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Massoneria: la fratellanza non è ignavia

Massoneria: la fratellanza

C’è una parola che i Fratelli pronunciano spesso e che troppo spesso viene fraintesa, anche dentro i Templi.

Fratellanza.

Si pensa significhi abbraccio universale, tolleranza infinita, sospensione del giudizio. Solidarietà “chiusa”. Si pensa che un massone, in nome della fratellanza, debba tacere davanti al male, annuire davanti all’orrore, voltarsi dall’altra parte in nome di una pace che è soltanto paura travestita da virtù.

No.

La fratellanza autentica – quella che nasce dalla luce, non dalla comodità – esige esattamente il contrario. Esige che tu guardi. Che tu non confonda la carità con la complicità silenziosa.

Il Kali Yuga non è una metafora.

È una diagnosi.

La tradizione vedica descrive l’età oscura come il tempo in cui i valori si invertono: il sacro diventa merce, il potere diventa licenza, il corpo umano – e soprattutto quello dei più vulnerabili – diventa strumento di dominio, di stupro e di rito profano.

Tiberio a Capri e le sue nefandezze pedofile. Nerone che suona mentre Roma brucia. Le violenze sessuali come esercizio del potere imperiale, documentate, normalizzate, celebrate nelle corti che contavano. Non era eccezione. Era sistema.

Non è storia antica. È struttura ricorrente. Ieri come oggi.

I file Epstein – quelli desecretati, quelli ancora sigillati, quelli che nessun telegiornale mainstream ha mai letto davvero fino in fondo – non sono uno scandalo.

Sono un sintomo. La faccia visibile di un sistema globale in cui la violenza sui corpi innocenti non è sfogo individuale ma linguaggio del potere, moneta di scambio, collante tra élite che si riconoscono proprio in questo: nell’orrore condiviso come pegno di fedeltà reciproca.

Da Rosemary’s Baby – che Polanski girò nel 1968 con una lucidità che oggi fa accapponare la pelle – a Eyes Wide Shut di Kubrick, morto prima che il film uscisse nella versione che aveva effettivamente girato: la cultura ha sussurrato per decenni quello che la cronaca faticava a dire ad alta voce.

Non era finzione. Era allegoria. E l’allegoria, per chi sa leggere, è più precisa del documento.

Allora cosa c’entra il massone?

C’entra tutto.

Perché la Massoneria – quella vera, quella che non è salotto né carrierismo né rete di favori – nasce come risposta esatta a questo. Come progetto di costruzione dell’uomo interiore in un’epoca in cui l’uomo esteriore cede al peggio di sé. Come pratica di lucidità in un tempo di nebbia organizzata.

Il Fratello che tace davanti all’evidenza del male non è virtuoso. È complice per omissione.

La fratellanza non è uno scudo. Non protegge dal dovere di vedere – lo amplifica. Chi ha ricevuto luce, anche una scintilla soltanto, anche solo il grado di Apprendista, ha contratto un debito con quella luce. Il debito si chiama testimonianza.

Non si tratta di fare i giustizieri. Non si tratta di alimentare paranoie. Si tratta di qualcosa di più semplice e più esigente insieme: non mentire a se stessi.

Guénon lo sapeva. Scriveva del contro-iniziato – di chi usa le forme sacre per fini invertiti, rovescia il senso del simbolo, trasforma il Tempio da luogo di luce a luogo di potere.

Non era fantasticheria esoterica. Era analisi fredda di una possibilità sempre presente nella storia umana. Il male non si presenta con le corna. Si presenta con buoni avvocati, isole private, jet senza senza anagrafe passeggeri.

Cristo Logos.

Qui voglio fermarmi un momento. Perché non è invocazione devozionale. È precisione.

Il Cristo che la Massoneria conosce – e che la tradizione iniziatica riconosce attraverso i secoli – non è soltanto il Gesù della pietà popolare. È il Logos. Il Verbo. Il principio ordinatore che porta la luce nel caos, che nomina le cose con il loro nome vero, che non tollera la menzogna travestita da pace.

Quel Cristo entrò nel Tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute e scacciò
anche i clienti. Non chiese permesso. Non cercò mediazione. Vide il sacro profanato e agì.

Quel Cristo disse una cosa che va letta senza sconti: “È necessario che avvengano gli scandali – ma guai a colui per mezzo del quale lo scandalo avviene”.

Non disse: chiudete gli occhi.
Non disse: non è affar vostro.
Disse: sappiate da che parte state. E rispondete di dove state.

Il Logos non è consolazione. È esigenza. È la parola che taglia, che distingue, che non lascia spazio all’ambiguità comoda.

Un massone che si richiama al Logos e poi volta la testa davanti all’evidenza del male non sta praticando la fratellanza. Sta tradendo il senso stesso dell’iniziazione che ha ricevuto.

Perché quando un Fratello o Sorella vede – davvero vede, non sospetta, non si indigna sui social e poi passa ad altro – ha il dovere di non abbassare gli occhi.

Perché la pace del Tempio non è indifferenza al mondo. È la forza che permette di guardare il mondo senza esserne travolti.

Perché l’Iniziato non è chi conosce “segreti”. È chi ha imparato a distinguere la luce dall’ombra – e non chiama luce ciò che è buio, solo perché è potente, solo perché è protetto, solo perché fa paura nominarlo.

Questa è la fratellanza che vale la pena praticare.

Non quella degli abbracci formali o meccanici.

Quella degli occhi aperti.
E della coscienza risvegliata.

Autore Hermes

Sono un iniziato qualsiasi. Orgogliosamente collocato alla base della Piramide. Ogni tanto mi alzo verso il vertice per sgranchirmi le gambe. E mi vengono in mente delle riflessioni, delle meditazioni, dei pensieri che poi fermo sul foglio.