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Mamma mi si è ristretto il cervello

cervello

L’intelligenza artificiale raggiungerà i livelli umani intorno al 2029. Se andiamo oltre, diciamo al 2045, avremo moltiplicato l’intelligenza, l’intelligenza della macchina biologica umana della nostra civiltà un miliardo di volte.
Ray Kurzweil 

L’intelligenza artificiale sta riscrivendo il modo in cui studiamo, apprendiamo, leggiamo e scriviamo, e lo fa a una velocità che lascia poco spazio alla riflessione.

Immagina un adolescente che, invece di sfogliare un libro di testo, chiede a un chatbot di riassumergli in tre minuti la fotosintesi clorofilliana. Il riassunto arriva, preciso, sintetico, con tanto di schema colorato. Il ragazzo lo copia, lo memorizza, passa l’interrogazione.

Ha imparato? Sì, in un certo senso. Ha interiorizzato un’informazione.

Ma ha capito il processo? Ha sviluppato curiosità? Ha esercitato la capacità di selezionare, confrontare, dubitare?

Ecco il primo nodo: l’IA non sostituisce lo studio, lo trasforma in un’esperienza diversa, più veloce, più superficiale, spesso più efficace nel breve termine e più fragile nel lungo.

Partiamo dalla conoscenza. Una volta, conoscere significava avere accesso a libri, enciclopedie, biblioteche. Oggi significa sapere dove cercare, come interrogare, come filtrare.

L’IA è il filtro perfetto: restituisce risposte immediate, contestualizzate, spesso in linguaggio naturale. Ma questo cambia la natura della conoscenza stessa.

Non è più un patrimonio accumulato lentamente, attraverso fatica e ripetizione, ma un flusso continuo, accessibile in ogni momento. Il rischio è che la memoria si atrofizzi.

Perché ricordare la data della Rivoluzione francese se posso chiederla a un’app?
Perché imparare a memoria le capitali se un algoritmo me le elenca in ordine alfabetico?

La memoria non è solo un magazzino: è un muscolo che, se non usato, si indebolisce. E con esso si indebolisce la capacità di fare connessioni spontanee, di ricordare un dettaglio in un contesto diverso, di costruire un discorso coerente senza appoggiarsi a un prompt.

L’alfabetismo, poi, è il terreno più scivoloso. Leggere e scrivere non sono più solo competenze tecniche, ma atti di costruzione del pensiero.

Con l’IA, scrivere un tema diventa un gioco di prompt engineering:

Scrivi un testo argomentativo di 300 parole sul cambiamento climatico, tono formale, tre argomenti principali, cita due fonti.

Il testo arriva, pulito, corretto, spesso migliore di quello che l’alunno avrebbe prodotto da solo. Ma chi è l’autore? Chi ha pensato? Chi ha scelto le parole?

L’alfabetismo funzionale rimane, perché l’alunno deve comunque leggere, capire, eventualmente modificare. Ma l’alfabetismo critico, quello che insegna a costruire un discorso, a pesare le parole, a riconoscere la propria voce, si erode. E non è solo una questione di scuola: è una questione di identità.

Scrivere è pensare. Se deleghiamo il pensiero a una macchina, cosa resta di noi? La scuola, come istituzione, è in piena crisi di senso. I programmi ministeriali, i voti, le verifiche scritte: tutto sembra appartenere a un’epoca pre-IA.

Un insegnante non può più chiedere “riassumi il capitolo 5” senza sapere che metà della classe userà ChatGPT. Può chiedere “spiega con parole tue”, ma anche lì l’IA può imitare un linguaggio personale. Può chiedere un elaborato a mano, ma questo discrimina chi non ha tempo o strumenti. Può chiedere un’analisi critica, ma l’IA è sempre più brava a fare analisi critiche.

La scuola deve reinventarsi, non per combattere l’IA, ma per integrarla. Deve insegnare a usarla, a smascherarla, a superarla. Deve tornare a essere un luogo di esperienza, non di trasmissione di nozioni.

Laboratori, progetti, discussioni, errori. L’IA può correggere un testo, ma non può vivere un fallimento. Può generare un’ipotesi, ma non può provare la frustrazione di un esperimento andato male. La scuola deve diventare il luogo dove si impara a fallire, a riprovare, a collaborare. Solo così l’IA diventa uno strumento, non un sostituto. Le competenze cambiano forma.

Una volta si diceva:

Impara a imparare.

Oggi si dice:

Impara a interrogare.

La competenza chiave non è più la conoscenza, ma la capacità di formulare domande precise, di valutare risposte, di contestualizzare informazioni. È una competenza meta-cognitiva, più complessa di quanto sembri.

Richiede attenzione, pazienza, spirito critico e anche una nuova forma di umiltà: riconoscere che l’IA sa più di noi, ma non capisce come noi. Sa tutto, ma non sa perché. Può scrivere un sonetto, ma non sa cosa significa amare. Può risolvere un’equazione, ma non sa cosa significa avere paura di un voto.

Le competenze umane, quelle che l’IA non può replicare, sono l’empatia, la creatività contestuale, l’intuizione, il senso etico. Sono le competenze che si sviluppano nel contatto, nel conflitto, nella relazione. La socialità è forse l’ambito più sottovalutato.

L’IA è solitaria per natura. Risponde, ma non ascolta. Genera, ma non dialoga. Può simulare una conversazione, ma non può condividere un silenzio. Può creare un personaggio, ma non può essere un amico.

I ragazzi passano ore a chattare con bot, a giocare con avatar, a costruire mondi virtuali. È un’esperienza sociale? Sì, in un certo senso. Ma è una socialità mediata, controllata, prevedibile. Non c’è il rischio dell’imprevisto, della gaffe, del litigio. Non c’è il calore di una voce, il peso di uno sguardo.

La socialità vera è caotica, imprevedibile, a volte dolorosa. L’IA la sterilizza. E questo ha conseguenze: isolamento, difficoltà relazionali, dipendenza da feedback immediati. Il like di un bot non è come il sorriso di un compagno. Il complimento di un algoritmo non è come la stima di un insegnante.

La socialità mediata dall’IA è più sicura, ma anche più povera. Nella vita quotidiana, l’IA è ovunque. Ci sveglia, ci guida, ci consiglia cosa mangiare, cosa leggere, chi frequentare. Ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Sa i nostri gusti, le nostre paure, i nostri desideri. Può prevedere le nostre scelte prima che le facciamo. Questo è comodo, ma anche inquietante. La conoscenza diventa personalizzata, ma anche chiusa.

L’algoritmo ci mostra ciò che già ci piace, non ciò che ci sfiderebbe. La bolla non è solo politica: è culturale, intellettuale, emotiva. Studiare con l’IA significa rischiare di rimanere intrappolati in un loop di conferme, non incontrare mai il diverso, il difficile, l’inaspettato, non crescere.

Eppure, l’IA non è il nemico. È uno specchio. Ci mostra chi siamo, cosa vogliamo, cosa temiamo. Ci costringe a interrogarci sul senso dello studio, della conoscenza, dell’alfabetismo. Ci obbliga a ridefinire cosa significa essere umani in un mondo dove le macchine pensano più veloce di noi.

La sfida non è resistere all’IA, ma usarla per diventare migliori. Per insegnare ai ragazzi a fare domande, non a cercare risposte. A scrivere, non a generare. A leggere, non a scorrere. A sbagliare, non a ottimizzare. A connettersi, non a simulare.

Immagina una scuola dove l’IA è un tutor personale, ma dove il voto non è sul risultato, ma sul processo. Dove si insegna a smontare un testo generato, a riconoscere le fonti, a capire i bias. Dove si fa un progetto di gruppo senza Google, solo con carta e penna, per ricordare cosa significa pensare insieme. Dove si legge un libro intero, senza riassunti, per riscoprire il piacere della lentezza. Dove si impara a fallire, a litigare, a fare pace.

Questa è la scuola del futuro. Non quella che combatte l’IA, ma quella che la usa per tornare all’essenziale: l’umano. L’alfabetismo del futuro non sarà sapere tutto, ma sapere perché. Non sarà scrivere perfettamente, ma scrivere con intenzione. Non sarà ricordare date, ma capire storie.

L’IA ci libera dal peso della memoria, ma ci carica del peso della responsabilità. Sta a noi decidere come usarla. Come insegnanti, come genitori, come studenti. Come esseri umani. Perché l’intelligenza artificiale non ci renderà meno umani. Ci renderà diversi. Sta a noi fare in modo che sia in meglio. Sperando che non si restringa il cervello!

Il ritmo del progresso nell’intelligenza artificiale è incredibilmente veloce. Non hai idea di quanto velocemente stia crescendo a un ritmo vicino all’esponenziale. Il rischio che accada qualcosa di seriamente pericoloso è nell’arco di cinque anni. 10 anni al massimo.
Elon Musk

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.