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L’offesa infinita – derive linguistiche del gender

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Man fox news

Un dibattito ai limiti del surreale è andato in onda lo scorso 23 febbraio sulle reti della notissima emittente americana FoxNews allorché la giornalista femminista Cathy Areu ha serenamente indicato al mondo intero le nuove frontiere dell’etica sociale applicata al linguaggio. Ai microfoni del seguitissimo “Tucker Carlson Tonight” la Areu ha candidamente spiegato allo sbigottito anchorman di casa Fox che ogni parola contenente il suffisso man, uomo, andrebbe provvidenzialmente eliminata.
Lemmi come “mailman“, postino, e “mankind“, umanità, sarebbero da bandirsi in quanto potenzialmente offensivi e sessisti per (in)determinate persone.

Anche la città di MANchester, Vermont farebbe la stessa fine?

ha chiesto Carlson tra il serio e il faceto:

evidentemente sì

ha risposto la Areu

I tempi cambiano, cambia il linguaggio, e noi non vogliamo utilizzare un linguaggio che possa offendere qualcuno.

Quindi chiunque può dirsi offeso da qualsiasi frase, anche se non vi è nessun rapporto tra quest’ultimo e chi parla?

È esattamente così

ha risposto la scrittrice.

Ma anche la parola woman contiene il suffisso man!

ha incalzato il giornalista che si è sentito rispondere:

difatti preferirei non essere chiamata donna, ma ‘una persona’. In tal modo mi sentirei meno offesa.

Chi sta sperando con tutte le sue forze che una tale evoluzione del concetto di politically correct sia merito esclusivo di un’unica ‘persona’ – noi ci adeguiamo sin da ora, per non offendere la signora Areu – rimarrà deluso: la scrittrice riporta, avallandoli, i punti cardine di una guideline stilata dalla Purdue University.

Secondo i docenti della Purdue

… sebbene la parola Uomo, Man, nel suo senso originale contenga il duplice significato di ‘uomo’ adulto e ‘maschio’ adulto, il suo significato è arrivato ad essere così strettamente identificato con il secondo che l’uso generico di Man e di altre parole con marcatori maschili dovrebbe essere evitato.

In altre parole, il lemma “maschio adulto” è da considerarsi oggi, per i docenti della migliore università dell’Indiana, e una delle più rinomate d’America, sessista e offensivo per qualcuno.

Un caso isolato? La trovata di un professore un po’ strampalato, come in una commedia cinematografica? Niente affatto. All’inizio di febbraio il primo ministro canadese Justin Trudeau ha corretto una donna che ha usato la parola “mankind” (ancora lei) durante un dibattito, invitandola ad usare “peoplekind”. Rimane da capire quante donne si siano sentite effettivamente sollevate dalla delicatezza del neologismo.

All’inizio del terzo millennio il versante linguistico dei gender studies pare giunto ad momento cruciale, quello nel concetto per cui chiunque può sentirsi offeso verso qualsiasi cosa indipendentemente dalla volontà di chi offende si celebra l’inopportuno tramonto di due principi giuridici, quello della volontarietà e quello dell’offensività, a favore di un nebuloso – e per questo pericolosamente utilizzabile – “diritto a sentirsi offesi” di tutti da parte di tutti. Sullo sfondo, l’intreccio più o meno cercato tra frange dell’élite accademica liberal e livore populista variamente alimentato e direzionato.

Fatto sta che nessuno avrebbe scommesso che, nell’Anno del Signore 2018, le linee guida di certo pensiero accademico avrebbero riecheggiato talune bonifiche linguistiche volute quasi cent’anni prima per motivi pressoché opposti. Come allora un’autorità si autoproclama adatta a definire una terminologia socialmente etica; in luogo di un potere politico che unilateralmente impone, l’auctoritas intellettuale di chi accademicamente “suggerisce”.

Quelli della Purdue sanno bene che nessuna donna normale si sentirebbe offesa nell’essere chiamata ‘donna’. Ciò che davvero vogliono è dimostrare una superiorità etica rispetto agli altri

scrive Katherine Timpf su National Review, e a nostro avviso ci prende, individuando il classico caso di un mondo accademico un po’ annoiato, che per rivitalizzarsi fa proprio un tema di massa particolarmente scottante, intellettualizzandolo sino ad annichilirlo.

Nel paese degli ormoni facili, l’etica del rispetto delle minoranze sembra aver creato un monstrum geneticamente modificato nelle premesse e negli obiettivi, con poco di etico e ancor meno di rispettoso per l’umanità. Ops, intendevamo personità.

Il video dell’intervista è visionabile al seguente link: http://video.foxnews.com/v/5739547803001/?#sp=show-clips

Purdue University

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Giuseppe Maria Ambrosio
Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.