C’è un ragazzo che entra in camera sua e accende il suo computer come fosse un altare e la webcam viene maneggiata come una reliquia sacra.
Ha appena superato i diecimila follower su TikTok, e il cuore gli batte come se avesse vinto un premio Nobel.
Ogni like è un applauso, ogni commento un brindisi. Sembra un trionfo. Deve festeggiare e i like e i commenti sono il suo premio.
Magari monetizza anche qualcosa di importante. Perfetto.
Poi però la porta si chiude, e in casa non c’è nessuno che lo festeggi. I genitori sorridono distratti, il fratello non lo degna di uno sguardo. La popolarità online non scalda la cena, non consola una delusione, non insegna a vivere.
E non parliamo solo dei ragazzi comuni. Basta guardare ai giganti. Crollano – e male – anche loro.
Chiara Ferragni, la regina delle influencer, ha visto crollare la sua immagine pubblica in poche settimane, tra indagini, polemiche e marchi che hanno preso le distanze. Se può succedere a lei, con un impero da milioni di follower e contratti pubblicitari in tutto il mondo, può succedere a chiunque.
Specialmente a chi non ha spalle grosse, denaro accumulato, una buona organizzazione, una strategia aziendale, perchè un influencer, è un’azienda.
Ferragni non è la sola.
Ricordiamo Logan Paul, che dopo un video offensivo girato in Giappone è stato travolto da uno tsunami di critiche e sospensioni.
Oppure Fedez, che a più riprese ha dovuto fare i conti con la fragilità del vivere esposto ogni giorno al giudizio di milioni di persone.
E ancora, i casi di Will Smith dopo lo schiaffo agli Oscar, o di Kanye West, precipitato in una spirale di esternazioni che hanno bruciato in poche ore rapporti e sponsor.
Se i più famosi, con squadre di avvocati e comunicatori alle spalle, cadono come birilli, cosa può accadere a un ragazzino, ai nostri figli, soli con il loro telefono in mano?
Retorica da vecchio? Forse, non lo nego.
Ma sembra una scena reale.
Il mito dei social è tutto qui: la sensazione di valere perché c’è un pubblico che guarda. Ma quel pubblico non ti conosce. Ti applaude perché sai ballare una coreografia che domani farà qualcun altro, perché ti trucchi bene, perché ripeti la battuta del momento. È un successo a tempo determinato.
Gli influencer passano di moda più velocemente dell’ultimo tormentone dell’estate in corso.
Nella vita vera, quando ti presenterai a un’azienda, non potrai portare in dote i tuoi follower. Nessuno ti chiederà quanti like hai avuto ieri sera, ma se sai rispettare una scadenza, collaborare con i colleghi, risolvere un problema senza scappare. È lì che si vede chi sei davvero. E allora i diecimila follower spariscono, diventano un numero vuoto.
Siamo di fronte a una generazione che rischia di confondere la popolarità con la stima, l’attenzione con l’affetto, l’eco con la voce. I follower crescono e calano come le maree, ma il valore di una persona non si misura a colpi di algoritmo. È fatto di silenzi, di errori, di capacità di rialzarsi.
Il paradosso è che i ragazzi che oggi sembrano onnipotenti sui social sono spesso i più fragili nella vita reale. Non reggono un voto basso, un no, una critica.
Perché nessuno li ha educati a sopportare il rifiuto. Eppure, è lì che si costruisce la personalità, non tra le luci artificiali di uno schermo.
Domani ci saranno nuovi influencer, con facce fresche e talenti improvvisati, pronti a rimpiazzare quelli di oggi.
Loro sì che cresceranno: non nei numeri dei social, ma nel comprendere che un like non è un abbraccio, che un follower non è un amico, che la vita non ti chiede di ballare bene davanti a una telecamera, ma di camminare dritto quando la strada si fa in salita.
Perché alla fine, quando si spengono le notifiche e lo schermo diventa nero, resta una domanda semplice e terribile: chi sei tu, senza i tuoi follower?
La risposta è amara: sei ciò che sei riuscito a costruire nella vita reale, non nei like. Se dentro di te non c’è nulla, resterà solo il vuoto. Se invece hai imparato a dire e ricevere un no, a sopportare la fatica, a camminare anche senza applausi, allora non avrai bisogno di un algoritmo per sentirti vivo.
Retorico?
Che ci volete fare; io sono del secolo scorso.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













