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Originale messa in scena di ‘Interiors’

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'Interiors' ph Piero Quaranta


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A dieci anni dalla prima rappresentazione al Napoli Teatro Festival Italia torna al Teatro Sannazaro l’opera del regista britannico Matthew Lenton

Il pubblico in sala chiacchiera, sommessamente, come sempre capita prima di uno spettacolo. Le luci sono ancora accese, la scena, chiusa da una vetrata molto ampia, fino a quel momento inanimata, comincia a prendere vita.

Fanno il loro ingresso Sergio Di Paola e Lucienne Perreca; attimo di disorientamento, qualcuno potrebbe erroneamente pensare ad una dimenticanza. Lucienne accende diverse lampade, poi, toccando un interruttore, fa il buio in sala, mentre diventa udibile il rumore del vento, di quella che si capirà poi essere una tormenta di neve.

Già dai primi attimi, dunque, capiamo che stiamo per assistere a qualcosa di assolutamente originale. In effetti, ‘Interiors’, ideato e diretto dal regista britannico Matthew Lenton, già presentato al Napoli Teatro Festival Italia del 2009 è una pièce unica per tanti versi.

Come ha più volte raccontato lo stesso Lenton, nasce dal lavoro teatrale di Maurice Maeterlinck ‘L’Intérieur’, durante il quale due personaggi, un anziano signore e uno sconosciuto, si avvicinano ad una casa per dare la notizia di un lutto. Dalle finestre del salotto cominciano ad osservare la famiglia della defunta mentre è intenta nella propria normalissima vita quotidiana, non trovando il modo e il coraggio di comunicare il funesto evento.

L’idea iniziale del drammaturgo belga viene, però, in qualche modo decontestualizzata; non c’è nessun decesso di cui informare, anche se la morte è comunque presente, aleggia nella narrazione fino a materializzarsi in modo secco, quasi brutale.

Lo spettatore viene condotto ad essere un voyeur, ad osservare, in modo a tratti quasi morboso, lo svolgersi di una piccola festa, assistendo prima ai preparativi dei padroni di casa ancora in déshabillé, poi all’arrivo, alla spicciolata degli ospiti che si accomodano al tavolo della sala da pranzo.

Ma da osservatore esterno alla casa non può sentire quello che effettivamente dicono i protagonisti, per cui la messa in scena finisce suggestivamente per assomigliare ad un film muto, ad uno spettacolo di mimi, o di marionette, come era nell’intenzione iniziale dell’autore.

Gli attori, dunque, veicolano solo ed esclusivamente attraverso la comunicazione non verbale, e lo fanno non solo uno strepitoso Sergio Di Paola, che da mimo si trova perfettamente a suo agio in questa modalità espressiva, essendo, tra le altre cose uno dei pochi italiani selezionati dal “Team dei Clown” del Cirque du Soleil, ma anche tutti gli altri attori presenti sul palco: Giuseppe Brunetti, Ivan Castiglione, Rebecca Furfaro, Lucienne Perreca, Giorgio Pinto, Ingrid Sansone.

Scelta che supporta in modo magistrale la stessa multilinguisticità del progetto, che aveva inizialmente visto un casting svolto tra Napoli e Glasgow, con la copresenza sul palco di attori di lingua inglese e italiana, ricorrendo all’universalità delle espressioni del viso, della prossemica, ad un intreccio principalmente affidato al linguaggio del corpo, spesso necessariamente plateale, in alcuni tratti caricaturale o grottesco, da cui vengono veicolate le emozioni più diverse, ilarità, tristezza, rabbia, amore, delusione, non ultima una esilarante quanto surreale danza del maiale eseguita da Sergio Di Paola ed egregiamente scimmiottata da Ivan Castiglione.

E non dimentichiamoci che per l’attore di teatro non è una modalità consueta, perché oltre ad esprimersi con il corpo, uno dei canali prioritari utilizzati è la voce, mentre, in quest’opera, si recita facendone assolutamente a meno, usando, tutt’al più, il labiale.
Il risultato è assicurato. In alcuni momenti tratteniamo il fiato, ci emozioniamo e non accade solo a noi. La tensione in sala è palpabile. Il pubblico è attento, pronto a recepire ogni ammiccamento, ogni alzata di sopracciglio, ogni sorriso e la distanza dal palco alla platea, magicamente, si annulla.

A prendere per mano gli spettatori è una voce femminile, inizialmente fuori campo, quella della bravissima Clara Bocchino, la cui timbrica suggestiva fa da contraltare agli altri personaggi in scena, alla presenza muta degli altri, si contrappone la sua, che, per gran parte della rappresentazione, è voce senza corpo.

Clara ci comunica ad una ad una le identità dei personaggi, citati con il solo nome di battesimo, che corrisponde a quello reale degli attori, ci introduce all’ambientazione, una casa situata praticamente in mezzo al nulla, durante la lunga notte dell’inverno polare, caratterizzata da freddo intenso e neve che però non sono il pericolo maggiore, rappresentato, invece, dagli orsi polari, particolarmente affamati in quel periodo dell’anno.

Situazione estrema, dunque, in cui si sopravvive solo se si è in comunità, e nella quale è assolutamente normale consegnare al padrone di casa dei fucili da caccia assieme ai cappotti, e che l’autore ha vissuto recandosi nei pressi di Longyearbyen nelle Isole Svalbard per preparare la drammaturgia.

Ma come ha chiarito diverse volte Lenton, la situazione è anche ispirata a città come la sua Glasgow e Napoli, in cui la brevissima distanza tra le case le porta ad essere piccoli palcoscenici illuminati e silenziosi in cui la gente comune consuma atti normalissimi, come quelli di cenare, litigare, guardare la televisione, fare l’amore, sposarsi e avere figli senza mai dimenticare il vero amore mai coronato, in definitiva, vivere.

L’occasione è, appunto, una piccola festa, che Sergio organizza ogni anno per esorcizzare non solo i mesi di oscurità che ancora sono di fronte, ma soprattutto la solitudine.

La voce narrante ci anticipa le azioni dei protagonisti, di cui sembra conoscere i più intimi pensieri, esplicitati talvolta attribuendoli in modo diretto, diversamente lasciando solo immaginare di chi potessero essere.

Lo spettatore viene trascinato in un gioco di estraniazione ed identificazione. Da un lato il contesto alieno rispetto a quello che si sarebbe aspettato, dall’altro le situazioni tanto comuni da rendere impossibile il non riconoscersi; l’imbarazzo del padrone di casa, che nel preparare il suo piatto forte, una zuppa di maiale, si dimentica di avere un’ospite vegetariana, Ingrid; la barzelletta di Lucienne che, diversamente dalle precedenti, non suscita la risata ma un freddo silenzio; i timpani rotti di Giuseppe dal canto di Ingrid mentre accompagna al piano Giuseppe, convinta di avere una voce angelica; il desiderio, della Luce di cui l’inverno polare priva per mesi, del contatto umano, del sesso da consumare con qualcuno dei presenti, di sicurezza, di senso, l’amore, forse quello di una vita, dichiarato e respinto.

Ed è proprio questa identificazione che trasmette a chi assiste in sala le stesse emozioni rappresentate sul palco e, nonostante diversi momenti in cui ci si libera in sorrisi e risate spontanee, complessivamente si è preda di un cupo senso di malinconia, di un’atmosfera a tratti claustrofobica per la quale ci si sente, come i personaggi che prendono vita sul palco, strumenti di un destino al quale non ci si può sottrarre, delle marionette che l’autore avrebbe voluto animate da fili.

Clara, il cui nome però non è mai pronunciato in scena, si palesa, diventa presenza fisica, anche lei corpo ma anche lei parziale, perché, come si intuiva da alcune sue affermazioni, è morta. E, difatti, la luce che la illumina è gelida, così come il suo abbigliamento è emozionalmente asettico.

Anche sulla sua reale identità ci sono diverse interpretazioni, mai definitivamente avvalorate dall’autore. Secondo alcuni potrebbe essere la figlia defunta del padrone di casa, mai nominata durante la rappresentazione, ma citata dallo stesso Lenton in alcune interviste. Del resto, questa possibilità potrebbe essere in linea con l’opera originale di Maeterlinck, la morte da dover essere comunicata era appunto quella di una delle figlie dei padroni di casa, ma anche la presenza in scena di una sedia vuota andrebbe in questa direzione.

Conoscere l’identità della voce narrante non aggiungerebbe molto alla drammaturgia, anzi, la stessa scelta di non chiarirla la rende una figura archetipica, universale, con la quale l’identificazione è molto più immediata.

Improvvisamente ci sottrae il senso di tutto quello che sta accadendo; presto o tardi tutti saranno morti attraverso le modalità e i tempi che la stessa Clara rivela. Non importa nemmeno che il destino di alcuni dei personaggi possa essere bizzarro, quello che resta in chi assiste è un senso di assenza, quella del senso, che, inevitabilmente, diventa angoscia.

Lo spettacolo, che consigliamo vivamente soprattutto a chi è in cerca di sperimentazioni intelligenti, replicherà al Teatro Sannazaro di Napoli stasera, 5 maggio, ore 18:00, venerdì 10 e sabato 11 maggio, ore 21:00, e domenica 12 maggio, ore 18:00.

Assistente alla regia Davide Pini Carenzi
creazione Vanishing Point
musiche e sound design Alasdair Macrae
costumi Luisa Gorgi Marchese
spazio scenico Fabrizia Mercurio
coproduzione Tradizione e Turismo Centro di Produzione Teatrale ed Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

Foto Piero Quaranta

'Interiors' ph Piero Quaranta

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