Una volta si giocava. Male, bene, con poco o con niente, ma si giocava. A casa, nei cortili, in strada.
Non c’era bisogno di dimostrare nulla a nessuno, se non, al massimo, a quei quattro amici che erano lì, presenti, in carne e ossa. Si cadeva, si rideva, si tornava a casa. Finiva lì.
Oggi non si gioca più. Oggi si partecipa. Che è un’altra cosa.
Partecipare significa mettersi in fila, fare quello che fanno gli altri, dimostrare di esserci. Non importa quanto, non importa come. Importa esserci. E farsi vedere.
Le chiamano challenge, con una parola che suona innocua, quasi sportiva. Fa pensare alla gara, alla prova, al miglioramento. In realtà sono prove, sì, ma di un altro tipo. Non misurano quanto sei capace. Misurano se sei dentro o fuori.
E qui sta il punto. Non si viene bocciati per incapacità. Si viene esclusi per assenza.
È un meccanismo semplice, quasi brutale nella sua linearità. Non “voglio farlo”, ma “non posso non farlo”. Non nasce da una scelta, nasce da una pressione che non ha più bisogno di essere esplicita.
Le nuove sfide su TikTok non sono necessariamente pericolose. Alcune lo sono, e anche molto. Ma sarebbe comodo fermarsi lì, liquidarle come stupidaggini rischiose e chiudere il discorso. Il problema vero è un altro: funzionano sempre.
Cambia il contenuto, non cambia la dinamica. Una settimana è una cosa sciocca, la successiva qualcosa di più esposto, quella dopo ancora qualcosa che richiede di superare un limite. Non sempre fisico. Spesso mentale.
Esporsi, mostrarsi, andare un passo oltre.
E quel passo, quasi sempre, non è percepito come tale.
Il ragazzo non si alza la mattina pensando di voler partecipare a una sfida.
Non c’è una decisione consapevole. Ci arriva. Guardando. Scorrendo. Fermandosi qualche secondo in più su un video, poi su un altro, poi su un altro ancora. E in quei secondi succede tutto.
Perché ciò che si ripete diventa normale. E ciò che diventa normale smette di sembrare una scelta.
“Lo fanno tutti”. È la frase che chiude ogni discussione. Non perché sia vera; raramente lo è. Ma perché è percepita come tale. E la percezione, soprattutto in quell’età, vale più della realtà. Anzi, la sostituisce.
Una volta il gruppo era limitato. Cinque, dieci persone. Con nomi, volti, storie. Si sapeva chi erano, si sapeva cosa pensavano. Oggi il gruppo è ovunque. Non ha volto, non ha voce, ma ha un peso enorme. Non ti guarda negli occhi, ma ti misura. Non ti parla, ma ti giudica. E soprattutto non dimentica e non perdona.
Il punto che spesso sfugge ai genitori è che non c’è più bisogno della pressione diretta. Non serve più l’amico che ti dice “fallo”. Basta che lo facciano gli altri. O meglio, basta che tu li veda farlo.
È una pressione silenziosa, ma continua.
E qui entra in gioco qualcosa di più sofisticato, e per questo più efficace.
L’algoritmo non impone. Non ordina. Non costringe. Suggerisce. Ripete. Amplifica. Ti mostra ciò che hai già guardato, ciò su cui ti sei fermato anche solo un istante. E lo fa fino a saturarti, fino a farti credere che quella sia la norma.
A quel punto non stai più scegliendo. Stai seguendo. E stai seguendo perché vuoi farti seguire; un circolo vizioso decisamente tossico.
È una forma di educazione senza educatori. Senza regole dichiarate, senza autorità visibili. Ma con effetti molto concreti. Perché alla fine modella comportamenti, crea abitudini, sposta confini.
Ci sono sfide innocue, certo. Balli, imitazioni, giochi. Ma accanto a queste, senza soluzione di continuità, arrivano quelle che chiedono qualcosa in più.
Più esposizione, più audacia, più rischio. Non sempre con conseguenze immediate. Ma sempre con un passo avanti.
E il problema non è Più la singola challenge. È la sequenza.
Perché ogni volta che accetti, sposti un limite. E ciò che ieri sembrava eccessivo, oggi diventa normale. È così che funzionano le abitudini. Non con uno strappo, ma con piccoli scivolamenti.
È così che si costruiscono i comportamenti.
A quel punto intervenire diventa difficile. Vietare serve a poco. Ridicolizzare ancora meno. Il ragazzo non si sente sciocco. Si sente parte. E in quell’età sentirsi parte è tutto.
Allora forse il punto non è spiegare quali sfide siano giuste e quali sbagliate. È un lavoro infinito, e spesso inutile. Il punto è insegnare qualcosa di più semplice e, insieme, molto più difficile: la capacità di non partecipare.
Che oggi è la vera anomalia.
Perché accettare una challenge non richiede coraggio. Richiede adattamento.
Il coraggio, semmai, è dire no quando tutti dicono sì. È restare fuori quando dentro sembra esserci tutto. È non fare, quando fare è la cosa più facile.
È una sfida diversa. Non si vede, non si pubblica, non prende like. Non viene condivisa, non diventa virale. Non porta approvazione immediata.
Ma è quella che distingue. E forse, oggi più che mai, è l’unica che valga davvero la pena affrontare.
La challenge, oggi, è non accettare le challenge.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













