Il Novecento, nella molteplicità delle sue esperienze storiche, ha posto le basi per riflessioni profonde su interrogativi esistenziali e sociali che, ancora oggi, animano il dibattito pubblico e il sentire collettivo, offrendo continui spunti di analisi e di confronto.
La natura della politica, le sue finalità e le dinamiche che regolano l’alternarsi delle forze contrapposte hanno da sempre costituito il centro di importanti indagini teoriche.
L’antagonismo che si colloca alle radici di ogni confronto politico non nasce, come insegna la Storia, da rapporti pacifici e pienamente consensuali, bensì dal confronto tra posizioni divergenti e interessi contrastanti, dallo scontro tra amico e nemico, come teorizzato dal giurista e pensatore tedesco Carl Schmitt, una delle figure più controverse del pensiero europeo del secolo scorso.
Secondo Schmitt, la politica non trae origine dal dialogo, dalla ricerca del bene comune o dalla cooperazione tra individui; essa si fonda, piuttosto, sulla capacità di distinguere tra «amico» e «nemico».
Ogni comunità politica, infatti, definisce la propria identità attraverso l’individuazione di ciò che percepisce come estraneo, ostile o potenzialmente minaccioso.
A quasi un secolo di distanza, la su tesi continua a suscitare interrogativi e inquietudini. Eppure, osservando il panorama politico contemporaneo, è difficile non riconoscere l’attualità e la forza descrittiva della sua intuizione.
La politica del XXI secolo sembra spesso alimentarsi non tanto della costruzione di progetti condivisi quanto della definizione di contrapposizioni e antagonismi, in cui l’identificazione dell’avversario diventa elemento essenziale della competizione politica.
I nemici, tuttavia, mutano volto a seconda delle epoche e dei contesti storici.
Le élite economiche, ritenute responsabili dell’ampliamento delle disuguaglianze sociali; i tecnocrati, rappresentati come figure distanti dalla volontà popolare; i mezzi di informazione, sospettati di orientare e manipolare il consenso; oppure potenze straniere, indicate come causa delle difficoltà economiche e delle tensioni sociali interne.
Ciò che permane costante non è tanto l’identità del nemico quanto la sua funzione politica: offrire una spiegazione immediata a problemi complessi e fornire a una comunità un elemento identitario facilmente riconoscibile.
La costruzione del nemico possiede, infatti, una straordinaria capacità aggregante. Gli individui tendono a riconoscersi come parte di un gruppo quando percepiscono l’esistenza di una minaccia comune. La storia politica è ricca di esempi nei quali la coesione sociale si è rafforzata proprio attraverso l’individuazione di un avversario esterno o interno.
Tuttavia, ciò che può contribuire a consolidare una comunità rischia anche di trasformarsi in un fattore di indebolimento delle istituzioni democratiche.
Nelle democrazie liberali il conflitto rappresenta una componente inevitabile e, sotto molti aspetti, persino necessaria. La pluralità delle idee, la divergenza degli interessi e il confronto tra differenti concezioni del bene comune costituiscono il fondamento stesso della vita politica.
Il problema emerge nel momento in cui l’avversario cessa di essere considerato un interlocutore legittimo e viene invece percepito come un nemico da delegittimare sul piano morale e politico. In quel momento il confronto lascia spazio alla contrapposizione assoluta e il dialogo viene sostituito dalla logica dello scontro.
La conseguenza è una progressiva erosione di quello spazio intermedio nel quale può svilupparsi il confronto democratico.
Quando ogni questione viene interpretata come una lotta esistenziale tra schieramenti inconciliabili, diventa sempre più difficile riconoscere la complessità dei problemi e la legittimità delle opinioni altrui.
Il dissenso si trasforma in ostilità e l’avversario viene percepito come una minaccia da combattere piuttosto che come una voce con cui confrontarsi.
Eppure, accanto alla visione di Carl Schmitt, il Novecento ha sviluppato anche una concezione diversa della politica. Filosofi come Jürgen Habermas hanno sostenuto che la democrazia non debba fondarsi sulla contrapposizione tra amico e nemico, ma sulla possibilità di costruire consenso attraverso il dialogo e il confronto razionale.
In questa prospettiva, il conflitto non viene eliminato, bensì regolato da istituzioni e regole che consentono il confronto tra posizioni differenti nel rispetto reciproco.
Ancora oggi le democrazie sono attraversate dalla tensione tra queste due visioni: da un lato la logica della polarizzazione, che rafforza l’identità collettiva attraverso l’individuazione di un nemico; dall’altro quella del dialogo, che mira a trasformare il conflitto in occasione di confronto.
Le divisioni sono inevitabili in ogni società democratica; la vera sfida consiste nell’impedire che si trasformino in ostilità permanente.
La questione fondamentale, dunque, non è se la politica abbia bisogno di un avversario, ma quali limiti una democrazia sappia imporre alla logica dell’inimicizia.
Quando il nemico diventa il principio dominante della vita pubblica, la politica si riduce a scontro; quando invece il conflitto rimane entro i confini del reciproco riconoscimento, la democrazia conserva la propria capacità di integrare le differenze e costruire il futuro.
Per questo il pensiero di Schmitt conserva ancora oggi una sorprendente attualità: non perché offra una soluzione, ma perché ci pone una domanda cruciale.
Siamo ancora cittadini capaci di confrontarci nel rispetto delle differenze o stiamo diventando comunità sempre più inclini a definirsi attraverso la ricerca di nuove forme di ostilità?
Autore Pina Ciccarelli
Pina Ciccarelli, maturità Classica e Laurea in Giurisprudenza. Appassionata di Storia, Filosofia, Letteratura e Musica. La scrittura nasce dell'evasione, dal desiderio di donare colore alla vita, catartico abbandono all'immaginazione. Tra i sentieri nascosti del sublime, fuori dalle logiche del reale, per scoprire se stessi.













