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La parabola dei ricordi

La parabola dei ricordi

Del ricordo avevo già parlato in un vecchio articolo dal quale sono passati ormai più di cinque anni.

In quella occasione avevo messo in relazione tempo e ricordi.

Cosa è il tempo? Esiste, e se esiste come, o è solo un modo per categorizzare la realtà a cui la realtà stessa è indifferente?

Se ammettiamo che la coscienza possa spezzare la linearità del tempo, che, attraverso corpi diversi da quello fisico ci si possa elevare oltre i limiti materiali della conoscenza, allora anche il rapporto tra tempo e ricordi va rivisto.

Si può ricordare anche quello che non è ancora successo dal punto di vista razionale, o che è accaduto in vite precedenti.

Ma la riflessione era anche un’altra; se i corpi sottili, come quello astrale, possono affrancarci dalle categorie della materia, quando torniamo alla condizione del corpo fisico ne ricadiamo nei limiti.

Ma ero e continuo ad essere anche forma e non solo essenza e il corpo mi ostacolava e non seguiva la mente mia né sapeva assecondarla.
E la mente, doveva essere la mente ad assecondare il corpo, ed era la mente a dover seguire il corpo.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Per cui, i ricordi possono avere sfumature diverse, conseguenza del nostro ritorno alle trappole di percezione e ragione.

Possono diventare motivo di tormento.

Ah, memoria, nemica mortale del mio riposo!
Miguel de Cervantes – Don Chisciotte

Possono togliere il sonno, turbare il riposo.

Perché ci ricordano momenti che non potranno più tornare, antichi dolori, persone o cose che non sono più con noi.

Il ricordo di quegli alberi che non ci sono più mi pesa così tanto che non posso volare.
Luis Sepúlveda – Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Cose che sarebbero potute essere e non sono mai state.

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Dino Buzzati – Sessanta racconti – Gli inviti superflui

A volte, ad evocare i ricordi, sono un suono, un posto, un viso che evoca quello di qualcun altro, un rumore di un incedere incerto e claudicante che assomiglia a passi perduti da tanto.

Perché è così che ti frega la vita. Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un’immagine o un odore o un suono che poi non te lo toglie più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand’è troppo tardi. E già sei, per sempre un esule: a migliaia di chilometri da quell’immagine, da quel suono, da quell’odore. Alla deriva.
Alessandro Baricco – Castelli di rabbia

Molto più spesso è un odore a scatenare tutto.

L’aria che proviene dalla finestra mi fa arrivare alle narici una vaga fragranza di gelsomino, come la siepe che si trovava nei paraggi della casa in cui sono cresciuto. L’immagine di quei fiori candidi e profumati mi fa tornare alla mia infanzia. Un’infanzia colorata dalla nostalgia, illuminata da mattini splendenti di sole, di cui mi mancano troppe cose.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Che ti riportano all’infanzia.

L’infanzia, che con il passare del tempo comincia ad assumere contorni di nostalgia, ad essere idealizzata, come qualcosa di magico, di idilliaco.
Pietro Riccio – Del ricordo

O ad antichi dolori che, sebbene continuino a far sanguinare ferite, si colorano di nostalgia perché collocati in un passato ormai inafferrabile sul piano materiale.

Arriva un punto in cui i ricordi diventano tanti, si sfumano, si sovrappongono, si confondono.

Il ricordo sbiadisce, il ricordo si adatta, il ricordo si adegua a ciò che pensiamo di ricordare.
Joan Didion – Blue nights

Cosa ricordiamo?

Quello che è stato veramente?

Abbiamo davvero la possibilità di capire cosa sia stato veramente?

Quanto può servire confrontarsi con le persone che condividono quello stesso ricordo?

Si rischia di scoprire che si fa riferimento ad avvenimenti che potrebbero addirittura essere quasi completamente non sovrapponibili.

Ognuno di noi trattiene in base alle proprie emozioni, alla propria prospettiva.

Meglio conservare la propria versione o rischiare di farla ridurre a brandelli da una narrazione altra?

E ancora, cosa succede quando le persone con le quali abbiamo vissuto quelli che in fondo sono attimi non ci sono più?

È meglio avere degli immaginari di cui almeno le parti sovrapponibili possono assumere una qualche parvenza di oggettività o essere definitivamente naufragati nella propria isola di contenuto che però non può essere smentita?

Arrivano momenti in cui quella che potrebbe essere stata la realtà si fonde inconsapevolmente con altri accadimenti diversi, con qualcosa che abbiamo letto, scritto, anche soltanto immaginato.

Quale di tutte queste vite è quella giusta?

‘Mr. Nobody’ è un film del 2009, di Jaco Van Dormael. Il protagonista in un futuro distopico è Nemo Nobody, l’ultimo mortale rispetto ad un’umanità che ha raggiunto l’immortalità. Ultracentenario, ha dei ricordi confusi che uno psicologo prova a delineare attraverso l’ipnosi.

Ma il passato di Nemo è legato ad una serie di bivi caratterizzati da scelte non chiarite. Il divorzio dei genitori con vissuti alternativi in cui resta rispettivamente con il padre, la madre o scappa. Tre donne diverse per tre colori e tre snodi esistenziali.

All’interno di ognuna di queste esistenze ulteriori snodi, altri passati alternativi.

Verso il finale c’è una conversazione con lo psicologo che prova a fare chiarezza.

Fra tutte quelle vite, qual è quella giusta?

Santo cielo! Ognuna di quelle vite è quella giusta! Ogni percorso è il giusto percorso… Ogni cosa avrebbe potuto essere un’altra e avrebbe avuto lo stesso, profondo significato.
Mr. Nobody

Senza arrivare agli estremi del film, è frequente che vi siano vite presenti, passate e future che si sovrappongono e confondono in un eterno presente sul quale l’eternità si svolge.

Spesso i ricordi si impastavano con le cose scritte e con i sogni, e anche quelli di cui era certa, con il tempo, si stingevano come acquerelli in un bicchiere d’acqua.
Niccolò Ammaniti – Anna

E dimentichi la voce di persone a cui hai voluto bene e che adesso non trovi attorno a te.

Si diluiscono i contorni dei visi, non importa se ti hanno accompagnato per una vita o se ne hai incrociate le fattezze solo una volta.

Anni dopo, quando cercava di ricordare come fosse in realtà la fanciulla idealizzata con l’alchimia della poesia, non riusciva a distinguerla dai tramonti straziati di quei tempi.
Gabriel García Márquez – L’amore ai tempi del colera

E non servono foto o registrazioni. Forniscono una versione impoverita di quello che si cerca.

Corpi ridotti alle due dimensioni di uno scatto, immobili e identici a se stessi per sempre.

Corpi in cui non scorre sangue, teste in cui non corrono pensieri, occhi che non si illuminano, volti immobili.

E sentire voci ormai eco di qualcosa che è stato e non riconoscerle per quelle che pensavi che fossero.

Il ricordo è nemico dell’oggettività, sempre che una qualche oggettività si possa raggiungere.

Scattava in rapida sequenza, spesso tra un’immagine e un’altra che lo colpiva passavano pochissimi secondi, tanto che doveva aspettare il tempo necessario affinché si ricaricasse il flash. Stava bevendo in modo avido la realtà che lo circondava, e cercava di trattenerla, di afferrarla, di intrappolarla per sempre nelle foto che stava scattando. Si proponeva di fissarla per sé e per le persone che facevano parte della sua vita. Si rendeva conto che però nessuna foto avrebbe mai potuto catturare quello che lo circondava nella sua complessità. Nessuna foto avrebbe mai conservato l’aria fresca che veniva dal lago e che gli sfiorava il viso, gli odori che quell’aria gli portava, di una primavera che quell’anno era arrivata in anticipo, dei ristoranti che si preparavano ad accogliere i primi clienti, oppure il verso delle anatre. Nessuna foto avrebbe mai conservato l’animazione di quello che lo circondava, l’ondeggiare dei rami degli alberi che circondavano il lago, il volo degli uccelli che lo sorvolavano, il sole che piano scendeva ad occidente colorando tutto di incredibili sfumature di rosso. Quando prese a rivedere le foto che aveva scattato attraverso il display della fotocamera si accorse che anche quello che avrebbe voluto cogliere di visivo, anche quello che si aspettava di fermare era ridotto ad una copia sbiadita di quello che aveva visto.
Pietro Riccio – La stanza bianca (Inedito)

Il ricordo che ad un certo punto diventa esso stesso la fotografia di un istante, di cui perdono progressivamente brandelli, rendendolo come un puzzle a cui mancano sempre più pezzi.

Potrebbe sembrare una visione nichilista.

Non lo è.

Non si tratta di arrivare alla conclusione di Roy Batty.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.
Blade runner

I limiti sono solo quelli del mondo materiale, del corpo fisico.

Gli altri corpi attraverso la consapevolezza e l’intuito li possono trascendere.

E rimettere tutto in equilibrio.

Corpo e spirito.

Vita e morte.

Morte e rinascita.

Dolore ed esperienza.

L’armonia tra le esistenze, tra vita, immaginazione, sogno e creatività.

Distogliere lo sguardo dall’abisso non significa superarlo.

Per accedere alla visione di Dio bisogna attraversare prima l’inferno, come ci ha insegnato il Sommo Poeta.

Non si ha sintesi senza tesi e antitesi.

E, soprattutto, non si può rinascere senza morire.

Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.