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Nel ventre oscuro di Napoli

ventre oscuro

Il noir, l’esoterismo e la grande illusione del ‘popolare’

Napoli, città di spettri e miraggi, si aggrappa al revival del noir come un malato terminale al suo ultimo oppiaceo.

Ci dicono che questo ritorno al genere sia un omaggio alla sua anima più autentica, un tuffo nel ventre molle della città, nel suo legame profondo con il sacro e l’ultraterreno. Ma sotto la patina di folklore e romanticismo, pulsa un cuore marcio che non è nuovo né rivoluzionario: è la solita ideologia, un po’ positivista, un po’ esoterica, che da secoli infetta la narrativa napoletana e la cultura popolare con la sua ambigua seduzione.

Da Mastriani a Lombroso, passando per la Serao, Napoli è stata laboratorio di esperimenti culturali travestiti da esplorazioni del suo ‘genio popolare’.

Lombroso, l’uomo che vedeva nel cranio del Sud la mappa di una presunta inferiorità genetica, trovò qui terreno fertile, spinto anche da una borghesia napoletana che flirtava con lo spiritismo come con un amante proibito.

Questa borghesia ha sempre avuto un talento speciale per spacciare le sue ossessioni esoteriche come cultura alta o, peggio, autentica.

E oggi? Oggi il noir napoletano si è trasformato in un rito collettivo, ma non di quelli buoni.

È diventato un culto dell’abisso, un’adorazione del lato oscuro della città, con Gomorra a fare da vangelo e Netflix come altare. I suoi nuovi sacerdoti parlano di destino e divinità, ma dietro il velo della narrativa noir pulsa un’altra anima: quella di una Napoli che guarda a culti pagani di importazione anglosassone, rielaborati in chiave metapsichica e luciferina.

Una mistura velenosa, che seduce i più giovani, i bambini, promettendo libertà e identità, ma consegnandoli invece a una confusione culturale programmata.

E le élites intellettuali? Loro dormono. O peggio, applaudono. Sia le sinistre progressiste, che si inchinano a ogni nuovo trend postmoderno, sia le destre identitarie, che sventolano bandiere tradizionaliste ma sono cieche di fronte a questa colonizzazione spirituale.

Nessuno alza la voce contro questo processo di svuotamento dell’anima popolare, dove il mito del Sud come terra magica e ‘maledetta’ diventa una merce, una fantasia tossica venduta al miglior offerente. Il noir, insomma, è una scusa. Un paravento per un progetto più grande e più sinistro.

Napoli non sta riscoprendo le sue radici; sta vendendo la sua anima d una narrativa prefabbricata, cucita su misura per un mercato globale. Ed è ironico che proprio qui, dove il sacro e il profano si incontrano in ogni vicolo, la vera spiritualità popolare venga rimpiazzata da una messa nera culturale che si spaccia per identità.

La domanda è: quanto ancora resteremo ipnotizzati?

Quanto a lungo ci accontenteremo di guardare Napoli recitare la parte del noir per poi scoprire che siamo noi, spettatori ingenui, il vero obiettivo di questa messa in scena?

Autore Piero Capobianco

Piero Capobianco, redattore per diverse testate sportive e di costume. Si occupa di temi riguardanti la storia di Napoli con particolare riguardo per la lingua e la musica. Ha ideato e conduce per Terroni Tv 'La lingua napoletana' e 'Napolizzando'. Collabora col professor Massimiliano Verde, Presidente di Accademia Napoletana, e il Maestro Lello Traisci musicista ed etno-antropologo. Ha studiato Filosofia presso L'Orientale di Napoli.