Voglio chiedere pubblicamente di inserire nei manuali di psicologia una nuova malattia: la Sindrome di Montieri.
Perché oggi ci crediamo tutti di essere, almeno un po’, Montieri.
Ma iniziamo da lontano e, in particolare, da quella che forse è una leggenda ma che ho sentito realmente raccontare.
Si narra che nel 1870, mentre Francia e Prussia, per i destini dell’Europa, si dichiaravano guerra, un piccolo paese toscano di poche anime decise di proclamare la propria “non belligeranza”.
Un gesto solenne, quasi epico.
Peccato che a Parigi e a Berlino, con ogni probabilità, nessuno sapesse nemmeno dove fosse Montieri. E forse neppure che esistesse.
È vero? È leggenda? Non importa. Il punto, per quanto mi riguarda oggi, non è la cronaca. È il simbolo.
Oggi siamo tutti Montieri.
Solo che al posto della piazza dove leggere un proclama, abbiamo uno smartphone. Al posto del banditore, un profilo social. E ogni volta che succede qualcosa, una guerra, un’elezione, un caso giudiziario, perfino la nuova enciclica di un Papa, sentiamo il bisogno urgente di far conoscere la nostra posizione, la nostra opinione, con chi ci schieriamo.
Subito. Pubblicamente. Con tono definitivo.
Ma chi vi credete di essere? E lo dico anche per me.
Davvero pensate che a Mosca, a Washington o a Teheran qualcuno stia aspettando il vostro post? Che una story indignata cambi la geopolitica? Che un commento sotto un articolo modifichi la storia della Chiesa o le scelte di un governo?
Neanche vostro cugino vi legge davvero. Lui al massimo mette un like; forse.
Condividerà qualcosa a caso. O dirà la sua solo per contraddire, perché l’importante non è capire ma controbattere.
La verità è più semplice e più scomoda: la maggior parte delle opinioni in rete pesa meno di zero.
Non perché siano cattive. Ma perché non sono richieste, studiate o necessarie. Non sono frutto di studio. Non nascono da competenza. Sono reazioni, non pensieri.
Eppure, viviamo convinti che l’algoritmo sia una tribuna mondiale. Che basti scrivere per contare. Che basti indignarsi per avere ragione. Che basti esistere online per essere rilevanti.
Non funziona così.
Le idee che contano non si impongono a colpi di tastiera. Si costruiscono. Si studiano. Si dimostrano. E soprattutto vengono cercate. Quando qualcuno ti chiede un parere, significa che riconosce un valore. Quando nessuno lo chiede, forse il problema non è il mondo che non ascolta.
Forse siamo noi che parliamo troppo.
Quando parlano tutti, non si sente nessuno. È come in una classe dove ogni studente urla la propria risposta senza aver capito la domanda. Rumore. Solo rumore.
Il valore di unìidea non si misura in cuoricini o condivisioni. Non lo decide un pubblico distratto che scorre col pollice mentre aspetta l’autobus. Non lo certifica un picco di visualizzazioni che domani sarà già dimenticato, sostituito dalla prossima polemica o dalla prossima influencer.
Forse dovremmo recuperare una forma di sobrietà. Non quella del silenzio rassegnato, ma quella della consapevolezza. Chiederci: ho davvero qualcosa da dire? Ho studiato abbastanza? Conosco davvero ciò su cui mi sto esprimendo?
Non tutto richiede la nostra opinione. Non ogni evento mondiale ha bisogno della nostra dichiarazione di non belligeranza digitale.
Se hai davvero qualcosa da dire, chi deve ascoltarti troverà il modo di farlo. Non serve gridare in piazza ogni giorno.
Montieri esisteva lo stesso, senza che Berlino o Parigi la prendessero in considerazione.
La differenza, oggi, è una sola: noi non siamo un paese sperduto. Siamo persone. E prima di parlare al mondo, dovremmo imparare a dare peso alle parole.
Perché il mondo non aspetta il nostro post.
E neppure chi crediamo lo stia attendendo dal nostro profilo social.
La poesia che allego è tratta da un libro autopubblicato oltre quarant’anni fa da Enrico Battistini dal titolo Rime Etrusche.

Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













