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L’intelligenza cala. E si vede! L’effetto Flynn inverso

intelligenza cala

Per anni ci hanno raccontata una storia rassicurante. E verissima!
Ogni generazione era più intelligente di quella precedente.

Test, numeri, curve in salita. L’effetto Flynn lo chiamavano. Sembrava una legge naturale: si studiava di più, si viveva meglio, si diventava più brillanti.

Questo fenomeno ha un nome preciso: effetto Flynn. Significa che, nel corso del Novecento, i punteggi medi del quoziente intellettivo aumentavano di generazione in generazione.

Poi qualcosa si è fermato. E, senza fare troppo rumore, ha iniziato a scendere. Chissà in quanti se ne sono accorti sul momento.

Qui entra un’altra espressione, meno nota ma sempre più citata: effetto Flynn inverso.

Vuol dire esattamente questo: i punteggi medi nei test cognitivi non crescono più, e in alcuni casi diminuiscono. Non ovunque, non in modo uniforme, ma abbastanza da far pensare che non si tratti di un’eccezione.

E, stranamente, è iniziato al momento in cui si sono sviluppati maggiormente i social.

Non è una teoria complottista. È un dato che emerge da studi internazionali, soprattutto nei Paesi più sviluppati. I punteggi nei test cognitivi, in alcune fasce d’età, non crescono più.

In molti casi calano. Non in modo clamoroso, ma costante. Ed è proprio questo il punto: non fa rumore.

Perché il cambiamento non è evidente. Non vediamo ragazzi “meno intelligenti”. Vediamo ragazzi diversi.

Più veloci, certo. Più esposti, più reattivi, più abituati a gestire stimoli continui. Ma meno allenati alla profondità. Meno abituati alla concentrazione lunga, al ragionamento complesso, alla fatica mentale che richiede tempo.

Una volta si leggeva per capire. Oggi si scorre per orientarsi. È una differenza sottile, ma decisiva. E si possono già vedere video di chi “Mi informo su TikTok”.

Wikipedia e Google sono vecchi; superati; obsoleti.

Il cervello si adatta. È sempre stato così. Se lo abitui alla velocità, diventa veloce. Se lo abitui alla frammentazione, diventa frammentato. Non è un giudizio. È un meccanismo.

E allora il problema non è che i ragazzi siano meno capaci. È che stanno allenando capacità diverse.

Sanno trovare informazioni in pochi secondi, ma fanno più fatica a tenerle insieme. Sanno muoversi tra contenuti infiniti, ma meno a costruire un pensiero stabile. Rispondono subito, ma riflettono meno.

Non è colpa loro. È l’ambiente.

Uno smartphone oggi concentra più stimoli di quanti ne incontrava una persona in una giornata intera di trent’anni fa. Notifiche, video, messaggi, suoni. Tutto progettato per catturare attenzione, non per svilupparla.

E l’attenzione è una risorsa limitata. Se la consumi in mille direzioni, non la accumuli da nessuna parte.

I test lo registrano. Ma la vita quotidiana lo conferma. Difficoltà a leggere un testo lungo, fatica a sostenere un discorso articolato, bisogno costante di interruzioni. Non è disinteresse. È allenamento diverso.

La questione non è rimpiangere il passato. È capire il presente.

Perché mentre discutiamo se siano più intelligenti o meno, il mondo continua a chiedere una cosa molto semplice: capacità di comprendere problemi complessi e prendere decisioni.

E questo richiede tempo, concentrazione, profondità. Esattamente ciò che si sta riducendo.

Il paradosso è evidente. Abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma facciamo più fatica a usarle davvero. Sappiamo tutto, ma capiamo meno.

E allora forse la domanda non è se l’intelligenza stia diminuendo. È se stiamo cambiando il modo di usarla.

Perché un conto è sapere. Un altro è capire.

E la differenza, quella sì, non si misura con un test. Ma si vede, ogni giorno, nelle scelte che facciamo.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.