Una volta i pericoli per i bambini erano chiari: attraversare la strada, parlare con gli sconosciuti, tornare tardi.
Oggi, invece, il pericolo è silenzioso, luminoso, carino, leggero e sta nella vostra borsa più che nella loro: è lo smartphone. Lo date ai figli per farli stare buoni, come si dava un lecca-lecca alla culla.
Un’ora di tregua per voi, un’ora di addestramento per loro. Perché lo smartphone non educa: colonizza. E soprattutto non obbedisce a voi. È un maestro estraneo che non avete scelto, che non conoscete e che ai vostri figli parla più spesso di quanto parliate voi.
Il buon vecchio Pinocchio almeno non sapeva che cosa rischiava per scappare nel Paese dei Balocchi. I bambini di oggi ci entrano gratis, senza permesso e senza biglietto di ritorno. E nessuno li avverte che lì dentro non ci si diverte soltanto: si cresce storti. Non nelle gambe, ma nella testa.
E le famose “nuove malattie digitali” di cui sentite parlare non sono malattie, ma piccole crepe che diventano abitudini; abitudini che diventano carattere; carattere che si forma a colpi di notifiche.
La FOMO, per esempio: la paura di essere esclusi. Una volta toccava a chi non veniva invitato alla festa di compleanno. Oggi basta non vedere un messaggio del gruppo classe per trasformare una giornata normale in un dramma shakespeariano.
E se pensate che sia una cosa che riguarda solo i vostri figli, date un’occhiata alle mamme nei corridoi della scuola: c’è chi controlla WhatsApp più del registro elettronico.
Poi c’è la cyberchondria: l’arte di ammalarsi su Google. Una volta bastavano la camomilla e il consiglio della nonna. Oggi, in tre ricerche, il mal di gola diventa una tragedia medica e anche il gatto sembra avere qualcosa di grave. Ma il problema non è il mal di gola: è l’ansia che i figli imparano guardandovi.
La postura è un altro capolavoro del progresso. I ragazzi camminano guardando il telefono come se contenesse una risposta divina. Risultato: spalle chiuse, collo piegato, schiena da pensionato a dodici anni. Mentre voi vi preoccupate della merenda bio, vostro figlio guarda cento video di notte e dorme tre ore. Dies irae in formato digitale.
E le ragazze non stanno meglio. Crescono in un mondo dove lo specchio non conta più: conta il filtro. E se la loro faccia reale non somiglia a quella del filtro, il problema non è il filtro ma il loro volto. Snapchat dysmorphia, la chiamano. Ma potremmo chiamarla semplicemente tristezza moderna. Perché, se una ragazza inizia a piacersi solo dopo aver cliccato “migliora”, allora c’è poco da migliorare e molto da proteggere.
E poi c’è Marco, o come volete chiamarlo, il ragazzo che non esce più. Non è arrabbiato, non è pigro: è fragile.
La fragilità, un tempo, si vedeva. Oggi diventa invisibile. Rimane chiuso nella sua stanza, con il mondo fuori dalla finestra e l’universo dentro lo schermo. E voi lo scoprite tardi, quando la porta è chiusa e la luce blu del telefono è l’unica compagnia che gli resta. Nessuno gliel’ha insegnato, ma lì dentro non cresce, si dissolve.
Non è colpa dei ragazzi. È colpa del mondo che abbiamo costruito senza libretto d’istruzioni. Ma adesso che lo sappiamo, attenzione: un bambino si educa con le regole, non con il Wi-Fi. Il telefono non è un giocattolo e non è un babysitter. È un Paese dei Balocchi fabbricato da adulti che non conoscono vostro figlio e non hanno alcuna intenzione di proteggerlo.
Nel Paese dei Balocchi di Collodi i bambini diventavano asini. In quello digitale non diventano animali: diventano adulti confusi, inquieti, sempre connessi e mai presenti. E per riportarli indietro non servono app, filtri o consigli motivazionali.
Serve la cosa più semplice e più antica del mondo: una madre e un padre che ogni tanto spengono il telefono e guardano i figli negli occhi, ricordando loro che la vita vera non vibra, non si aggiorna e non manda notifiche.
Perché il mondo li farà crescere comunque. Il problema è come.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













