Un fatto di cronaca orribile seguito da una tragedia familiare. Un uomo uccide la moglie e, pochi giorni dopo, i genitori di lui, insieme, si tolgono la vita.
Una volta la gogna era attaccata a una colonna di pietra in una piazza o messa al collo di chi veniva esposto a tutta la città per subire ciò che gli voleva fare chiunque.
Oggi è una colonna di commenti sotto una notizia. Ha cambiato forma, non natura. È diventata più rapida, più democratica, più efficiente. E proprio per questo, più pericolosa.
La cronaca racconta fatti e i social li trasformano in giudizi. È una mutazione silenziosa: dalla narrazione alla sentenza. Non c’è bisogno di prove, non servono atti, non serve attendere.
Basta una foto, una frase estrapolata, un nome riconoscibile. In pochi minuti qualcuno diventa “il colpevole”, qualcun altro “il complice”, qualcun altro ancora “quello che sicuramente sapeva”.
La tastiera ha sostituito il tribunale. Il commento ha preso il posto della riflessione. La condivisione vale più della verifica.
E la cosa più inquietante è che tutto questo viene vissuto come esercizio di giustizia, non come violenza.
Il giudizio online rassicura. Permette di sentirsi dalla parte giusta senza pagare alcun prezzo. Non richiede responsabilità, non impone dubbi, non chiede conoscenza dei fatti.
È una giustizia emotiva: immediata, rumorosa, definitiva. Funziona bene perché non è giuridica, è morale. E la morale, quando è di massa, diventa facilmente feroce.
Non serve nemmeno un delitto per attivare il meccanismo. Basta un equivoco credibile.
Immaginiamo una scena ordinaria. Una donna esce da un supermercato con una borsa aperta. Un video la riprende mentre sistema qualcosa in tasca.
Qualcuno scrive:
Sta rubando.
Nessuno verifica. Il filmato gira. In poche ore quella persona ha un’identità nuova: “la ladra del supermercato”.
Il giorno dopo si scopre che aveva appena pagato e stava riponendo il portafoglio. Ma ormai è tardi. La sentenza sociale è già stata emessa. Il processo si è già svolto. E non prevede appello.
Non è giustizia. È spettacolo morale.
Quella descritta è una versione attuale di qualcosa che Alessandro Manzoni aveva già descritto. La storia si ripete. Cambiano gli strumenti: dalle urla che chiamano all’untore ai click.
Il problema non è l’indignazione, che è legittima, ma quando si trasforma in un riflesso automatico: giudico, attacco, condivido. E nel farlo non mi chiedo più chi sto colpendo davvero.
Perché la gogna non colpisce solo chi sbaglia. Colpisce chi è vicino, chi somiglia, chi capita. Colpisce anche chi è innocente.
Il web non dimentica e non perdona. Un errore, un sospetto, una frase estrapolata restano online per sempre, e la persona, invece, continua a vivere con quel marchio.
C’è una convinzione diffusa: che la violenza esista solo quando c’è fisicità. Ma esiste anche una violenza silenziosa, più sottile, più elegante: quella che toglie reputazione, dignità, possibilità di spiegarsi. Non lascia lividi, ma crea isolamento. Non rompe ossa, ma spezza relazioni.
La gogna digitale è rassicurante perché sposta sempre il male fuori da noi. Il colpevole è sempre qualcun altro. Il mostro non siamo mai noi, né qualcuno che potremmo conoscere. È una figura lontana, disumana, da consegnare alla rabbia collettiva.
Una macchina non ha freni che non distingue tra colpa e errore; Non distingue tra sospetto e prova; tra cronaca e vendetta.
E soprattutto non distingue tra chi merita giudizio e chi merita silenzio.
Oggi tocca a uno che ha commesso qualcosa di grave e domani a chi ha detto una frase sbagliata, in attesa che dopodomani sia il turno di chi era nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.
Purché il mio commento sia visibile.
La verità è che non siamo diventati più giusti, ma più rumorosi. Ma di un rumore che non produce giustizia ma schieramenti.
Una comunità si riconosce dalla capacità di distinguere, ma quando smette di farlo diventa una folla che non giudica: travolge.
La domanda è se siamo pronti ad accettare che, con questo meccanismo, nessuno è davvero al sicuro. Nemmeno chi oggi commenta con convinzione, con rabbia, con certezza assoluta.
Perché la forca digitale non è di legno, ma di parole, like e condivisioni.
E prima o poi, chi la costruisce, ci passa davanti.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













