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No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larraín

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L’11 settembre 1973, con un colpo di Stato, un gruppo di militari, capitanato dal comandante dell’esercito Augusto Pinochet e supportato da uomini della CIA, sovverte il potere del governo cileno spodestando Salvador Allende che, durante il golpe, rimane ucciso, a quanto dicono, suicidato.

Con la giunta militare al potere, il Cile vive anni di dittatura feroce che portano a sistematiche torture ed esecuzioni sommarie, esili forzati e giustificati solo dalle opinioni contrarie al regime e migliaia di cileni dissidenti scompaiono all’improvviso senza lasciare alcuna traccia.

Il Presidente Pinochet, per circa 15 anni, comanda con il pugno di ferro e la scure dell’oppressione ideologica e militare. Le violenze di regime vengono sempre insabbiate per mostrare alla comunità internazionale un paese pacificato e democratico, riuscendoci, in parte, tanto da avere l’appoggio di molti governi occidentali, nonché del Vaticano.

In seguito a diversi periodi di recessione, che portano ad uno scontro sociale e non solo politico il popolo cileno e la giunta militare, Pinochet ordina repressioni esemplari che non fanno altro che aumentare il malcontento nel paese; la voce dei dissidenti finalmente raggiunge la comunità internazionale e numerosi attentati ai danni del regime portano a galla molte delle atrocità commesse dalla giunta Pinochet.

Nel tentativo di normalizzare la situazione per non perdere il potere, così da continuare a controllare a suo modo gli affari interni, il Comandante Presidente fa scrivere una nuova Costituzione di facciata. Nel 1988, a causa della pressione internazionale, Pinochet è costretto ad indire un plebiscito, una sorta di referendum che gli possa permettere di rimanere a capo del governo cileno per altri 8 anni.

Il film ‘No’, di Pablo Larraín, basato sull’opera teatrale ‘The Referendum’ di Antonio Skarmeta, racconta la campagna elettorale che avvenne per il referendum dell’88, o meglio, la campagna pubblicitaria che il fronte del NO organizzò per provare l’impresa impossibile di battere il regime dittatoriale.

La storia è quella del giovane pubblicitario René Saavedra, dipendente di una delle più grandi agenzie del Cile: la sua bravura è indiscussa e alcune delle pubblicità più famose sono opera del suo ingegno.

René vive da solo con il figlioletto, è separato dalla moglie fervente dissidente della dittatura, costantemente incarcerata e torturata. Anche lui è contrario al regime militare e ha vissuto sulla propria pelle la ferocia della dittatura di cui è stato vittima suo padre, ma deve badare al bambino e quindi ha deciso di lavorare senza affiancare la moglie in quella folle guerra.

Quando però un amico comunista, leader dell’opposizione cilena, gli chiede di partecipare e condurre la campagna per il NO al plebiscito indetto da Pinochet, René capisce che può fare finalmente qualcosa per combattere, a suo modo, la dittatura.

Con pochissimi mezzi, sotto il controllo e la minaccia costante degli sbirri di regime, Saavedra e il gruppo del NO concepiscono un progetto che, attraverso la forma pubblicitaria e l’ambizione di infondere ottimismo in un futuro senza quel governo, porti il popolo cileno ad avere il coraggio di cambiare le cose e liberare il paese dall’oppressione.

Con ‘No’ il regista cileno Pablo Larraín chiude la ‘Trilogia sulla dittatura’ avviata nel 2007 da ‘Tony Manero’ e proseguita nel 2010 con ‘Post Mortem’.

La chiusura è ideale e simbolica anche perché ‘No’ racconta l’ultimo periodo del regime di Pinochet ed è un film davvero potente nel riuscire a rendere devastante il disegno di una rivoluzione non violenta, combattuta e vinta con quei mezzi che non sembravano poter fare minimamente paura al potere militare.

Oltre al fascino della storia, che riporta un evento realmente accaduto, c’è un’innegabile abilità tecnica che rende il film di notevole livello: Larraín ha scelto di girare nello stesso formato delle immagini degli archivi originali, così da rendere quasi impossibile allo spettatore distinguere le scene dell’epoca da quelle create per il film.

L’atmosfera anni ’80 è ricreata in maniera perfetta grazie alle macchine da presa analogiche ed il montaggio permette di vivere l’evoluzione della vicenda con la giusta emotività.

Eppure, una delle volontà del regista, che più emerge grazie al modo di girare e di raccontare la storia in questione, è il dimostrare come sia un figlio di quel neoliberismo sfrenato voluto da Pinochet ad ideare la campagna per farlo cadere, come siano i mezzi e gli strumenti ideologici affini a quelli della dittatura ad essere utilizzati per la creazione della campagna del NO.

In pratica, Larraín afferma che

Saavedra inventa una campagna pubblicitaria piena di simboli ed obiettivi politici, che apparentemente sono solo parte di una strategia di comunicazione, mentre in realtà nascondono il futuro di un paese. Secondo me la campagna per il NO è solo il primo passo verso il consolidamento del capitalismo come unico sistema possibile in Cile.
Non è una metafora: è il capitalismo, vero e proprio, prodotto della pubblicità, applicata alla politica.

C’è un altro significato emblematico nella storia raccontata in ‘No’ e riguarda i vari modi di opporsi, di “combattere”.

Nel film, che racconta la realtà dei fatti, molti dei dissidenti, gli oltranzisti, così come la maggior parte dei componenti l’opposizione politica, considerano inutile la campagna per il NO, sia perché credono che il plebiscito non sia altro che una farsa controllata e pilotata dal regime, sia perché pensano che una sfida aperta ed accettata a quelle condizioni non possa che legittimare una giunta militare che, invece, è arrivata al potere attraverso un golpe portando al governo una dittatura repressiva che non può essere spodestata se non in modo violento.

La contrapposizione in questo caso è simboleggiata dal protagonista, René, e dalla moglie, dal pubblicitario che lavora nel sistema di potere a soldo del regime, ma, nel frattempo, cerca di batterlo utilizzando le proprie capacità e dall’oppositrice appassionata che, quotidianamente, si ribella alla dittatura pagandone le conseguenze fisiche e morali immolando la propria vita allo scopo rivoluzionario: magari fosse sempre la rivoluzione non violenta a cambiare le cose?!?

Ad interpretare il protagonista, un bravissimo Gael García Bernal, in una fase di crescita costante di una carriera che, a meno di 40 anni, lo ha portato a lavorare già per registi come Almodóvar, Inarritu, Gondry, Jarmusch, Salles, in ruoli agli antipodi tra loro per personaggi sempre molto lontani da quello stereotipo del maschio latino in cui all’inizio la critica aveva deciso di rinchiuderlo.

Co-protagonista è l’attore feticcio di Pablo Larraín, quell’Alfredo Castro che dopo ‘Tony Manero’ ha conquistato gli elogi di pubblico ed addetti ai lavori per poi confermarsi in ‘Post Mortem’ e nel piccolo ruolo affidatogli da Daniele Ciprì in ‘È stato il figlio’: in ‘No’ è un comprimario ottimo, sempre al limite tra l’elemento accondiscente e ideale spalla per il protagonista e il classico personaggio viscido ed odioso che non si può non odiare.

‘No’ è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero e al Festival di Cannes 2012 è stato vincitore della Quinzaine des Réalisateurs.

Con la ‘Trilogia sulla dittatura’ Pablo Larraín ha voluto metter in luce la decadenza morale, la disfunzione ideologica e l’immaginario della violenza di quel periodo storico vissuto dal suo paese: con ‘Post Mortem’ ha raccontato l’origine della dittatura, con ‘Tony Manero’ il momento più atroce e violento del regime e con ‘No’ la fine del potere di Pinochet.

Il Cinema fatto bene può servire a raccontare la Storia, soprattutto nei suoi lati più oscuri e poco popolari.

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Paco De Renzis

Autore Paco De Renzis

Nato tra le braccia di Partenope e cresciuto alle falde del Vesuvio, inguaribile cinefilo dalla tenera età… per "colpa" delle visioni premature de 'Il Padrino' e della 'Trilogia del Dollaro' di Sergio Leone. Indole e animo partenopeo lo rendono fiero conterraneo di Totò e Troisi come di Francesco Rosi e Paolo Sorrentino. L’unico film che ancora detiene il record per averlo fatto addormentare al cinema è 'Il Signore degli Anelli', ma Tolkien comparendogli in sogno lo ha già perdonato dicendogli che per sua fortuna lui è morto molto tempo prima di vederlo. Da quando scrive della Settima Arte ha come missione la diffusione dei film del passato e "spingere" la gente ad andare al Cinema stimolandone la curiosità attraverso i suoi articoli… ma visto i dati sconfortanti degli incassi negli ultimi anni pare il suo impegno stia avendo esattamente l’effetto contrario. Incurante della povertà dei botteghini, vagamente preoccupato per le sue tasche vuote, imperterrito continua la missione da giornalista pubblicista.