‘Landscapes’: intervista a Francesco Zecca

‘Landscapes’: intervista a Francesco Zecca

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'Autoritratto' - Francesco Zecca


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Il lirismo naturalista attraverso lo scatto fotografico

Mi è capitato in un pomeriggio assolato di agosto, mentre passeggiavo con mia madre per le strade di Bedonia (PR) di imbattermi nella mostra fotografica di Francesco Zecca ‘Landscapes – Vi racconto i miei paesaggi’.

‘Landscapes’, il termine che titola l’evento espositivo, è un fascio luminoso irradiante e pervasivo, un viaggio catartico nell’intimo rapporto che si stabilisce tra l’uomo e il paesaggio, un invito all’apertura della percezione e alla sua espansione mediante l’intensità della luce e attraverso colori vividi e suggestivi.

I viaggi naturalistici dell’artista, tra l’Italia, la Svizzera e l’Irlanda del Nord realizzano, attraverso le sue immagini, l’equilibrio perfetto ed estatico tra la Natura e l’animo umano.

Gli scatti di Francesco sono atemporali e adimensionali. Lo spazio, aperto e in movimento, è il supporto visivo sul quale si staglia perfettamente l’armonia tra l’elemento umano e quello naturale, in una spirale ascensionale di stati d’animo espressi empaticamente dai paesaggi. È un rapporto dialettico sereno, fertile, nutriente ed espressione di un consapevole sentimento panico.

L’arte fotografica di Francesco Zecca è chiara visione abbracciante del rapporto uomo-natura, in cui si evince il bisogno quanto mai primario ed atavico di un ritorno a se stessi, imprescindibile dall’elemento naturale.

Zecca è giovane nel panorama degli artisti contemporanei. Nato a Borgo Val di Taro (PR) l’11 novembre del 1982, inizia la sua carriera espositiva nel 2014, all’interno della Mostra ‘La fotografia di paesaggio, un modo per scoprire e vivere la biodiversità’.

Ama la montagna, le passeggiate in alta quota e dal 2016, insieme ad Erik Concari, cura il gruppo fotografico 100ISOphotography. Nel 2018 espone le sue opere all’interno della Mostra ‘Landscapes’, ancora in corso fino al 26 agosto in via Garibaldi 44.
Ne approfittiamo per intervistarlo e toglierci così qualche curiosità.

Francesco, cosa rappresenta per te la fotografia?

La fotografia ormai fa parte di me, è la libertà, è l’espressione del mio linguaggio, è il mio Io creativo.

Caricare lo zaino, progettare un’escursione, faticare per raggiungere la meta, studiare il luogo e la composizione e poi, quasi in apnea, aspettare. Aspettare quei pochi minuti in cui il cielo sopra di te si colorerà, quasi intimamente in un rapporto stretto tra lui e te. Questo è per me il viaggio fotografico.

Ogni volta che imprimi uno scatto cos’è che ricerchi? Cosa vuoi ottenere?

Non sempre si raggiunge il risultato sperato. Una nuvola all’orizzonte o un soffio di vento ti sconvolgono i piani, ma non è mai una sconfitta perché la libertà di essere solo davanti al mondo, assaporando l’aria, magari in silenzio, ascoltando nuovi rumori, osservando l’evolversi della luce o il mutamento del paesaggio è quel tempo lento che non riusciamo spesso a ritagliarci, sempre in corsa in una vita frenetica.

La fotografia è anche questo.

Perché hai scelto il linguaggio fotografico?

La fotografia è sempre un ricordo bellissimo, è la cristallizzazione di un’emozione, è il sorriso di un bambino e la dolcezza di una mamma con il suo pancione, è l’amore familiare, tutto racchiuso in un ritratto o nel particolare di un piedino.

In questi anni ho imparato che dietro la fotografia ci sono sempre delle storie e io stesso parlo più con le immagini che con le parole.

Come realizzi il tuo viaggio fotografico?

Il percorso per realizzare una mia fotografia parte da lontano, da casa. La prima cosa è l’individuazione di un paesaggio, la stagione migliore per ritrarlo, lo studio della luce in funzione del movimento del sole. Una volta individuato l’obiettivo e raggiunto il luogo, inizia lo studio sul campo. Una fotografia la visualizzo nella mia testa attraverso gli occhi, cercando di capire quale messaggio voglia trasmettere al mio osservatore finale, dopodiché cerco attraverso la fotocamera di catturarne il giusto rapporto.

La fotografia è studio, è ricerca continua, dalla composizione al corretto rapporto tra luce e ombre, al colore… La composizione, ad esempio, è fondamentale. Fatta di linee geometriche e di prospettive, guida l’occhio dell’osservatore nella lettura dell’immagine, come dentro a un racconto.

Importantissimo è anche il punto di ripresa che spesso destabilizza l’osservatore e allo stesso tempo lo cattura. Una foto fatta a filo del terreno o a filo d’acqua è una novità che desta curiosità.

Come ti definisci stilisticamente?

Oggi non credo di avere ancora uno stile che mi caratterizzi. Amo il colore, quello dell’autunno soprattutto, fatto di tonalità calde per i paesaggi e amo molto il bianco e nero, elegante nei ritratti. Oggi credo di essere ancora acerbo, ma ho l’entusiasmo e la voglia di fare scatti nuovi e di mettermi in gioco in diverse parti del mondo sempre con la mia Canon ben stretta tra le mani.

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Marilena Scuotto

Autore Marilena Scuotto

Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio del 1985. Archeologa e scrittrice, vive dal 2004 al 2014 sui cantieri archeologici di diversi paesi: Yemen, Oman, Isole Cicladi e Italia. Nel 2009, durante gli studi universitari pisani, entra a far parte della redazione della rivista letteraria Aeolo, scrivendo contemporaneamente per giornali, uffici stampa e testate on-line. L’attivismo politico ha rappresentato per l’autore una imprescindibile costante, che lo porterà alla frattura con il mondo accademico a sei mesi dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Da novembre 2015 a marzo 2016 ha lavorato presso l’agenzia di stampa Omninapoli e attualmente scrive e collabora per il quotidiano nazionale on-line ExPartibus.