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Milano – Napoli: cena teatrale a 7 portate – Atto VII: Il digestivo

digestivo

Caffè e ammazza caffè digestivo

Sipario

Per prendere l’ultimo ordine il cameriere si palesa al tavolo assumendo una posizione meno eretta dalla stanchezza, piegato dal peso della lunga giornata. Praticamente il gobbo di Notre Dame.

Marco desideroso di digestione:

Per me una grappa, barricata. E scommetto un caffè ristretto per il mio amico qui. Giusto?

incrociando gli occhi del suo dirimpettaio.

Pietro ricopione:

Prendo anch’io una barricata. Oltre al caffè, naturalmente.

Marco:

Pensavo prendessi come minimo un limoncello… e taaac.

Cià, un caffè anche per me. Per l’orario ovviamente ristretto e ben pressato, per favore.

Pietro in ribattuta:

E io che m’immaginavo preferissi un Fernet o un Ramazzotti. La Milano da bere…

Marco risentito:

Milano se la son bevuta!

Pietro in vena di conforto:

Siamo come il caffè e la grappa: separati siamo buoni, insieme… sprizziamo! A livella di Totò vale a tavola e pure in cucina!

Marco, allungando una mano sulla spalla del compagno, intuisce e capisce, con voce improvvisamente dolce:

Prima ti parlavo di Panettone perché vorrei leggessi un mio scritto per la Confraternita del Panettone. Cura, tempo, precisione, che richiede metodo e pazienza.

Contestualmente dal trolley tira fuori un grembiule rigato come un metro.

Pietro si alza di scatto ed esplode in una risata fragorosa, come se avesse ricevuto una rivelazione che sentiva già nel profondo del cuore sin dall’inizio.

Apre il suo borsone e caccia fuori un grembiule a pois e dice con profonda soddisfazione per la singolare sincronia:

Io sono un Confratello dell’Ordine Sacro della Pizza. Popolare, immediata, condivisibile, nata nelle strade.

Anche Marco, seppur appesantito dalla sontuosa cena, si alza di scatto.

I due si abbracciano per la penultima volta.

In unione delle rispettive identità, si scambiano liturgicamente come dono i rispettivi grembiuli, con profondi inchini come se fossero onorevoli samurai giapponesi.

Marco:

Allora Fratelli?

Pietro:

Sempre!

Marco:

Fratelli di lievitati!

Ride fragorosamente anche lui.

Marco, con gesti meticolosi, indossa il grembiule di Pietro, che su di lui sembra un’installazione d’arte contemporanea.

Pietro, a sua volta, si infila quello a righe di Marco, che trasforma il suo caos di macchia d’olio in una sorta di eleganza raffinata. Si osservano e scoppiano di nuovo a ridere.

Pietro, in un disordine di sfarinatura mentale e odorando profumo di fraternità, sentenzia:

Lievitati loro, ma pure noi! Ho già in testa diverse cose interessanti da fare assieme…

Marco guardandosi la circonferenza:

Ovviamente… le nostre identità e qualità si completano e si sublimano.

Pietro:

Pure le quantità… ‘nciarmamme ‘o Duomo ‘ngopp’ ‘o Vesuvio!

Marco chiama un ultimo brindisi ritualmente:

All’Italia. All’unico Paese al mondo che per capire chi è, ha prima di tutto bisogno di un coltello e forchetta.

Sorreggono lo sguardo come i bicchieri. Poi, il sorso, forte, definitivo.

Ambrogennaro, osservando il campo di battaglia vuoto di piatti e le ultime briciole, testimoni di un viaggio compiuto, salutando i commensali e chiedendo un feedback della serata e del viaggio, osserva Pietro che distrattamente inizia a vestirsi e a prendere i bagagli ed esordisce:

A mmange’ veine u gheust, a ppaghe’ veine la seuste!

E se ne va di guizzo alla dott. Tomas in ‘Vieni avanti cretino‘.

Prima di sparire, si volta e con un sorriso dice l’ultima frase:

Buon viaggio, fratelli!

E scompare nel vestibolo del vagone della cucina, lasciando dietro di sé l’eco del suo saluto.

Marco, riabbassando la mano per il saluto al cameriere, sbigottito anche dal fatto che potesse perfino essere anglo-iberico-pugliese, dice a Pietro:

Abbiamo solo mangiato, eppure, mi sembra di aver percorso a piedi tutto il tragitto del viaggio, attraverso grotte di formaggio, risaie dorate, orti vulcanici e pasticcerie alchemiche.

Pietro:

Non abbiamo solo mangiato. Abbiamo decifrato codici nascosti. Ogni piatto una mappa. La geografia, la storia, il genio e il carattere della sua gente. La nostra non era una cena, era un’indagine sociologica mistica condotta con scambi, forchette e coltelli e palati.

Marco:

La scoperta è che le nostre diversità non si scontrano, si rispondono e fraternizzano.

La tua Parmigiana, stratificata e passionale, è la risposta esuberante al mio risotto, essenziale e meditativo.

I tuoi friarielli, amarognoli e resilienti, sono la domanda a cui la mia Cotoletta, dorata e trionfante, risponde con sostanza.

Con un sorriso complice Pietro:

E il mio babà, inzuppato di storia e trasformazione, è il punto esclamativo che afferma la sua lontana parentela al tuo Panettone, confortevole e rassicurante. È un colloquio che va avanti da secoli, noi siamo solo gli ultimi, fortunati, interlocutori.

Marco:

Questa conversazione non avrà mai una conclusione. E la bellezza è che non ci sarà mai un piatto che avrà l’ultima parola.

Perché la creatività italiana non sta nella vittoria di una cucina sull’altra di una tradizione sull’altra, ma nella tensione perpetua, nell’equilibrio dinamico tra gli opposti.

La conversazione sta finendo, ma il dialogo no. Oggi ho capito che la vera unità non si costruisce cancellando i confini, ma assaggiando da entrambi i lati del tavolo.

Che le identità non sono muro, ma ponti da percorrere un passo alla volta.

Pietro sospirando per la digestione:

Ponti da assaggiare, fatti di… pasta frolla, riso, melanzane, carne, formaggio…

La voce della cantante Rossella Cosentino in sottofondo dall’interno del treno ancora accompagna con la chitarra e il suo ocean drum, il saluto finale i due, s’abbracciano per l’ultima volta in una fusione d’anima.

E prima di scendere da due lati diversi del vagone.

Marco napoletanizzato:

Statte accorto. M’arraccumanno!

E Pietro milanesizzato:

Uè ti, fa ballaa l’oeucc, me racomandi, neh!

Statt’ buono.

Marco a Pietro.

Te saludi. Aravidéss

Pietro a Marco.

Marco a Pietro:

Staje senza penzieri. Jamme, ja. Ce verimme.

VCF (cronista sportivo):

Il traduttore simultaneo s’è addormentato.

Percorrendo le rispettive banchine e continuando l’inversione temporanea, stonatamente canticchiano rispettivamente le canzoni tipiche dell’altro:

Pietro:

O mia bela Madunina… Lontan de Napoli se moeur, ma poeu vegnen chi a Milan!

Marco: ‘O sole mio… Quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne…

VFC (cronista sportivo):

Comunque, insieme meglio che cucinino o al massimo scrivano, semmai mangino e bevano, ma che non cantino però.

E prima di uscire di scena, si voltano simultaneamente e si fanno un ultimo, piccolo cenno d’intesa. In controluce, i due protagonisti, ora sono sagome, ognuno verso la propria coincidenza o destinazione, ognuno sul proprio lato dei due binari, in mezzo, paralleli col punto di fuga congiunta all’infinito.

VFC (femminile):

Il paesaggio è rappresentazione visiva della conversazione. Non è più Nord o Sud, ma un’unica, nuova terra poetica nata dal loro discorso. L’immagine prepara alla riflessione, creando un carico di significato. Non serve dire nulla.

Solo un’ultima voce del capostazione che echeggia nel buio prima dell’usuale fischio di ripartenza:

Prossima fermata: Svizzera.

Pietro lì intuisce, alza distratto lo sguardo:

Non è né nord né sud? Azz, chesta nun è Garibaldi!

Il suo volto si congela, i suoi occhi si sgranano.

Ora, chiaramente, legge l’insegna: ‘Milano Centrale’.

Uè! Uè! Marco!?

cercando disperatamente il compagno di viaggio in fondo tra la folla.

Pietro incrocia il Capotreno, Gennambrogio, alla testa del primo vagone e quest’ultimo gli fa:

Giusto lei!

E gli porge la carta d’identità smarrita durante il viaggio. Pietro con fare riconoscente gli chiede spiegazioni:

Ma io… io devo andà ‘a Napule!

porgendo di nuovo il biglietto macchiato.

Gennambrogio, accondiscendente e signorile, prende di nuovo il biglietto come una delicata reliquia, lo osserva ancora con attenzione, poi lo restituisce rassegnatamente e con formale gentilezza e dice:

Signore, con questo documento… Secondo questa macchia potrebbe andare anche a Tokyo. È chiaro solo da dove è partito. Il resto è… pura interpretazione.

Pietro in vena di preghiere:

E ‘a multa? Pago ‘a multa! Ma mannateme a Napule!

Il Capotreno:

Impossibile. A parte che non ci sono più treni di ritorno per oggi, nemmeno notturni, e poi la multa è per chi viaggia senza biglietto, non per chi… sbaglia continente. Buona permanenza a Milano.

Proprio in quel momento, per ironia beffarda della sorte, in tutta la stazione si spandono i versi della canzone di Enzo Jannacci – Vengo anch’io, no tu no.

Il Capotreno si volta per assistere altri viaggiatori. Pietro resta solo in mezzo a un torrente di gente che non lo ingloba – come una goccia d’olio in mezzo a un fiume d’acqua – abbandonato coi bagagli a terra, con il grembiule a righe di Marco in mano e con lo sguardo perso nel vuoto.

La disperazione sul suo volto è epica. Si muove come un bradipo impietrito dal dolore ad un funerale e ci mette un’eternità a mettere una mano in tasca in cerca del suo cornetto rosso portafortuna.

Improvvisamente, dal fondo della folla, una figura amica si avvicina e si ferma a pochi passi da Pietro. Nei suoi occhi sorge una luce dalle tenebre. È Marco. Non era andato via, ma osservava a distanza.

Col volto illuminato, un sorriso spunta lentamente a Pietro che lo intravede.

Marco:

Adda passà ‘a nuttata, avevi detto. E invece… la nottata è appena iniziata. A Milano!

Dallo sbigottimento, passa a una lenta, incredula risata liberatoria. Pietro con un improbabile scatto felino lo abbraccia violentemente con sonore pacche sulla schiena.

Pietro consolato:

Steve ‘a schiatta ‘ncuorpo!

VCF (cronista sportivo):

Per fortuna non c’è bisogno di traduzione, visto che il traduttore simultaneo dorme!

Marco confortante e organizzato prende il telefono:

Allora, senti: chiamo mia moglie. Le dico che porto a casa un… “souvenir vivente” da Napoli. A proposito te l’avevo detto che è campana?

Tu, invece, chiama la tua redazione e di’ che hai uno scoop: ‘Un napoletano a Milano: guida alla sopravvivenza’. Stanotte dormi da noi. Domani… ti faccio vedere i Navigli e cos’è un vero apericena. E il vero viaggio inizia adesso.

Pietro lo guarda, senza parole, ma ricordandosi cosa avevano detto in merito all’ospitalità del nord, con un sospiro che sa di resa felice, segue Marco verso l’uscita della stazione.

Pietro, rivolgendosi a un pubblico fantastico:

Verso il destino, nella distrazione, stanotte aggio pigliato ‘o terno dint’ ‘o treno sbagliato!

VCF (cronista sportivo):

Tutto molto bello. L’arbitro non decreta vincitori e manda i giocatori al riposo definitivo.

Sipario

Il percorso dove ci porterà?

Stay tuned! Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

Autore Investigatore Culinario

Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.