Per anni mi sono chiesta cosa significasse davvero, per un Massone, la parola “perfettibile”.
La cercavo dove pensavo dovesse trovarsi: nella condotta impeccabile in Loggia, nella disciplina delle tavole, nella precisione con cui portavo a termine ogni compito assegnato.
Se rispettavo ogni forma, se non sbagliavo un rituale, se la tavola che presentavo era curata fin nella punteggiatura, pensavo di essere sulla strada giusta.
Non sapevo bene verso cosa stessi andando, ma mi bastava l’idea di avvicinarmi a qualcosa.
Era un modo di intendere la perfettibilità mutuato, credo, dal mondo profano più di quanto volessi ammettere: un elenco di cose da fare bene, misurabili, verificabili da chi mi osservava.
Funzionava, nel senso che mi teneva occupata e mi dava un senso di progresso. Ma era un progresso rivolto verso l’esterno, verso l’immagine che davo, non verso quello che stavo effettivamente diventando.
Poi, il tempo ha fatto il suo lavoro e con lui qualche delusione.
Avevo idealizzato alcuni Fratelli e Sorelle più di quanto meritassero, non per colpa loro, ma perché avevo bisogno di modelli e i modelli, si sa, reggono solo finché non li guardi da vicino. Chi credevo incarnasse quella perfezione disciplinata si è rivelato, come tutti, pieno di crepe.
Non è stata una scoperta dolorosa perché mi aspettassi la santità: è stata dolorosa perché mi ha costretta a chiedermi cosa stessi davvero cercando in loro, e perché ne avessi bisogno.
Quando quell’idealizzazione si è incrinata, si è incrinata anche la mia idea di perfettibilità costruita sulla forma. Ho dovuto ammettere che si può essere impeccabili in Loggia e restare, nella sostanza, fermi.
Si può scrivere una tavola perfetta senza che quella tavola cambi davvero qualcosa in chi la scrive.
La disciplina, da sola, non è la stessa cosa del lavoro interiore: può accompagnarlo, ma può anche sostituirlo, diventando un rifugio comodo che permette di sentirsi a posto senza mai toccare il punto dolente.
Ho capito, con più fatica di quanta vorrei ammettere, che perfettibile non significa questo.
Significa trovare ciò che è perfetto per me: quello che mi mette in armonia con il GADU, con i miei fratelli e le mie sorelle, e che soprattutto mi porta un beneficio tangibile.
Non un beneficio egoistico, e nemmeno una comodità. Intendo la prova che il lavoro interiore produce davvero qualcosa, che non resta chiuso in me, ma passa, si vede, si sente negli altri con cui lavoro fianco a fianco.
Una perfettibilità che non lascia tracce fuori di sé, per quanto disciplinata, mi sembra oggi un esercizio a vuoto.
Lo diceva già Publilio Siro, un secolo prima di Cristo:
Beneficium dando accepit qui digno dedit.
Chi dà un beneficio a chi lo merita, nel darlo, lo riceve.
Non due gesti in sequenza, ma uno solo.
È qui che ho trovato un senso più chiaro in una frase di Albert Pike, tratta da “Morals and Dogma”:
Ciò che abbiamo fatto solo per noi stessi muore con noi; ciò che abbiamo fatto per gli altri e per il mondo resta ed è immortale.
Per molto tempo l’ho letta come un invito a rinunciare a me stessa in favore degli altri, quasi un dovere di sacrificio. Oggi la leggo diversamente.
Credo che il ponte tra la mia esperienza e le parole di Pike sia proprio questo: quando riusciamo a perfezionare in noi stessi qualcosa che ritenevamo non perfezionabile, un limite, una rigidità, una paura che credevamo definitiva, riusciamo anche a trasmetterlo correttamente agli altri.
Il lavoro su di sé non è la premessa di un gesto altruistico separato che verrà dopo. È già, nel momento in cui accade, un gesto che raggiunge chi ci sta intorno. Non c’è una fase privata seguita da una fase pubblica: c’è un solo movimento.
La Pietra Grezza non è sbagliata, è incompleta. Su questo la tradizione ha ragione, e non la metto in discussione.
Ma per anni ho confuso l’incompletezza con un difetto da correggere secondo uno standard esterno, il Massone modello, la Sorella che non vacilla mai, l’immagine che avevo costruito di chi “ce l’aveva fatta”.
Il lavoro vero è diverso: non consiste nel diventare quello standard, che tra l’altro non esiste se non nella mia proiezione, ma nel riconoscere qual è la forma che, per me, permette a quella pietra di reggere il peso della costruzione senza spezzarsi.
Ogni pietra ha le sue venature, i suoi punti di fragilità. Lavorarla non significa renderla identica a un’altra ritenuta più riuscita.
Questo non toglie fatica al percorso, anzi. Riconoscere i propri limiti fa più male che nasconderli dietro una condotta impeccabile, perché richiede di rinunciare a un’immagine di sé che, per quanto scomoda, era almeno familiare.
Ma è un dolore che serve a qualcosa, mentre l’altro, quello di recitare una perfezione che non si ha, non serve a nessuno e, prima o poi, si vede: negli altri, se non in noi stessi.
C’è un’immagine che a Napoli capita spesso di incontrare, nelle edicole votive incastonate nei muri consumati dal tempo: una fede che non ha bisogno di essere geometricamente perfetta per essere vera.
La colla si stacca, i colori sbiadiscono, i fiori sono spesso di plastica. Eppure, quelle edicole funzionano, nel senso più profondo del termine: qualcuno le cura, qualcuno si ferma.
Non le porto come simbolo della città, ma come cosa che ho visto tante volte camminando e che mi ha aiutata a capire che la verità di un percorso conta più della sua levigatezza.
Oggi, quando mi chiedono cosa significhi essere perfettibili, non rispondo più parlando di disciplina o di forma.
Rispondo che significa continuare a cercare, anche dopo le delusioni, anche dopo aver capito che i modelli che ci eravamo dati non reggevano, quello che davvero funziona per noi e verificarlo non sulla carta ma nella vita: nell’armonia che riusciamo a costruire con chi lavora al nostro fianco e nel bene che questo lavoro produce fuori da noi, non solo dentro.
Non è un traguardo, ed è forse questa la cosa più difficile da accettare per chi, come me, per anni ha cercato un punto d’arrivo.
È qualcosa che si rinegozia ogni volta che un’idea che ci sembrava solida si rivela fragile. E si ricomincia da lì, non da capo, ma da dove la crepa si è aperta, perché è lì che passa la luce.
Io ci ho messo anni a smettere di misurare la mia perfettibilità sulla forma che mostravo agli altri.
Tu, in questo momento, la stai cercando dove ti fa vedere bene, o dove sai che ti farebbe davvero bene?
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.












