La fine di un privilegio che non c’era mai stato
C’è un film di Alberto Sordi, ‘Un borghese piccolo piccolo’, che dopo la mia iniziazione mi è tornato in mente più di una volta.
C’è una scena in cui il protagonista, pur di trovare un posto di lavoro al figlio, decide di “diventare massone”.
Quella logica lì, l’affiliazione come scorciatoia, il grembiule come raccomandazione travestita da simbolo, non l’ho mai vissuta, almeno non in una forma così cruda.
Ma di fratelli e sorelle che condividevano, più o meno consapevolmente, la stessa aspettativa del personaggio di Sordi, ne ho incontrati parecchi.
E, ancora oggi, capita che qualcuno bussi alla porta del Tempio aprendo con una domanda che dice già tutto: “cosa potete fare per me?”
Quella domanda ha una data di nascita precisa. Fino a cinquant’anni fa, a Napoli come altrove, dire “è massone” significava dire qualcos’altro rispetto a un percorso simbolico o a un lavoro su di sé.
Si intendeva una scorciatoia: un concorso vinto prima del bando, un debito estinto con una telefonata, una porta che si apriva senza bussare.
Il grembiulino non copriva un petto nudo davanti al Venerabile, copriva, agli occhi di chi guardava da fuori, una tessera di accesso a un circuito parallelo di favori.
Questa è la premessa da mettere subito in discussione: quel privilegio, così come veniva raccontato e temuto, non era mai stato davvero massonico.
Era un equivoco cresciuto attorno alla Massoneria, alimentato da chi ne faceva un uso improprio e da chi, fuori, aveva bisogno di un capro espiatorio comodo per spiegare ingiustizie dalle cause ben più prosaiche: clientela politica, familismo, un Paese che per decenni ha distribuito risorse per appartenenza e non per merito.
La Loggia, in questo schema, faceva comodo a tutti: a chi ne abusava per giustificare i propri favori, e a chi, escluso, aveva finalmente un nome preciso da dare al proprio rancore.
Poi, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, il sistema che teneva in piedi questa narrazione crolla. Non crolla la Massoneria, crollano le inchieste, i partiti che gestivano quel tipo di scambio, l’intera architettura di potere che aveva trovato nella Loggia un comodo capro espiatorio e, in alcuni casi reali e documentati, anche uno strumento.
Cade la Prima Repubblica e, con essa, cade pure il “privilegio massonico” come categoria sociale. Non perché la Massoneria si sia riformata dall’oggi al domani, ma perché è venuto meno l’ecosistema che rendeva quel privilegio spendibile.
Resta, a quel punto, una domanda scomoda: se il privilegio se n’è andato con il sistema che lo produceva, cosa resta a chi si affilia oggi, e cosa dovrebbe rispondere, chi bussa ancora chiedendo cosa la Loggia possa fare per lui?
Cicerone, nel ‘De Officiis’, scrive una frase che i massoni amano citare fuori contesto, dimenticando che nasce come critica a chi vive solo per sé:
Non nobis solum nati sumus, ortusque nostri partem patria vindicat, partem amici.
Non siamo nati soltanto per noi stessi, ma una parte della nostra origine appartiene alla patria, una parte agli amici.
Non è un elogio dell’appartenenza come vantaggio. È l’esatto contrario: un richiamo al fatto che appartenere a qualcosa comporta un debito, non un credito.
Publilio Siro, schiavo affrancato e osservatore spietato della Roma del I secolo a.C., lo dice ancora più a chiare lettere:
Beneficium accipere libertatem est vendere.
Accettare un beneficio è vendere la propria libertà.
Chi cercava nella Loggia un favore, in realtà stava comprando una catena.
Il “privilegiato” di cinquant’anni fa non era libero: era indebitato e lo restava per tutta la vita, verso chi gli aveva aperto quella porta.
A Napoli questo lo sapevano bene, anche senza aver letto Publilio Siro.
C’è un detto che i vicoli ripetono da sempre:
‘O piacere fatto nun se scorda maie.
Il favore fatto non si scorda mai.
Non è un proverbio gentile. È un avvertimento: chi ti fa un favore, prima o poi, si presenta a riscuoterlo.
Caduto il sistema, cade anche l’alibi. E qui la faccenda si fa scomoda per chi è dentro l’Ordine oggi, non solo per chi è fuori.
Perché se il privilegio esterno non esiste più, o esiste solo nella fantasia di chi ancora scrive libri di complottismo da bancarella, allora l’unica cosa che resta è quello che la Massoneria ha sempre dichiarato di essere e che per decenni ha potuto permettersi di non essere fino in fondo, protetta com’era da un’immagine di potere che le faceva da scudo.
Resta il lavoro su di sé. Resta il nosce te ipsum, il conoscere se stessi, che non è un motto da tempio greco riciclato nei convegni, ma, come scrive Kremmerz nella sua ‘Introduzione alla Scienza Ermetica’, la premessa senza la quale nessun problema più profondo può dirsi affrontato.
Solo chi arriva a conoscere
la struttura e l’anatomia e la chimica dell’anima propria
può dire di aver davvero cominciato.
Non è un cammino comodo. Non promette niente in cambio, il che, per chi bussa con in testa la domanda del borghese piccolo piccolo, è già una forma di delusione.
Cosa succede, concretamente, a chi bussa oggi con quella domanda in testa? Non viene respinto, viene reindirizzato, ed è un reindirizzamento lento, fatto di anni, non di una battuta a effetto in Camera di Mezzo.
Il neofita che si aspetta una rete di conoscenze utili si trova davanti, nei primi tempi, solo studio: il significato degli strumenti, la lettura dei simboli, un lavoro di Apprendista che non produce nulla di spendibile fuori dal tempio.
Nessuno gli spiega, il primo giorno, che quella domanda era sbagliata, lo scopre da sé, gradualmente, quando si accorge che le uniche “porte” che davvero si aprono sono quelle interiori e che l’unico credito che matura è verso se stesso, non verso una rete di relazioni.
Chi resiste a questa scoperta, spesso, se ne va prima del secondo grado: non trova ciò che era venuto a cercare e la Loggia, giustamente, non ha nulla da offrirgli in cambio.
Chi rimane, lo fa perché, a un certo punto, smette di chiedere cosa la Massoneria possa fare per lui e comincia a chiedersi cosa lui possa fare, su di sé, prim’ancora che per la Loggia.
È un capovolgimento che nessuno annuncia ufficialmente, ma che si misura tavola dopo tavola, grado dopo grado: la domanda iniziale evapora da sola, sostituita da un’altra, meno comoda, mai del tutto risolta.
C’è chi ha lasciato la Loggia proprio in quegli anni, quando ha capito che il grembiule non apriva più le porte che si aspettava aprisse. E c’è chi è rimasto, scoprendo, spesso con sorpresa, che il lavoro reale comincia proprio dove finisce il vantaggio. Sono due modi diversi di aver frainteso, per anni, la stessa cosa.
Il protagonista di Sordi voleva un vantaggio esterno, concreto, spendibile, un posto di lavoro per il figlio. Cicerone, Publilio Siro e Kremmerz, se glielo avessero chiesto, gli avrebbero risposto la stessa cosa in tre lingue diverse: nessuno!
Resta un’ultima osservazione, meno consolatoria di quanto piacerebbe: la fine del privilegio non ha reso la Massoneria automaticamente più pura. Ha solo tolto una scusa.
Prima si poteva dire “sono entrato per gli ideali” e nessuno controllava, perché, in fondo, il vantaggio pratico rendeva la domanda superflua.
Oggi, senza quel vantaggio, chi entra deve davvero rispondere alla domanda e la risposta, spesso, si scopre più povera di quanto si sperasse.
Forse è questa la morale, se una morale bisogna trovarla, ed è amara quanto basta per essere onesta: per decenni si è creduto che il vero problema della Massoneria fosse il privilegio che dava a chi ne faceva parte.
Il vero problema, adesso che il privilegio non c’è più, è scoprire quanti siano rimasti anche senza.













