: è solo un’ombra mal interpretata.

Ma questa tendenza a trasformare la fede in un’arma politica, a usare le parole sacre come fuoco anziché come acqua, non è un fenomeno relegato a un’unica cultura o religione.

Per comprendere la nostra epoca, è essenziale guardare anche in Occidente. La recente politica americana ne offre un esempio lampante. L’amministrazione Trump, pur con i suoi innegabili meriti in termini di tregua o, auspichiamo, piena pacificazione, ha saputo mobilitare e strumentalizzare una vasta parte del mondo evangelico conservatore, creando una potente alleanza tra potere politico e fervore religioso.

Decisioni geopolitiche cruciali, quali il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele o la mediazione degli “Accordi di Abramo”, sono state ammantate di una retorica biblica.

Non erano presentate solo come scelte strategiche, ma come il compimento di un destino, di una profezia cara a quella corrente del sionismo cristiano che vede negli eventi in Medio Oriente i segni della fine dei tempi e della battaglia finale di Armageddon.

In questo modo, la religione, apparentemente espulsa dalla porta della modernità secolare, rientra dalla finestra con “accenti teocratici”. Il pericolo, non solo da un punto di vista della laicità dello Stato ma anche da quello della geopolitica, è evidente.

La fede cessa di essere una guida morale per diventare una bandiera di battaglia culturale, dove l’avversario politico non è più un interlocutore, ma un nemico del piano divino.

Così, in contesti radicalmente diversi, emerge lo stesso schema: la fede cessa di essere una ricerca interiore – la ‘Grande Jihād’ contro il proprio ego, come nel Sufismo – per diventare uno strumento di potere esteriore.

E così, in un mondo che confonde tutto, la parola diventa di nuovo la prima vittima. Per questo è urgente ricordare che ogni parola ha un peso “energetico”, un karma. Una vibrazione, una conseguenza.

Oggi, quando anche la parola “guerra” torna a essere detta con leggerezza, dobbiamo ricordare che nominare è già costruire. Usiamo dunque le parole come acqua, non come fuoco. Non per bruciare, ma per purificare. Non per dividere, ma per capire.

Perché la conoscenza – quella vera – è la prima forma di pace. E ogni pace, prima di essere tra i popoli, deve cominciare, come diciamo sempre, dentro l’uomo.

Autore Raffaele Mazzei

Raffaele Mazzei, copywriter e cantautore nell'era dell'AI. Con il progetto MAZZEI.3 intreccia parola e suono, tradizione e futuro, alla ricerca di un linguaggio capace di toccare il cuore e risvegliare la coscienza. www.raffaelemazzei.it