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Milano – Napoli: cena teatrale a 7 portate – Atto I. L’aperitivo

aperitivo

Sipario

Gesti e comportamenti parlano più delle parole.

Il milanese, in abito formale, elegante, a tre pezzi, con un trolley scuro leggero di marca, controlla l’orologio al polso. Dopo essersi acclimatato per alcuni istanti, si alza e si toglie il tabarro di loden e risedendosi dice:

On frecc de biss.

VCF (cronista sportivo):

Che ha detto? Traduzione simultanea in arrivo.

VCF (maschile):

Significa: fa un freddo di biscia, cioè fa molto freddo, paragonando il freddo a quello che potrebbe sentire un serpente, a sangue freddo.

L’altro più casual nell’aspetto, con una cravatta allargata al collo della camicia chiara, appoggia un paio di grossi shopper di carta un po’ stropicciate e una pesante borsa a tracolla sul sedile di lato poi si leva uno zainetto dalla schiena e infine il suo soprabito che appoggia sopra tutto il resto a mo’ di plaid.

Il napoletano forse non comprendendo, o forse sì:

Aehgh, stamme nguaiate! Cchiù nera d’ ‘a mezzanotte nun po’ venì.

VCF (cronista sportivo):

Che ha detto? Traduzione simultanea?

VFC (maschile):

Non può andare peggio di così e che le cose miglioreranno presto.

Poi il napoletano girandosi verso un invisibile Eduardo, gli dice:

Adda passà ‘a nuttata.

VCF (cronista sportivo):

Cioè? Traduzione?

VCF (maschile):

Significa: aspettare che un periodo difficile o una crisi passi, con l’auspicio di un futuro migliore.

In un momento mistico, il napoletano vede anche la figura stilizzata di San Gennaro ‘ngoppa ‘a porta del vagone treno. Alla vista si alza e spalanca le braccia come un attore sul palco del teatro San Carlo.

Il milanese, nella scena per lui incomprensibile, nota il cameriere da lontano, ma questo rimane troppo distante per notare l’apertura di braccia e di spirito del napoletano, che poi si risiede.

Dopo il milanese aggiunge:

Bene, questo treno è puntuale come il mio commercialista svizzero! Di quelli che se fissa un appuntamento per le 18:00 e arrivi alle 18:01, ti manda l’invoice per il tempo perso.

E il napoletano:

Uaaaa, a Milano, se un tram ritarda di un minuto, già chiamate il sindaco? A Napoli invece il tempo è un’opinione!

Il milanese:

Oei, t’el chi el…

e si stoppa da solo

Il napoletano tendendo la mano:

Io sono Pietro!

L’altro risponde:

Marco, piacere mio.

I due si stringono la mano, per la prima volta.

Di dov’è esattamente?

chiede Marco.

Pietro risponde con occhio sognatore:

‘O cuorpo ‘e Napule ‘o veco pa’ fenesta ‘a matina quanno me scete.

E voi?

Il milanese:

Mi sunt navigliese: nato e residente sul Naviglio Grande di fronte al Vicolo Lavandai.

La carrozza ristorante al momento è piena solo a metà.

Il milanese:

Oei, t’hee vist chi trii lì? A parte noi, on giuinott e ona tusa, tre vecc e un gruppo di amis. Tutti aspettano, ma nessuno arriva.

Il napoletano:

Evidentemente nun stamme dint’ ‘a folla ‘a Pintauro, però l’oste prima o poi arriverà…

VCF (cronista sportivo):

Che ha detto? La traduzione è in arrivo.

VCF (maschile):

Pasquale Pintauro era il nipote della zia badessa del Convento di Santa Rosa, dove è stata inventata la sfogliatella, inizialmente chiamata la Santa Rosa, riguardo la quale la zia gli concede la ricetta solo in punto di morte e apre la famosa pasticceria il via Toledo con un successo enorme e la folla presente a tutte le ore, in particolare alle 5 del pomeriggio, quando Pintauro svendeva le sfogliatelle del giorno prima.

Ecco perché i napoletani coniarono questo modo di dire quando c’era folla da qualche parte, però i più maligni aggiugevano: «pe’ sfugliatelle jute acito».

Poi dopo pochi attimi Pietro aggiunge:

Oiccann’ è.

Arriva il cameriere un po’ trafelato e Marco dice:

Batt i pagn, cumpar la stria!

e a bassa voce poi:

oh dis’cioles.

VCF (cronista sportivo):

Traduzione simultanea?

VFC (maschile):

Mentre si parla di una persona, arriva proprio l’interessato. Poi l’esclamazione significa: oh, sbrigati!

E questo si presenta:

Buonasera signori, io sono Ambrogennaro, il vostro cameriere!

Sì, lo so, non è stato proprio un miracolo di nome, ma c’è a chi è andata peggio…

Almeno non ha fatto finire di sbranare i miei genitori a vicenda: mio padre, milanese DOC voleva chiamarmi come il santo patrono della sua città.

Mia madre, napoletana verace, non ne voleva sapere. Litigarono per tutti i nove mesi.

Improvvisamente parla al plurale, come se avesse un disturbo dissociativo dell’identità:

Non potete capire i traumi che ci portiamo dentro!

E continua:

Il giorno del parto, in ospedale, lui le portò un panettone, ma lei aveva chiesto delle sfogliatelle ricce. Il medico, si mangiò tutti i dolci e poi disse: «Basta! Si chiamerà Ambrogennaro!». E fu così che iniziò la condanna a una vita trascorsa a spiegare sempre il perché del nome di battesimo.

Poi, chiosando velocemente, probabilmente per evitare le solite domande o battute, con le quali sarà stato bombardato milioni di volte da una vita, chiede agli ospiti:

Gradiscono un aperitivo prima della cena?

Il milanese:

Sono indeciso tra un classico Spritz e un Gin Tonic… Cià il secondo và, senza ghiaccio e con scorzetta di lime – no limone – e qualche stuzzichino gourmet, se c’è; grazie.

Il cameriere diligentemente prende nota sul suo taccuino.

Io invece prendo un caffè espresso, ristretto e nerissimo comme ‘a ‘na notte senza luna.

Ordina il napoletano e continua:

E n’acqua ‘e limone. Però per favore, marraccumanno, non alla sanfrason, ma a zeffunno: praticamente ‘nu chianto d’ammore, non ‘na strizzatina frettolosa.

Dopo alcuni secondi, come per dare importanza all’ultima frase, aggiunge:

Con crocchè e olive caiazzane, se è possibile; grazie assai.

Poi gira lo sguardo verso Marco e:

Al Sud non si beve per dimenticare, ma per ricordarsi di essere felici!

Ambrogennaro:

Lascio a voi il menu speciale della serata denominata: «Milano + Napoli = ?». È diviso in due e i piatti, dell’uno o dell’altro, non possono essere mescolati: o scegliete un menu o l’altro. Grazie.

VFC – Vicina di tavolo col menu in mano verso la persona di fronte a sé – dice:

Quindi non sì può prendere un primo napoletano e un secondo milanese.

E la persona di rimpetto:

Eh!

Il napoletano:

E cheste è chiaro!

Ambrogennaro si dilegua come una fantasma scivolando via senza camminare.

Il napoletano, stupefatto e girando lo sguardo seguendolo con gli occhi per un tratto:

Ma che tene, e rrote sotte ‘e scarpe?

Il milanese fa una smorfia che sfugge al napoletano e dice scandalizzato a un pubblico immaginario, alzando un sopracciglio:

Un caffè. All’ora dell’aperitivo? E chi lo prenderebbe a quest’ora?

Come se Pietro gli avesse letto nel pensiero:

L’aperitivo è invenzione per aprire lo stomaco e stimolare l’appetito. Io ce l’ho già!

Ma ‘o ccafè è ‘na dichiarazione d’ammore a tutte le ore. Diceva De Crescenzo che Napoli è città d’ammore.

Poi ad alta voce Marco replica:

L’aperitivo per noi è un’istituzione, ma comunque dopo le 4 del pomeriggio per me il caffè è escluso. Sarebbe un delitto contro il mio cronometro biologico.

Colto da un leggero tic all’occhio, si gira e chiede ad un’immaginata platea:

Ma tucc ‘sti caffè fànn nò mal, second ti?

Poi continua in autocritica a Pietro:

Quello settentrionale perlopiù è acqua sporca.

‘O ccaffè è rito sacro: massimo 20 secondi all’espresso, altrimenti è eresia!

sentenzia il napoletano.

In questo caso siete precisi

sarcasticamente il milanese.

Pietro:

Simme precise quanno serve. Comunque, primma ‘e mangià, ‘a lengua s’adda allicrià

sciogliendosi la cravatta con gesto liberatorio.

Sa, il caffè a casa lo faccio con la moka e necessariamente con la cremina al primo caffè che esce, per creare una fine emulsione di particelle di caffè, che vengono catturate da minuscole bollicine di aria, creando uno strato schiumoso in sospensione

dice il milanese, e continua:

mia moglie per la cremina ha perfino un ingrediente segreto.

Pietro:

Il concetto è che il caffè napoletano è sempre in sospeso, oltre alla cremina. Pensate che persino il karma ha un sospeso al bar.

Il napoletano beffardamente:

Il caffè a Napoli è un dialogo interiore, rint’ ‘a tazzina, doverosamente spessa.

Poi Marco finisce con:

Prosit! Mai mangiare a stomaco vuoto!

e si slaccia un bottone del panciotto.

Alla Vostra!

dice il napoletano sollevando la tazzina a due mani come se fosse il Santo Graal.

Poi, accostando le labbra al bordo e togliendole subito, sussurrando esclama:

C. c. c.

VCF (cronista sportivo):

Che ha detto?

Il milanese:

‘O saccio che vò dicere c.c.c.

Pietro, sorridendo dolcemente per la pronuncia imprecisa, e prendendo il primo sorso del suo caffè fumante, dice soddisfatto:

Ah… nero e caldo comme ‘a lava do’ Vesuvio!

Allora siete già stato a Napoli!?

Gli occhi gli brillano come lampi sul Golfo.

Sì, più volte.

Marco con decisione milanese.

E come s’è trovato?

Pietro con curiosità napoletana.

Molto bene!

sempre con la stessa modalità nordica.

Poi un po’ sornione:

Napoli è un paradiso abitato da diavoli… ma che diavoli affettuosi!

Pietro risoluto:

Voi avete la puntualità e seguite una struttura rigorosamente organizzata, a Napoli la bellezza è follia all’antrasatta! L’arte dell’attesa creativa!

VCF (cronista sportivo):

Traduzione in arrivo!

VFC (maschile):

All’antrasatta: all’improvviso, inaspettatamente.

Marco:

La puntualità è la forma più alta di rispetto.

Gualtiero Marchesi diceva: «La cucina è un atto d’amore, ma l’amore richiede disciplina».

I due si stringono la mano, per la seconda volta.

Poi si concentrano singolarmente allo studio del menu lasciato dal cameriere per segnare sui rispettivi fogli d’ordinazione le relative preferenze.

Sipario

Il percorso dove ci porterà?

Stay tuned! Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

Autore Investigatore Culinario

Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.