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‘O cuonzolo

'O cuonzolo

La tradizione napoletana di portare aiuto materialmente a parenti amici che hanno subito un lutto è davvero encomiabile, dal caffè al pranzo completo… per un intero reggimento

Fino ai sei anni ho avuto la fortuna di crescere con i nonni materni, in un paesino a nord di Napoli e, spesso, mi ritornano quei sapori, quei profumi ma, soprattutto, dei modi di dire o dei comportamenti da tenere in determinate situazioni.

Con l’approssimarsi della ricorrenza dei defunti, mi sono ricordato del cuonzolo.

Un’abitudine radicatissima nel territorio partenopeo, che evidenzia il grado di empatia, di umanità, di compartecipazione al dolore nel momento in cui si verificava un lutto, portando a casa del defunto generi alimentari, per il fabbisogno immediato, in modo tale da sollevare dall’incombenza di preparar da mangiare, ma, soprattutto, per far sentire la propria vicinanza, accudendo le persone care.

Più la tragedia era ‘sentita’, ovvero la famiglia del deceduto era legata alla nostra per motivi di parentela stretta o di sincera amicizia, più occorreva agire tempestivamente e recarsi alla veglia funebre con doni alimentari.

Appreso il trapasso, si discuteva su come operare in base al legame che si aveva, sull’ora in cui andare a rendere omaggio alla salma e, infine, su quale fosse la persona più adatta a tale incombenza. Ovviamente io, per questione anagrafica, ne ero esentato.

Il corpo del deceduto, in genere, era esposto nella camera da letto matrimoniale, con gli specchi opportunamente coperti affinché l’anima non restasse intrappolata in questa dimensione ma si elevasse al cielo per contemplare la visione di Dio.

Ma che cos’è esattamente il cuonzolo?

L’etimologia deriva dal verbo consolare, in napoletano cunzulare, e si può ridurre, appunto, ad una visita di condoglianze con l’offerta di cibo e bevande per ristorare e rifocillare i parenti dell’estinto. In realtà, come vedremo, è molto di più e segue dei rituali ben precisi.

Credetemi, nei miei ricordi di bambino, il cuonzolo avveniva in media una volta a settimana. I miei nonni e le zie discutevano per ore su cosa fosse più opportuno portare in dono: biscotti in scatola di latta, succhi di frutti, generi alimentari, brodino, cibi cotti, pane.

Se si andava al mattino presto, alla famiglia del defunto veniva offerto un cesto o un vassoio contenente dolci e alcuni termos pieni di caffè caldo e cioccolata, che servivano loro per acquisire nuove energie in vista della difficile giornata che sarebbe culminata con le esequie e il trasferimento al camposanto e anche come ristoro agli ospiti che si apprestavano alle condoglianze.

Le vivande, infatti, venivano lasciate su di un tavolo, in bella vista, così che chi ne avesse bisogno potesse servirsene al momento.

Siccome erano più persone ad intraprendere quest’usanza, parenti, vicini di casa e amici, l’abitazione si riempiva di dolci, caffè, tè e succhi di frutta fino a sera inoltrata.

Se la visita, invece, avveniva a mezzogiorno, il cuonzolo era molto più consistente e anche la quantità aumentava poiché la notizia della morte si era diffusa e la generosità e la solidarietà del popolo napoletano toccava vette inesplorate.

Affinché tutta la famiglia si rifocillasse la casa diventava il cellario di un convento, riempiendosi di generi alimentari che venivano consumati anche nei giorni a seguire.

Se l’estinto era un conoscente o un parente alla lontana, dopo circa sette giorni si effettuava una visita di cortesia per porgere o rinnovare le condoglianze, munendosi di due chili di zucchero e un chilo di caffè.

Ma perché proprio zucchero e caffè?

Innanzitutto per non presentarsi a mani vuote. Inoltre, tali prodotti sono consumati a iosa in ogni casa napoletana che si rispetti e venivano messi a disposizione per chiunque si recasse a porgere le condoglianze.

Ricordo, infine, che qualcuno era solito annotarsi su di un apposito quadernetto i nominativi delle persone che erano andate in visita, con il dettaglio del relativo cuonzolo, così da essere pronto, nel momento in cui avesse dovuto ricambiare la cortesia, a non fare brutta figura, cercando di non eccedere né portando troppa roba, né troppo poca.

Autore Mimmo Bafurno

Mimmo Bafurno, esperto di comunicazione e scrittore, ha collaborato con le maggiori case editrici. Ha pubblicato il volume "Datemi la Parola, Sono un Terrone". Attualmente collabora con terronitv.