Togliete a un cristiano la paura dell’inferno e gli avrete tolto la fede.
Denis Diderot
Il cristianesimo, dopo duemila anni, non è un reperto archeologico né una semplice tradizione culturale: è ancora una forza viva che interpella l’uomo contemporaneo in modo spesso silenzioso ma, non per questo, meno profondo.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della bioingegneria e della dissoluzione delle grandi narrazioni, la fede in un Dio che si è fatto carne sembra, a prima vista, un paradosso anacronistico; eppure, continua a generare domande che nessuna tecnologia è ancora riuscita a neutralizzare.
Chi sono io davvero? Ha senso soffrire? C’è qualcosa oltre la morte? È possibile amare davvero i nemici senza distruggersi?
Per capire quanto sia attuale, occorre tornare indietro, non per nostalgia ma per comprendere la traiettoria. Il cristianesimo nasce in un crocevia di culture: ebraismo profetico, filosofia greca, diritto romano, culti misterici orientali.
Gesù di Nazareth non fonda un sistema filosofico ma racconta storie, guarisce corpi, mangia con peccatori e pubblicani, muore come schiavo ribelle.
La sua pretesa più sconvolgente non è morale
siate buoni
ma ontologica
Io sono la via, la verità, la vita.
Questa pretesa divide la storia in due: prima e dopo di lui, anche per chi non crede.
Nei primi tre secoli la Chiesa è una minoranza perseguitata che vive l’attesa escatologica del ritorno imminente del Signore.
I cristiani si riconoscono nel segno del pesce – ichthys, acronimo greco di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore” – e celebrano l’eucaristia nelle catacombe tra pitture di Giona inghiottito e risputato dalla balena, simbolo della morte e risurrezione.
Non hanno templi sontuosi, non hanno potere politico, eppure, attraggono, perché amano in modo inspiegabile: curano i malati abbandonati durante le epidemie, riscattano schiavi, accolgono vedove e orfani.
Tertulliano può scrivere:
Vedete come si amano
e il sangue dei martiri diventa davvero seme di nuovi cristiani.
Con Costantino e l’editto di Milano del 313 tutto cambia. Il cristianesimo diventa religione di Stato, le basiliche sostituiscono i templi pagani, il Cristo pantocratore delle absidi bizantine guarda dall’alto un’umanità, ormai organizzata gerarchicamente.
Nasce la civiltà medievale cristiana: il monachesimo benedettino salva la cultura classica copiando manoscritti, le cattedrali gotiche sono Bibbie di pietra dove anche l’analfabeta può leggere la storia della salvezza nei capitelli e nelle vetrate.
L’arte non è più decorazione ma teologia visiva: Giotto ad Assisi racconta Francesco che sposa Madonna Povertà, il Romanico e il Gotico alzano lo sguardo verso l’alto, il Rinascimento – Michelangelo, Raffaello – mette al centro l’uomo, ma lo fa con il sigillo di Dio: la Cappella Sistina è il punto più alto di questa sintesi tra fede e bellezza.
La filosofia non resta indietro.
Agostino legge Platone con gli occhi della fede e scrive le Confessioni, il primo libro veramente “moderno” perché introspectivo fino al tormento. Tommaso d’Aquino prende Aristotele, lo battezza e costruisce una Summa che per secoli sarà il pilastro del pensiero occidentale.
La scolastica discute se gli angeli possano occupare uno spazio fisico, quaestio famosa, ma lo fa con una logica così raffinata da anticipare la scienza moderna.
Persino Dante, che non è teologo di professione, organizza l’intero cosmo in chiave cristiana: Inferno, Purgatorio e Paradiso non sono solo poesia ma una mappa dell’anima umana.
Poi, arriva la frattura. Riforma protestante, guerre di religione, Illuminismo, Rivoluzione francese. Il cristianesimo viene accusato di essere la causa di ogni oscurantismo.
Nietzsche proclama la morte di Dio e prevede che l’Europa vivrà secoli di nichilismo. Il Novecento sembra dargli ragione: totalitarismi, campi di sterminio, bombe atomiche.
Eppure, proprio nel cuore del secolo più disumano nascono figure che smentiscono la profezia.
Maximilian Kolbe offre la vita al posto di un padre di famiglia ad Auschwitz, Dietrich Bonhoeffer resiste a Hitler pagando con il patibolo.
Etty Hillesum scrive nel campo di transito di Westerbork che
la vita è bella e piena di significato nonostante tutto.
L’arte del Novecento è piena di questi paradossi.
Rouault dipinge Cristi con volti di prostitute e carcerati, Chagall mette il crocifisso verde sopra i villaggi ebrei in fiamme, Messiaen compone il Quatuor pour la fin du temps nel campo di prigionia tedesco.
Persino artisti lontanissimi dalla fede come Francis Bacon o Mark Rothko non riescono a liberarsi dal crocifisso: lo deformano, lo svuotano, lo urlano, ma non riescono a cancellarlo.
Oggi il cristianesimo in Europa sembra in declino: chiese vuote, scandali, secolarizzazione avanzata. Ma il quadro è più complesso. In Africa e Asia le comunità cristiane crescono a ritmi impressionanti, spesso in contesti di persecuzione.
In Occidente la fede non scompare: si trasforma, diventa minoritaria, liquida, talvolta eretica, ma continua a produrre frutti inattesi. Le comunità che accolgono i migranti, i centri di ascolto per chi soffre di depressione, le case-famiglia per tossicodipendenti, i medici che vanno nei campi profughi siriani portando non solo medicine ma il Vangelo vissuto: tutto questo è cristianesimo oggi, spesso senza riflettori.
C’è poi la dimensione esoterica, quella che la Chiesa ufficiale ha sempre guardato con sospetto ma che non è mai scomparsa. I Rosa+Croce del Seicento si definivano cristiani, Rudolf Steiner parlava di un “cristianesimo cosmico” la teosofia di Madame Blavatsky mescola Vangeli apocrifi e dottrine orientali. Persino Jung vede in Cristo il prototipo dell’individuazione, l’archetipo del Sé.
Oggi troviamo tracce di questa corrente nel proliferare di gruppi che parlano di “Cristo interiore”, di energia cristica, di reincarnazione compatibile con il Vangelo. È un cristianesimo sincretico, spesso confuso, ma rivela una cosa: l’immagine di Gesù continua a essere un catalizzatore potente anche per chi rifiuta il dogma.
La filosofia contemporanea, dopo aver dichiarato la fine delle metafisiche, riscopre paradossalmente pensatori cristiani. Kierkegaard diventa il padre dell’esistenzialismo, Levinas fonda l’etica sul volto dell’altro a partire dal comandamento dell’amore, René Girard spiega la violenza umana attraverso il meccanismo del capro espiatorio e vede nella croce la rivelazione che smaschera ogni sacrificio violento.
Anche autori atei come Slavoj Žižek o Alain Badiou tornano a Paolo di Tarso: per Žižek è il Lenin del cristianesimo, per Badiou l’inventore dell’universalismo autentico.
Allora, che cos’è la cristianità oggi?
Non è più la civiltà dominante, non è più il collante sociale di un tempo. È una proposta radicale in un mondo che ha paura delle proposte radicali. Dice all’uomo iperconnesso e solo che non è definito dal suo curriculum o dai like ma dal fatto di essere infinitamente amato.
Dice al potente che la vera forza è quella di chi si china a lavare i piedi. Dice al malato terminale che la sua vita non è inutile. Dice al migrante che c’è una patria che nessuna frontiera può chiudere.
Non chiede di tornare indietro, al Medioevo o alla cristianità costantiniana. Chiede di andare avanti, fino alle periferie esistenziali, fino all’ultimo uomo, come direbbe Papa Francesco.
La croce non è più un simbolo di trionfo imperiale ma di solidarietà con chi è scartato. Il cristianesimo contemporaneo, quando è autentico, non cerca di restaurare un passato idealizzato ma di incarnarsi nel presente con la stessa libertà con cui il Figlio di Dio è entrato nella storia duemila anni fa: senza eserciti, senza privilegi, senza paura di sporcarsi le mani.
E, forse, è proprio questa la sua forza paradossale: quanto più sembra debole, sconfitto, marginale, tanto più rivela la sua natura. Come il chicco di grano che deve morire per portare frutto.
In un’epoca di autoaffermazione ossessiva, di performance, di corpi perfetti e vite ottimizzate, il cristianesimo sussurra ancora la cosa più sovversiva: beati i poveri, beati gli afflitti, beati i miti.
Non perché la sofferenza sia bella, ma perché anche nel dolore più nero può accadere l’incontro con un Tu che non abbandona mai.
Questa è la cristianità oggi: non un museo, non un’ideologia, non un brand religioso in competizione con gli altri.
È una persona viva, Gesù di Nazareth, che continua a camminare sulle strade del mondo, spesso irriconoscibile, spesso con le stimmate nascoste, ma sempre pronto a dire a chi ha il coraggio di fermarsi:
Non temere, sono io.
Eppure:
Sono pochi i veri cristiani. Dico proprio riguardo alla fede. Ce ne sono certo che credono, ma per superstizione. Ce ne sono che non credono, ma per libertinaggio. Pochi tra le due categorie.
Blaise Pascal
Autore Massimo Frenda
Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.













