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Mariti, figli, smartphone: famiglia nell’era della convivenza digitale

convivenza digitale

Un tempo, in casa, si litigava per la televisione. C’erano due canali e tre opinioni: chi voleva il varietà, chi il film, chi il telegiornale.

Poi si passava alla radio e c’era da discutere pure per il volume.

Oggi no. Oggi regna una pace strana, silenziosa.

Ognuno ha il suo schermo, la sua cuffia, la sua solitudine personale. Eppure, mai come ora, la guerra domestica è aperta: si combatte a colpi di notifiche.

La battaglia inizia la mattina. Lei, che si alza per prima, già sa che la giornata sarà lunga. Il marito è online da venti minuti: non ha ancora detto “buongiorno”, ma ha già messo like a tre foto, una delle quali sospetta.

Starà lavorando

si dice, ma non convince nemmeno se stessa.

I figli, intanto, non si alzano: comunicano a grugniti via messaggio.

Il buongiorno di famiglia avviene su WhatsApp, nel gruppo Casa nostra, dove nessuno risponde con parole ma solo con faccine.

Poi arriva il pomeriggio, e lei si accorge che non parla con nessuno da ore. Ogni tanto guarda il marito, seduto sul divano, e lo vede scorrere lo schermo con l’aria assorta di un mistico in preghiera. Non lo disturba.

Sa che ormai il cellulare è la sua nuova parrocchia: dentro c’è tutto, amici, lavoro, passatempo, persino la moglie, quando gli scrive da un’altra stanza.

C’è un fenomeno nuovo nelle case italiane: la convivenza digitale.

Siamo tutti insieme, ma separati da un muro invisibile di connessioni.

Si cena guardando video, si guarda un film mentre si scrollano i social, si fanno conversazioni con qualcuno che è a due metri ma non ci sente perché ha le cuffie.

È la solitudine di gruppo, la più moderna e raffinata forma di incomunicabilità domestica.

C’è chi aspetta e chi non aspetta più.

C’è la moglie che guarda il marito online fino a mezzanotte e pensa:

Sta scrivendo con qualcuno.

E c’è il marito che, in effetti, scrive. Ma non con un’amante, ma con mezzo mondo, perché lì ha trovato un pubblico che lo ascolta.

C’è chi aspetta un messaggio come si aspettava una carezza, e chi invece ha trovato nel telefono la propria giustificazione a tutto:

Non parlo, ma condivido. Non abbraccio, ma commento.

Non guardo, ma metto like.

In fondo, gli esseri umani non sono cambiati: cercano attenzione. Solo che ora la cercano con un pollice, non con lo sguardo.

La filosofia del like ha sostituito quella del dialogo. E allora capita che una moglie aspetti un messaggio del marito con la stessa speranza con cui un tempo aspettava il postino.

Capita anche che lui, il marito, non si accorga di niente, convinto che un cuore rosso valga quanto un “ti voglio bene” vero.

A volte la colpa è di tutti, altre di nessuno.

Perché la rete, come il pallone per Gianni Brera, è una malattia irresistibile: ti prende, ti esalta, ti consuma. E come nel calcio, anche qui ognuno crede di essere protagonista, ma finisce per fare il gregario di un algoritmo.

Nelle case, intanto, si consuma la commedia. La madre posta la foto del ragù, il figlio quella del gatto, il marito quella del tramonto che non ha visto.

Poi cenano insieme, in silenzio, guardando ognuno lo schermo dell’altro, come tre attaccanti che non si passano mai la palla.

E quando qualcuno prova a parlare, gli altri rispondono distrattamente:

Aspetta un attimo, sto leggendo una cosa importante.

Ma quella cosa importante non arriva mai.

Eppure, basterebbe poco per ricominciare. Uno sguardo in più, una parola vera, una sera senza Wi-Fi. Non per eroismo, ma per memoria. Per ricordare com’era stare insieme senza doverlo mostrare a nessuno.

Un tempo, diceva Brera, il calcio era “l’arte di sapersi accontentare del gol possibile”.

La vita in famiglia è uguale: non servono partite perfette, basta tornare a parlarsi, anche solo per dire

passami il sale.

Forse l’amore, quello vero, non ha bisogno di connessione. Non serve essere online insieme, basta guardarsi negli occhi almeno una volta al giorno. E se proprio vogliamo mettere un like, che sia a quella persona che abbiamo accanto.

Ma dal vivo.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.