Home Rubriche Risvegli L’ereditarietà del Male

L’ereditarietà del Male

823


Download PDF

Nell’udire i rintocchi dell’orologio del campanile, sovviene alla mia mente, il valore prezioso della “memoria”: imprescindibile madre dell'”identità”. Tutto quello che sta accadendo negli ultimi tempi, in merito al terrorismo internazionale che oggi reca il nome di Isis e/o Al-Quaeda; e ancora del consequenziale fenomeno dei “migranti” che ha messo in totale allarme il sistema politico europeo, è, per dirla in un comune linguaggio cinematografico, “un film già visto”.

Ciò che agli uomini di questo tempo appare scandaloso, inaccettabile, privo di soluzione e soprattutto “mai accaduto” è in realtà il risultato di una macro “non assimilazione” dei frutti di una “memoria storica” buttata nel dimenticatoio dell’indifferenza e sigillata da un pesante coperchio di dura ignoranza.

Circa settanta anni fa terminava, ma solo per i testi di storia, il Secondo Conflitto Mondiale: ma il complesso ed intricato roveto di postumi di quel buco nero della nostra “Storia Vivente” ha tutt’ora ramificazioni oggettive e tangibili sul tessuto sociale e affonda le sue ben nutrite radici nel cuore profondo del “Male”.

Le vittime della Shoah, il cosiddetto Olocausto ebraico, si rinnovano ciclicamente nelle vittime del Charlie Hebdo, di Palmira, della Siria, della striscia di Gaza, di Nassyria, del Sudafrica e di tutti i “paesi” in cui l’ignorante e violenta anarchia vestita di terrorismo fa mattanza di vite e di cultura!

L’Humana Lectio che la “Memoria” avrebbe dovuto trasmettere alle generazioni successive è stata completamente svuotata di senso e di valore per due motivi: uno riguarda l’appiattimento psichico, morale ed etico delle Masse attraverso lo strumento mediatico che ha centrato il suo abietto obiettivo, inoculando la supremazia del valore dell’apparire, lasciando soccombere quello dell’essere; l’altro, altrettanto importante e quindi di rilievo è stato quello dello sgretolamento della “memoria”.

Non basta un unico giorno dell’anno per cercare di vivificare ciò che è stato e scuotere le coscienze rubricando ogni cosa sotto la nomenclatura “memorial day”; non basta far vedere immagini sbiadite e sconvolgenti per poche ore, in quel solo unico giorno, perché ahimè, in quel previsto unico giorno non tutti hanno voglia di vedere ciò che nemmeno hanno intuito sia realmente accaduto leggendo un comune libro di storia. Non tutti in quel momento, sanno guardare e… capire.

La diffusione globale dell’oggettività della storia attraverso una genuina rivoluzione culturale stereotipata e perpetuata nel tempo, consentirebbe, soprattutto alle nuove generazioni, a quelle che alla domanda “che cos’è la Shoah?”  – ti rispondono – “Non lo so, non c’ero”, la fruttificazione di germogli di conoscenza che hanno già in sé, ma che purtroppo la mancanza di consapevolezza ottunde e seppellisce sotto la coltre di un materialismo effimero e sterile di conoscenza.

La memoria, il trasmettere la conoscenza di generazione in generazione nel fluire del tempo concede all’Umanità di riappropriarsi del proprio vissuto e di conseguenza di riscoprire la propria identità culturale, storica, sociale.

Quest’aspetto della memoria avrebbe un indiscutibile effetto benefico sulle genti perché li condurrebbe ad un livello di consapevolezza superiore, elevando intelligenza mentale e spirituale.

Ma purtroppo anche il “Male” in ogni sua insidiosa forma ha una “memoria” che tramuta in ereditarietà al fine di amplificarsi e diramarsi oltre ogni limite.

È di qualche giorno fa la notizia di uno studio condotto dal Mount Sinai Hospital di New York, pubblicato sulla rivista “Biological Psychiatry”, in cui gli scienziati americani hanno analizzato il DNA di 32 ebrei sia uomini che donne deportati nei lager nazisti e dei loro figli, scoprendo che in questi ultimi sussistevano delle alterazioni genetiche concernenti la depressione, lo  stress e il deficit dell’attenzione, completamente assenti invece nelle famiglie di origine ebraica che non avevano conosciuto la cruenza malvagia ed insana della cosiddetta “soluzione finale” di Hitler, perché vissute lontano dall’Europa in quel preciso periodo storico.

La chiamano “epigenomica”, questa branca della biologia molecolare che in sostanza “ridisegna” l’individuo, non come la semplice sommatoria numerica dei soli propri geni, bensì considera anche l’inserimento di fattori esterni, ambientali, appurando che le esperienze di vita di un soggetto possono trasmettersi alle generazioni future anche se vissute prima del successivo concepimento. Anche se la sequenza genetica del DNA resta immutata, questi “fattori esterni” possono condizionare lo sviluppo psicofisico di un altro soggetto che, anche se non ha vissuto in presa diretta l’evento, ne ha ricevuto l’eredità attraverso la trasmissione del patrimonio genetico.

Negli anni ’60, la filosofa tedesca Hannah Arendt parlava di “Banalità del Male”, imputando ad uno dei peggiori criminali nazisti della storia, Otto Adolf Eichemann, l’immagine di un “mediocre burocrate” che aveva mandato al mattatoio migliaia di ebrei al solo fine di eseguire gli ordine del Reich. In realtà, l’Arendt spiega altresì che il “Male” non può essere banale in quanto è un atto estremo, fine a se stesso e che comporta in ogni caso un nocumento a chi lo subisce. E, purtroppo, il nocumento che le generazioni di questo tempo stanno inevitabilmente subendo è causato da questa “ereditarietà del Male” che attraverso la “contrazione perpetua della reale memoria storica” e la globalizzazione mediatica di massa, assopisce l’intelligenza mentale, spegne il vigore spirituale e svuota di linfa viscerale la “Coscienza dell’Uomo” rendendolo un essere privo di storia, e cosa peggiore, inconsapevole del proprio valore esistenziale ed umano.

Settant’anni non sono che un battito di ciglia, per ritrovarsi in questo preciso istante nella cinica e perversa realtà attuale, ma privi di memoria ed identità.

Pagine bianche, spoglie di parole, di immagini e di colori.

Print Friendly, PDF & Email