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La risalita al Cielo

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Sri Pada, Sri Lanka 8 agosto 2019

Quella mattina Galle era sotto il dominio del cielo e della pioggia. Camminavo lungo la strada che costeggia l’Oceano, trovando di tanto in tanto un riparo.

Le onde stanche si lasciavano cadere sulla sabbia che, senza forze, si frammentava in miliardi di granelli mutevoli. Ascoltai la mutevolezza. Ascoltai gli squarci nel cielo. Ascoltai lo sfregarsi di quella granelli. Ascoltai.

Nel primo pomeriggio terminai di preparare lo zaino con il necessario per intraprendere il cammino notturno. Avevo l’animo che continuava a pretendere la mia attenzione.
Era inquieto. Ero inquieto e il sole si apprestava a tramontare. La pioggia non aveva smesso di colpire le creste del mare con una parata di sottili aghi che ne penetravano la pelle argentea.

Il viaggio durò poco più di cinque ore. Inizialmente eravamo diretti verso l’accesso di Siripagama, nei pressi di Ratnapura, ma il maltempo aveva fatto crollare un ponte, così deviammo verso Hatton. Mi accompagnò Trevin, anche se poi decise di non seguirmi nella salita rimanendo a dormire nel van con l’autista.

Arrivammo nel villaggio di Nallathanniya verso le dieci di sera sotto una tempesta. Il vento e la pioggia erano incessanti e la polizia non mi permise di accedere all’Adam’s Peak. Questa montagna è citata per la prima volta nel Dīpavaṃsa, ‘Cronache dell’Isola’, prima opera storica dello Sri Lanka scritta tra il III e il IV secolo dopo Cristo dai monaci buddhisti del monastero Maha Viharaya di Anuradhapura. Il tempio che si trova in cima protegge e custodisce la sacra impronta di un piede venerata non solo dai buddhisti, ma anche da cristiani, musulmani e induisti.

Mi trovavo al riparo sotto una pensilina degli autobus nella piazza centrale del villaggio, accanto allo stazionamento. La pioggia trovò il modo di entrare ovunque, ogni fenditura, ogni piccola crepa nella struttura divenne uno squarcio attraverso cui l’acqua divenne fiume che collegava diversi spazi di mondi. Esistono coltelli e fenditure, chiavi e ponti, ma spesso non sono visibili e per molte persone non lo saranno mai.

Verso le due tutto si fermò. L’aria si ridusse alla propria stasi. Attraversai il ponte di Dalhousie nello spessore della notte. Con me solo un cuore venato d’oro che pendeva sul petto. Quel ponte bianco attraversava la membrana scura senza che se ne vedesse la sponda opposta. Erano poche le luci che segnavano il cammino ed erano quelle che illuminavano le grandi statue di Buddha e delle varie sue incarnazioni.

Seguii la strada subito il ponte, dopo aver attraversato il buio con i vari chioschi chiusi, coperti da teloni di plastica. Uno solo era aperto e acquistai qualcosa da mangiare.
Il mondo si accese per me in quei pochi, umidi attimi. Dietro il banco c’erano una donna e, credo, sua figlia che avevano lasciato il riposo in una casa forse lì vicino. Indossavano felpe impregnate degli odori del cibo lì in vendita.

La salita ebbe inizio con un “are we ready?”. Un ragazzo austriaco in pantaloncini e k-way anche lui in solitaria. Magro e alto. Dal berretto fuoriuscivano ciuffi di capelli biondi, biondi come lo era corta barba che gli contornava il mento e la mascella. Un po’ per volta il cammino divenne la solitaria per altri. Procedemmo da soli, distanti, in silenzio, ma tenendo d’occhio ognuno la torcia dell’altro. Ognuno avvolto dal proprio pezzo di realtà.

Il buio pieno mi abbracciò con il calore di una donna. Era assordante. L’acqua e il respiro della foresta, i suoi abitanti e le sue anime, il vento che preme e spinge, la pioggia. Questi erano gli unici suoni che si udivano. Le uniche voci che mi accompagnavano. Voci amiche che raccontavano le proprie essenze.

Lenti. Si procedeva lenti. Ogni passo era ponderato. Ogni gradino diverso. Il ritmo si spezzava di continuo e l’andatura diventava sempre più faticosa. Dal buio sopra la testa continuava a venire giù la pioggia che teneva stretto per mano il vento. La nebbia era sempre un passo avanti a me verso la cima.

Man mano che ci si avvicinava al tempio i gradini divenivano sempre più difficili da oltrepassare. Ogni gradino era un passo della vita. Nessuno uguale all’altro. Ognuno dava un’andatura diversa. Andavano affrontati. Uno per uno. Ogni passo, ogni gradino era la conquista di un pezzo di cielo. Dentro la nebbia riuscivo a vedere solo i miei piedi, davanti solo buio velato di bianco.

Erano le 3:28 e il cielo si squarciò in tuoni vicini. Un fulmine cadde poco lontano.
Mi accorsi che una ragazza del gruppo degli svedesi era poco distante da me. Di noi solo i piedi in un lampo di luce. Rimanemmo fermi, bloccati per una paura arcaica.
Ci guardammo e un sorriso ci disse che potevamo procedere nuovamente nel nostro cammino.

Era un continuo essere soli. Era un continuo ritrovarsi. I bivi erano in continua solitudine. Non sempre vedevo la torcia di chi mi precedeva. Mi voltavo cercando le luci di chi mi seguiva, ma risultavano essere ancora puntini lontani, così sceglievo e mi incamminavo per poi fermarmi per vedere se quei puntini luminosi avessero scelto la mia stessa strada.

Gli ultimi 35 – 40 minuti furono terribili. Il vento continuava ad essere forte e la nebbia mi costringeva a tenere la torcia bassa. Le gambe iniziavano a cedere così mi afferrai al corrimano in ferro. Un passo lento dopo un passo lento ci siamo ritrovati tutti alla porta del tempio. Io, il ragazzo austriaco, il gruppo di ragazzi svedesi, la famiglia francese, il ragazzo di chi-sa-dove e altri che un po’ per volta, stremati, arrivavano in cima. Una tazza di tè nero riscaldò l’attesa dell’alba.

Lungo il cammino si susseguivano piccoli templi votivi e baracche chiuse. Eravamo lì avvolti dalla nebbia fitta. Dalla via per Ratnapura gridava il vento che si incontrava poi nel mezzo con suo fratello proveniente dal cammino per Nallathanniya.

L’acqua scorreva ovunque. Ne sentii la voce. Il fiume poco sotto. La cascata di fronte.
E poi la torcia che illuminava i rivoli lungo i gradini. L’acqua perforava la roccia e la terra intorno, riversandosi sul cammino.

Solo nebbia e l’alba fu completamente bianca.

Quando si giunge in cima non si ha più bisogno del sole per essere abbracciati dalla luce. Capisci che quell’astro è solo un mezzo che diviene simbolo. La luce è tutta intorno.
La luce dell’alba prende il posto del buio nel suo abbraccio. Il cammino verso la vetta di notte andando incontro al mattino fu come uscire dal buio. Divenne il nascere nuovamente al mondo dal ventre della terra andando verso il compimento della luce.
Il mezzo attraverso cui si compì il disvelamento fu la montagna, il collegamento tra la terra e il cielo.

E lì, davanti a quella sacra impronta in cui si rincontrano le religioni tra le più combattive e allo stesso tempo vessate, ci si siede stretti ognuno nel proprio calore a guardare l’arrivo della luce, con sul corpo la fatica vissuta per accedervi e nell’anima quella fatica tramutata in forza. Rimanemmo lì in silenzio e ci riempimmo.

Fu dura rimettersi in cammino iniziando l’opera di ridiscesa. Chi prima chi dopo il viaggio di ritorno riprese. Farlo a ritroso, il cammino, fu come aver appreso la luce per poi riportarla nella realtà terrena. I passi ora riuscivano a vedere la strada compiuta. Assaporai il suono delle cascate e il dirupo che si apriva di lato.

Scorsi la foresta e i suoi contorni prima inesistenti. Una scimmia era su un albero e si lasciò fotografare mentre mangiava della frutta appena strappata. I templi ora erano definiti. I gradini li vedevo nel loro insieme. Vidi la loro ripida pendenza. Alcuni erano stretti e alla mente tornò il momento in cui li valicai nel buio della notte cercando di mettere i piedi nel modo giusto per non scivolare.

Per un attimo la nebbia si aprì e giunse l’alba. Io e la famiglia giapponese rimanemmo lì immersi. Sì affiancarono anche la famiglia francese e la coppia di fidanzati tedeschi.
In fila sulle scale a dire grazie per tutto questo.

Arrivai giù con le gambe sfinite. Un albergo lì vicino ci ospitò per la colazione. Affacciava sulle piantagioni di tè che irrompono con violenza in questa zona montuosa del paese. Intere cime disboscate per fare posto alle piante di oro verde. Si vedono ancora le donne Tamil, i “Tamil delle piantagioni”, nei campi per la raccolta. Chine a rompersi la schiena con il manto di cotone colorato o semplici buste di plastica a proteggersi la testa dalle piogge. Madonne innocenti di questo mondo.

Le baracche questa volta erano colorate come quei veli, a rendere ancora più inquietante quel male. La sempre crescente richiesta, soprattutto dal mercato occidentale, delle “foglioline da bere” sta distruggendo non solo questa parte dell’isola, ma anche la cultura di una popolazione immigrata schiava e schiava rimasta per gli stessi padroni.

Il viaggio di ritorno verso Galle fu avvolto dal silenzio, dalla pioggia e dal cielo spesso e grigio che strinse le montagne a proteggerne il segreto.

Sri Pada, Sri Lanka

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Fabio Picolli

Autore Fabio Picolli

Fabio Picolli, nato a Napoli nel 1980, da sempre appassionato cultore della conoscenza, dall’araldica alle arti marziali, dalle scienze all’arte, dall’esoterismo alla storia. Laureato in ingegneria aerospaziale all'Università "Federico II" è impiegato come capo reparto in "Leonardo", ex Finmeccanica. Il Viaggio? Beh, è un modo di essere, un modo di vivere!