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La voce del padrone

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Account Twitter di Donald Trump sospeso


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La prima arte che devono imparare quelli che aspirano al potere è di essere capaci di sopportare l’odio.
Lucio Anneo Seneca

Sappiamo tutti che in seguito agli eventi noti accaduti a Capitol Hill, segnati da una violenza dei sostenitori di Trump fuori da ogni ordinaria aspettativa, il famoso social network Twitter ha avviato una decisa epurazione terminata con il blocco definitivo dell’account del Presidente americano.

Qualcosa di straordinario è avvenuto: mai finora l’uomo più potente del mondo, o almeno così viene definita convenzionalmente da tutti tale carica, era stato degradato ad ultimo e più infido hater; trattato come un abusatore, un facinoroso e un indegno.

Oltre all’ex Presidente altri settantamila account affiliati al movimento Trump QAnon si sono visti messi alla porta e, quindi, impossibilitati a cinguettare.

Chiaro che le immagini viste e riviste ovunque hanno trasmesso paura, sgomento e, anche, fatto ridere. Quel mix di facinorosi era una deludente copia di alcuni personaggi riproposti nel film cult ‘The Blues Brothers’: usciti dalla cantina della storia, ancora infagottati e goffi, contemporanei degli Y.M.C.A., postadati della geniale mente di Matt Groening, incoraggiati dal loro capo a non rendere sul campo onore alla vittoria del democratico Joe Biden, hanno occupato le sale del Congresso osannando quella loro locusta invasione con scatti d’epoca, noiosamente pubblicati su altri social, rubacchiando qualche souvenir da conservare e un giorno da mostrare alla progenie.

Dopo quel blocco si è aperta la discussione sul binomio libertà-social non tralasciando il potere che emanano certi tycoon. Qualcuno, in nome di una presunta etica, ha il diritto di far tacere chi non è d’accordo con la maggioranza?

Al di là delle logiche che deduciamo dal comportamento verbale e para-verbale dell’ex Presidente degli USA, vanno definiti e approfonditi il metodo e la prospettiva. Diviene davvero un problema che a decidere sulla capacità di pronunciare un pensiero, giusto o sbagliato, buono o cattivo, siano le grandi società quotate in borsa. Non lo possiamo accettare, a prescindere.

In virtù di una deontologia archiviata nei file aziendali, sarebbe paradossale adottare il metodo ‘Amazon’ – ‘Twitter’ e ‘Facebook’ nel legittimare o meno un pensiero fosse esso anche il più “pericoloso”. Non è la soluzione migliore e, di certo, non può funzionare.

L’avanzata dei social media e delle società tech è stata travolgente.
Le abbiamo accettate con lo spirito di chi apre la porta al mondo nuovo e si aspetta solo gioia e godimento. Non è sempre così.

Andrebbero indagate le origini e, soprattutto, il fine. Verificarne le conseguenze delle loro azioni ed evitare di surgelare la nostra società e la sua evoluzione permettendo nuovi canoni di adattamento, nuovi modelli di ispirazione e competenza.

Inoltre, a mio avviso, bisogna fare attenzione ad abbracciare senza riserve la decisione di Twitter, Facebook e Instagram di censurare Donald Trump. Oltre che molto tardiva, è problematica nel Paese del Primo Emendamento. Va ricordato che l’America ha leggi sulla libertà di espressione molto diverse dall’Europa. Gli Stati Uniti hanno vissuto, vero, un “terrorismo domestico” scatenato nel cuore della capitale federale.

Verrà ricordato il 6 gennaio come la giornata dell’infamia, come una giornata tragica per la democrazia americana. Le immagini sono state agghiaccianti, un certo turbamento ci ha rapiti e ci ha fatto comprendere come può essere labile il confine tra grandezza e miseria.

L’America ha, con il suo fattaccio, aperto una pagina forte di interrogazione sul potere ombra che hanno certe aziende che vendono socialità. Le idee autonome di questi social hanno originato articolati dibattiti nell’ambito della comunità giuridica poiché per quanto gli atteggiamenti e le iniziative del Presidente americano uscente siano molto dibattute, la reazione dei social rischia di mettere in seria discussione la libertà che ha sempre contrassegnato la Rete.

Il problema è stato posto più volte ma è ancora aperto e difficilmente si potrà trovare una soluzione definitiva. Internet, infatti, non appartiene a nessuno, non è finanziata da istituzioni, governi o organizzazioni internazionali e non è un servizio commerciale.

Ma… e qui si innesca la minaccia: dietro ad ogni social vi è un’azienda che decide, dirama e proclama. Può aprire e chiudere le porte, stabilire chi, come e quando deve parlare. Può zittire. Questo è il punto.

Che quanto compiuto da Trump sia stato sbagliato nel metodo e nella prospettiva ci pare scontato, ma sarebbe molto grave affidare agli amministratori di una società stabilire ciò che è buono e ciò che è sbagliato. Altrimenti diviene dittatura e il pensiero libero resta una chimera fantasticata su un pezzo di carta bagnata.

Pare sempre più urgente articolare una regolamentazione di Internet: è evidente che gli ultimi tempi siano stati contraddistinti da una utilizzazione abusiva, incontrollata e criminale di questo strumento di informazione e comunicazione. Senza un intervento coerente si paventa il rischio di vedere incriminata la Rete con la conseguente perdita della libertà che l’ha sempre contraddistinta.

L’etica imposta dai padroni della Rete o dei social – oggi vuol dire la stessa cosa – vive di imprimatur e di standard minimi alla convivenza.
La democrazia non è la bilancia della propria anima, figuriamoci quella dei propri interessi.

Possiamo lasciare in mano a certi poteri la decisione di chi ha diritto a parlare e chi no?

Oggi cavalchiamo l’enfasi del social catapultandoci in discussioni alte e basse, auliche e volgari, concentrandoci sui nostri pensieri convinti di rendere libertà alle idee. Non ci accorgiamo che, spesso, siamo pilotati e indirizzati se non addirittura manipolati.

Quello che crediamo sia la nostra voce, si rileva essere quella dei padroni. Il collare affibbiato alle nostre parole e alle nostre idee ha una corda che sa allungarsi per illuderci e sa restringersi per ridimensionarci e farci capire dove sta la stanza dei comandi.

Cacciare Trump e la sua politica crea un’evidenza netta: la crescita esponenziale dei social media e delle società tech è stata travolgente. L’abbiamo vissuta senza capire quali potevano essere le conseguenze e, soprattutto, da dove proveniva. Ora abbiamo imparato che i social media sono una primaria fonte di informazione ma il confine tra notizia verificata e fake news sembra davvero labile così come quello tra politico e giornalismo sembra impervio nella sua identificazione.

Noi abbiamo l’urgenza di sentirci al sicuro nelle conferme che richiediamo, nella proposizione delle nostre idee rapite nella bolla dei social. Ma ogni messaggio di odio è un messaggio subliminale che genera fantasmi e cospirazioni. D’altro canto, non è che censurando le parole di un uomo politico risolviamo la diatriba.

Siamo in linea con quanto deciso da Mark Zuckerberg solo perché approfittiamo del contesto e perché la geografia ci separa. Evitare violenza azzerando la voce può amplificare il megafono di chi comanda, facendo sussultare la nostra mente al suono del campanello del padrone.

Come sentinelle corriamo e difendiamo e cerchiamo protezione davanti alle rassicurazioni illusorie di chi detiene la democrazia in una mano e nell’altra la distilla a furore di azioni in borsa.

Per conservare l’indipendenza del discorso pubblico servono un metodo e delle regole condivise, non possiamo lasciarla a decisioni proveniente dall’alto in nome di un modello che, seppur vincente, è pur sempre di natura aziendale e che nulla a che fare con l’esistenza e le sue complicazioni.

Il passo da libertà privilegiata a libertà vigilata è vicino. Strano che nessuno si sia accorto che qualcuno ci conosce meglio di noi stessi: sono i motori di ricerca di Internet che riflettano i nostri fantasmi meglio dello specchio e sono la nostra scatola nera; sarà per questo che li temiamo e li adoriamo?

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.