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L’ego della bilancia

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Bilancia


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Ho meditato le mie vie,
ho scrutato i miei sentieri,
ho considerato i miei atti,
ho esaminato il futuro di ogni mia ambizione.
Ed ecco: tutto è vuoto
e pascolo di vento.
Ogni fine è vuoto,
ogni futuro è illusione
Ibn Paquda – I Doveri dei Cuori

Prendo spunto da un interessante post di Luigi Bondani che riporto integralmente:

Ho già asserito che in un’istituzione esoterica iniziatica le tavole d’accusa non hanno senso alcuno anzi confliggono con l’effettivo superamento dell’Ego con conseguente insediamento nello Spirito Impersonale non giudicante rappresentato da Hiram. Le tavole vengono fatte da maestri contro maestri e giudicate da maestri. Ora un maestro essendo rinato come Hiram ed essendo quindi un tutt’uno con lo Spirito Universale-Verbo come potrebbe mai criticare una parte di sé e addirittura poi giudicarla e condannarla. Tutto ciò è palese follia ma nel massonismo tutto è ammesso. Ora se la cerimonia di elevazione a maestro è una pantomima profana allora tutto è giustificato ma se è una cerimonia iniziatica allora le tavole d’accusa diventano una scelleratezza senza pari. Hiram ha forse mai giudicato i compagni mentre da loro veniva ucciso? No il maestro ha continuato a dare loro preziose indicazioni per il loro sviluppo spirituale. Non esiste infatti offesa per un vero Maestro. Le tavole d’accusa le fanno solo i falsi maestri inconsapevoli.

Tavole d’accusa, processi massonici, oggi volgari e profanizzate repliche della giustizia convenzionale dello Stato. Certamente la finalità originaria di tale Istituto, nella tradizione iniziatica, non era l’esercizio della cosiddetta giustizia umana, necessariamente e fatalmente dualistica, quanto il raggiungimento, anzi, il trionfo trascendente di un’armonia superiore.

Ma in questi tempi dove di iniziatico, salvo nobili eccezioni, in certa Massoneria sono rimaste ben poche briciole, tutto appare surreale e grottesco. Sempre più spesso, come in una coazione a ripetere, tra le file degli eserciti burocratici degli pseudo massoni piccolo – borghesi, una moltitudine sempre più numerosa di ego e di sé-grandiosi e incompiuti continua a innamorarsi del proprio sembiante proiettato nello specchio delle brame di un nuovo grembiule, di una carica, fosse anche il poterucolo delle chiavi della fotocopiatrice.

Tali iniziati solo nominali sempre più spesso disconoscono l’altrui merito, ad esempio una carica raggiunta da un fratello di loggia per libera votazione, e lo attaccano o, peggio, tentano di “ucciderlo” a colpi di menzogna, ignoranza e ambizione appostandosi alle tre porte d’accesso del Cantiere, come nell’eterna leggenda di Hiram.

In altri casi, dall’ “alto” della propria discrezionalità gerarchica raggiunta non si sa come, e con la carica di invidia aggressiva tipica dei falliti, bloccano l’avanzamento nei gradi rituali superiori del fratello meritevole, colpevole soltanto di possedere carisma e superiore illuminazione.

L’elenco dei piccoli o grandi abusi di potere potrebbe continuare.

Il miserabile succo è che tanto, in caso di reazione, resistenza o ribellione del malcapitato fratello, c’è sempre la possibilità di annientarlo definitivamente tramite ben assestate tavole d’accusa.

In questo caso il nostro piccolo quanto smisurato ego narcisistico fantastica, e frequentemente ottiene, la complicità del giudizio “superiore” ed esterno di un Tribunale “esoterico” profanizzato dove un Giudice paterno e patriarcale, uranico, fallico e fatidico possa pronunciare la tanto agognata sentenza “contro” il rivale.

Una sentenza inappellabile e definitiva che, tradotta in modo immaginifico, potrebbe suonare così:

In nome del GADU di tutte le galassie e dei mondi visibili e invisibili, certifico che il tuo ego ha ragione nei secoli dei secoli e che l’altro fratello ha torto per l’eternità.

E pensare che la Giustizia massonica dovrebbe essere, esotericamente, l’arte femminile del rammendo. Un’Arte finalizzata al pareggio, a riunire ciò che è sparso, non alla prevalenza e prevaricazione. Una “competenza” rappresentata ed esercitata, nel simbolo, da una donna che ha in mano una bilancia, in sanscrito “Tula”. Termine che rimanda alla costellazione dell’Orsa Maggiore. Ed alla Thule iperborea.

L’Isola Bianca perduta nel mare. Il Centro supremo che non va cercato exotericamente in qualche misterioso punto geografico fisico stile programma TV, ma che è localizzato, da sempre, nel nostro stesso cuore.

Un’isola arcana, invisibile agli occhi ma perfettamente percepibile dall’Anima, che svetta alta sopra le acque del samsara.

Un’Itaca che si fa raggiungere solo da chi non combatte una guerra verso il prossimo. Ma che segue lo jihad, nel senso sufico di guerra interiore ai Vizi. E che, in linguaggio massonico, si traduce, per usare le parole di Gabriele Mendel Khan, come

lo sforzo dell’uomo per convertire se stesso da pietra grezza a pietra levigata.

È questo per l’iniziato il vero cammino: la reintegrazione nello stato edenico. Che è un luogo – non luogo dell’Essere o del Nulla dove si perviene solo perdendo la testa, per via assurda e transpersonale, non semplicemente per via teorico-speculativa ma operando, praticando e verificando follemente e senza sosta, dentro di sé, le virtù di ascolto interiore, autocontrollo, integrità, onestà intellettuale, amore della verità, empatia, misericordia, impeccabilità, che sono a fondamento del senso di giustizia e prerequisito, ma non garanzia, per tentare di raggiungere lo stato di Risveglio

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Hermes

Autore Hermes

Sono un Massone qualsiasi. Orgogliosamente collocato alla base della Piramide. Ogni tanto mi alzo verso il vertice per sgranchirmi le gambe. E mi vengono in mente delle riflessioni, delle meditazioni, dei pensieri che poi fermo sul foglio.