Un solstizio che non è solo luce. Il solstizio d’inverno, per la tradizione massonica, è spesso presentato come il momento in cui la luce ricomincia ad avanzare, immagine del ritorno della conoscenza contro l’ignoranza.
Eppure, prima che la luce riprenda il suo cammino, c’è un istante quasi immobile, una soglia sottile: è lì che accade qualcosa di più radicale, non alla natura, ma alla coscienza del Libero muratore.
Se si sposta lo sguardo dalla ruota dell’anno all’esperienza interiore, il solstizio non è solo “rinascita della luce”, ma anche il momento in cui l’iniziato è costretto a domandarsi come mai abbia avuto bisogno del buio per accorgersi della luce stessa.
Questo rovesciamento ci porta oltre la retorica stagionale e apre un varco verso San Giovanni Evangelista come figura NON di devozione, ma di coscienza lucida del mistero.
Il solstizio come enigma interiore. Le antiche tradizioni vedevano nel solstizio d’inverno una porta, un passaggio attraverso cui gli dei o le anime entravano e uscivano dal mondo umano, collegando tempo ed eternità. Pensiamo ai druidi, che vegliavano al lume di falò sotto il vischio, o agli egizi, che allineavano templi come Karnak al debole raggio solare del 21 dicembre.
La Massoneria ha ereditato questo simbolismo, trasformando la festa solstiziale in un linguaggio iniziatico che parla di morte dell’uomo profano e nascita di un essere capace di leggere i cicli della vita come specchio di sé.
In quest’ottica, la “notte più lunga” non è il nemico, ma il laboratorio dove si forgia la consapevolezza: senza una massima oscurità, la minima scintilla resterebbe invisibile.
Il vero enigma del solstizio non è dunque “quando torna la luce?”, ma “perché ho bisogno di perderla per sentirla mia”?
Nel calendario massonico San Giovanni Evangelista è legato al 27 dicembre, in prossimità del Solstizio, come uno dei due grandi “Giovanni” che presiedono le porte solstiziali.
Se il Battista, con il suo battesimo nel Giordano al solstizio d’estate, simboleggia la separazione tra puro e impuro, il culmine del giorno e l’esposizione piena al sole, l’Evangelista abita il margine invernale, dove la luce non si esalta, ma si definisce nel contrasto con la tenebra.
Diventa, così, patrono di una luce pensata, non trionfante: non il fulgore del mezzogiorno, ma la lama sottile che fende il buio e costringe il discepolo a interrogarsi sul senso del Logos che “era in principio”.
L’Evangelista, con la sua riflessione sul nesso tra Dio, Verbo e Luce
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio
offre al Massone un paradigma: non basta ricevere la luce in loggia, occorre trasformarla in criterio per leggere il mondo, il dolore, il male, la propria ombra.
La celebrazione solstiziale, allora, non è tanto un rito stagionale quanto un esame di coscienza: che cosa faccio, io, della luce che dico di aver ricevuto?
In questo rovesciamento, il Massone non contempla più un sole esterno che rinasce, ma si chiede se la sua capacità di discernere, giudicare, agire fraternamente sia cresciuta almeno quanto pochi minuti di chiarezza in più nel suo sguardo.
Immaginate il Libero muratore, solo con i propri attrezzi simbolici, che ripercorre l’anno trascorso: ha usato il compasso per circoscrivere le passioni o si è lasciato dilatare dall’ego?
Ha livellato le asperità del profano con la squadra della rettitudine o ha permesso che le ombre del pregiudizio offuscassero il suo lavoro?
Molti discorsi sul solstizio d’inverno si fermano alla celebrazione allegorica di un generico “ritorno della luce”, spesso ripetendo formule ormai consunte per chi frequenta da anni i lavori di loggia.
Eppure, la presenza di San Giovanni Evangelista nel cuore dell’inverno suggerisce una lettura più scomoda: non la luce che rassicura, ma quella che interroga, che chiede coerenza fra parola pronunciata in Tempio e gesto compiuto nel mondo profano.
L’innovazione, forse, non sta nell’aggiungere nuovi simboli, ma nel prendere sul serio quelli che già esistono, come se il solstizio fosse un esame non sul futuro, ma sul passato: che cosa hai fatto, durante l’anno che si chiude, della porzione di luce che avevi in mano?
Questa prospettiva ci riporta alle radici alchemiche della Massoneria, dove la Nigredo, la fase di dissoluzione nel buio, precede l’Albedo, la purificazione luminosa.
Il solstizio massonico diventa, così, un invito a scendere nel proprio abisso interiore, a confrontarsi con l’ombra junghiana che ogni iniziato porta con sé.
San Giovanni, con il suo Vangelo che inizia nell’oscurità primordiale, ci rammenta che la vera iniziazione non è ascensione immediata, ma discesa consapevole: solo chi ha toccato il fondo della notte può rivendicare la luce come propria, non come dono altrui.
In un’epoca di luci artificiali che cancellano le notti vere, il solstizio ci sfida a spegnere le distrazioni e ascoltare il silenzio cosmico.
Per il Libero muratore, questo significa tornare al banco di lavoro interiore: la sua luce ha illuminato il cammino di un fratello in difficoltà? Ha trasformato l’ignoranza altrui in conoscenza condivisa o si è limitato a custodirla gelosamente?
La festa del 27 dicembre, con le sue candele tremolanti nelle officine, non celebra un mito astratto, ma un bilancio vivo: la luce è cresciuta in te quanto il sole nel cielo?
Qui il Logos diventa gesto: non parola alta, ma scelta concreta. È nel modo in cui ascolti chi ti contraddice, nel tempo che concedi a chi è stanco, nel silenzio che offri invece di un giudizio affrettato, che la luce smette di essere metafora e prende carne.
La vera “rinascita”, allora, non accade fuori, nel cielo che cambia, ma dentro il Massone che accetta di rileggere la propria storia sulla base di un principio che non descrive soltanto, ma giudica e trasforma.
In questo senso, ogni solstizio d’inverno domanda tacitamente: quanto di ciò che hai chiamato “luce” si vede, oggi, nel tuo modo di stare al mondo?
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.













