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Mocciola mette in scena il dolore dell’anima

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'Cartoline da casa mia'

Suggestiva rappresentazione di ‘Cartoline da casa mia’ al Théâtre de Poche

Appena tornato, e fuori nevica. Già, nevica e fa tanto freddo. Tira vento; lo stesso vento ibernante che mi ha condotto ieri sera, 23 febbraio, nelle viscere del ventre di Napoli, fra flebili luci e ombre oscure, in uno spazio indefinito, senza limiti e senza tempo, quello del Théâtre de Poche, in via Salvatore Tommasi, n. 15.

Un punto nero fra l’oscurità delle solide e antiche mura di una città come Napoli, che restituisce arte alla durezza della vita.

Spiragli, barlumi di luci a malapena soffuse e poi tenebre, oscurità, ma soprattutto la voce: quella di quel peculiare e contraddistinto vibrato.

Un urlo rabbioso irrompe nel silenzio della sala completamente immersa nel buio; nessuno degli spettatori riesce a fiatare: l’interprete, Bruno Petrosino, lo straordinario attore romano che ha dato voce all’aulica e pregnante scrittura di Antonio Mocciola, cattura in questo modo, sin da subito, l’attenzione della platea che ha completamente riempito la sala, confermando il secondo sold out della sera precedente.

Un corpo nudo, innocente, violato nella sua più abissale intimità, quella del proprio spirito che racchiude in sé e che libera soltanto tra le mura della sua stanza. Petrosino appare ed è completamente calato nell’ultima gemma teatrale di Mocciola e vivifica a tal punto il suo personaggio, Fosco, che nel trascorrere dei minuti non ti accorgi più della sua nudità integrale, ma ascolti soltanto il suono della sua voce e la veemenza imponente della sua energia che inonda la platea, attenta e raccolta, in un “religioso” silenzio.

La morte è consolazione, l’estrazione di una spina dolorosa.

Così il giovane uomo, affetto da un male dell’anima, dichiara con fuoco ed energia, il suo esistere ai suoi affetti più cari, ricordando il suo passato e comunicandolo per mezzo di cartoline che spedisce immaginariamente dalla sua stanza e che comunica a tutti, al mondo intero, a tutto ciò che sta fuori dalla sua porta.

Rimembrando sua nonna, gli sovvengono le parole che la donna gli proferiva in merito alla figura del Cristo:

Ti sembra normale adorare un torturato?

No, non è blasfemia né azione dissacrante, tutt’altro; è una presa di coscienza avverso schemi e stereotipi asfittici e asfissianti, in cui uno spirito libero come quello imprigionato nel corpo denudato e oltraggiato del personaggio di Fosco, conduce e riporta lo spettatore all’origine di se stesso, del proprio vissuto, quello reale, quello che tiene segreto e celato a riparo dall’indiscrezione e dalla luce ingannevole del mondo.

Il suono delle campane; il raggio di luce proveniente da una finestra immaginaria che dirada tutta quella tremenda e cruda oscurità, che spinge l’unico personaggio dell’opera a rinascere nuovamente da se stesso per mezzo di tutto quel dolore, attraverso un outing che lo lascia confrontare con chi ha amato e odiato allo stesso tempo: la madre, il padre, il nonno, la nonna, Angelo l’amico – nemico d’infanzia, lo psicologo, la sua insegnate di lettere e alla fine lui, il fratello, il suo gemello viaggiatore che lo aveva lasciato da solo, in quella stanza, già, proprio quella stanza che tempo addietro era stato scenario del loro vivere quotidiano, in completa e totale sinergia, anche se dolorosa e, al contempo ,frustrante.

Rivolgendosi al padre, Fosco dice:

Ho bisogno di polvere, ho bisogno che il tempo mi offenda, prima che lo faccia tu.

L’interpretazione di Petrosino è magistrale; diretto, devastante, imponente, fragile nella sua innata forza oratoria, commovente a tratti, straordinariamente unico e irripetibile.
La pièce di Mocciola non avrebbe potuto avere battesimo migliore, di quello che ha ottenuto dal giovane interprete romano.

Prodotto da Alessandro Vitiello, per la regia di Marco Prato, questa sera, 24 febbraio 2019, ore 21:00, Théâtre de Poche, in via Salvatore Tommasi, n. 15, si terrà l’ultima messa in scena dello spettacolo di Mocciola, v.m. 18 anni, che proseguirà la tournée in altre città d’Italia.

E mentre fuori nevica e tira vento, rivolgo lo sguardo a quel barlume di luce, che mi riporta istantaneamente alla stanza del giovane Fosco.