Home Rubriche Pensieri di un massone qualsiasi Massoneria. Sappiamo tutto. Non capiamo niente

Massoneria. Sappiamo tutto. Non capiamo niente

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Abbiamo riempito le nostre Logge di citazioni.

Ermete Trismegisto. René Guénon. Platone. Albert Pike. Martinès de Pasqually. Oswald Wirth.

Nomi pronunciati con quella particolare inflessione della voce che segnala: so di cosa parlo.

Ma sappiamo davvero?

C’è una degenerazione silenziosa che non fa rumore, non produce scandali, non finisce sui giornali. Non è quella della corruzione o del nepotismo – quella almeno si vede, si nomina, si combatte.

Questa è più sottile. Più pericolosa. Perché si traveste esattamente da ciò che dovrebbe combattere.

Si traveste da “cultura”.

È l’erudizione senza comprensione. Il sapere senza essere. Il citare senza aver attraversato.

Gurdjieff diceva che l’uomo ordinario è una macchina. Reagisce. Non agisce. Subisce stimoli e produce risposte automatiche che scambia per pensiero. Per volontà. Per coscienza.

Bene. Cosa succede quando questa macchina impara a citare Gurdjieff?

Non diventa meno macchina. Diventa una macchina più sofisticata. Che ora cita Gurdjieff mentre funziona esattamente come descriveva Gurdjieff. Il corto circuito è perfetto. Il Guardiano ha trovato il suo travestimento definitivo.

La Massoneria – quella autentica, quella che ancora respira sotto le incrostazioni – è una via di trasformazione. Non un’accademia. Non un circolo letterario. Non una gara di memoria.

I suoi simboli non sono ornamenti. Sono strumenti chirurgici. La squadra non è bella da guardare. Taglia. Il compasso non è un gioiello. Misura. E misurare significa confrontarsi con i propri limiti reali, non con quelli dichiarati nelle orazioni.

Quando trasformiamo gli strumenti in iconografia, abbiamo già perso.

L’intuizione intellettuale – nel senso preciso che ne dà la Tradizione, da Plotino a Guénon – non è un’opinione sofisticata. Non è avere letto di più. È un contatto diretto con il principio. Una comprensione che abita il corpo prima ancora di abitare la mente.

Si riconosce immediatamente in chi ce l’ha. Come si riconosce la luce in una stanza buia.

E si riconosce altrettanto immediatamente la sua assenza, coperta da un tappeto di citazioni.

Il problema non è il copia-incolla del web. Il copia/ncolla del web è solo la versione digitale di un problema antico. Nelle Logge dell’Ottocento c’erano già fratelli che sfoderavano Swedenborg senza aver mai aperto una finestra interiore. Che recitavano a memoria i Landmarks senza averne compreso uno.

Il problema è che abbiamo smesso di fare la domanda scomoda.

Questo che dici – lo sai o lo sei?

Essere una persona pensante. Sembra banale. Non lo è.

Pensare davvero significa essere disposti a scoprire che avevamo torto. Che la nostra visione del mondo aveva un buco. Che il Grande Maestro che citavamo diceva in realtà il contrario di quello che pensavamo.

Significa confrontarsi con i grandi – Platone, Shankara, Ibn ‘Arabī, Boehme – non per portarne le spoglie come trofei, ma per misurarsi con loro. Con rispetto. Ma con la schiena dritta.

La cultura è dialogo. L’erudizione è monologo.

Il più grande Guardiano della Soglia non ha le fattezze del drago. Non spaventa. Lusinga. Ti dice che sei pronto. Che hai capito. Che le tue citazioni valgono come passaporto.

E tu gli credi. Perché fa esattamente quello che vuoi sentire.

Forse il primo atto massonico autentico di questa stagione sarebbe uno solo.

Il silenzio.

Non quello rituale. Quello reale. Quello in cui smetti di sfoggiare e inizi – forse per la prima volta – ad ascoltare cosa c’è dentro e “dietro” quando togli le citazioni.

Se c’è qualcosa.

Autore Hermes

Sono un iniziato qualsiasi. Orgogliosamente collocato alla base della Piramide. Ogni tanto mi alzo verso il vertice per sgranchirmi le gambe. E mi vengono in mente delle riflessioni, delle meditazioni, dei pensieri che poi fermo sul foglio.