L’Equilibrio tra il dare e l’avere
Il Cammino segnato da ogni tappa indicata dagli Arcani Maggiori risponde a delle Leggi Esoteriche universali.
Il vero Iniziato è il ricercatore di quella Tradizione Perenne che si è manifestata e si manifesta in innumerevoli forme, a partire da un’unica Essenza emanante principi e leggi presenti ovunque nel mondo invisibile.
La Papessa ci insegna l’importanza del sapersi muovere all’interno del proprio mondo interiore, attraverso l’applicazione di queste “istruzioni di navigazione”.
L’atteggiamento esteriore dell’archetipo sottolinea l’importanza del saper osservare ciò che altri considerano futile, trascurabile, ininfluente.
Una congettura, talvolta, nasconde la verità; un dettaglio può fare la differenza; una coincidenza potrebbe rivelare uno schema; un caso potrebbe non esserlo; una parola o un gesto in più o in meno parlano sempre di pensieri e intenti.
Nella Tradizione Marziale Orientale tutto ciò è espresso attraverso un unico termine, “Seigan“, ovvero avere lo sguardo correttamente allineato, quindi “capace di vedere” e di “prevedere” un attacco, un agguato, vie di fuga, armi nascoste, nemici celati, abilità velate, ma anche la capacità di “rintracciare” e seguire, fino alla fonte, gli echi di questi punti fermi della cultura e della pratica Esoterica.
In Occidente, il Mutus Liber ci dice: Oculatus abis.
Quest’abilità si sviluppa solo se la mente è stata abituata a “vedere”, a “considerare”, anziché escludere. Il processo per giungere a ciò è lungo, faticoso e prevede un addestramento costante, una partecipazione totale e una disciplina paragonabile a quella di un monaco o ad uno yogi, in quanto ad abnegazione.
Qualcuno lo chiamerebbe Shugyo, qualcun altro, invece, “apertura del Compasso”.
Ho già discusso circa il significato della parola Kamae nel precedente articolo; aggiungo adesso che esiste il concetto di “kage no kamae” ovvero l’atteggiamento nascosto, in ombra.
I personaggi ritratti negli Arcani Maggiori sono archetipali, di conseguenza puri nei loro intenti e nel manifestare questi ultimi attraverso le loro posture.
L’essere umano, invece, ha la capacità e l’astuzia di nascondere le vere intenzioni, anche per questo è necessario saper “osservare” senza lasciarsi influenzare dalle apparenze, ma raggiungendo la reale essenza delle cose. Un alchimista direbbe che è fondamentale saper separare il falso dal vero.
La Papessa riesce a compiere ciò grazie a un’attenta osservazione di chi giunge al suo cospetto.
Appresa tale capacità, quest’ultima dovrà essere indirizzata anche e soprattutto all’individuazione di quei parametri, sempre osservabili e ripetibili, all’interno del mondo dentro cui si muove la figura della Sacerdotessa.
Una di queste leggi è il principio dell’equilibrio tra il dare e l’avere, presente in ogni forma di cultura e pratica esoterica, soprattutto se antica e vicina agli elementi naturali, come lo Sciamanesimo.
Il Libro della Conoscenza custodito da questo archetipo, non si aprirà mai se non dimostreremo prima il nostro valore in termini arcani e di ciò è ben conscio l’Iniziato che, attraverso il suo studio e la sua costante partecipazione al proprio cammino, ritroverà il sottile filo rosso che collega ogni cosa e ogni essere umano con se stesso, con i suoi simili e con il Divino.
Per avere, bisogna prima dare e farlo con uno spirito e un intento ben precisi, i medesimi che accompagnarono Orfeo quando decise che, pur di riavere la sua Euridice, sarebbe stato disposto a scendere fino al mondo infero, facendo ben attenzione, però, a non ripetere l’errore fatale che coinvolse la fiducia in ciò che aveva il veto di non osservare.
Nessun operaio riceve il proprio Salario se prima non si pone all’opera e non si sottopone al lavoro. Questo termine, negli antichi rituali, non è caratterizzato dall’uso della parola “work“, piuttosto da “labour“, più simile nel suo significato al travaglio.
Quindi, bisogna donare e donarsi attraverso il “lavoro” e quest’ultimo deve avere delle specifiche caratteristiche che lo associno alla fatica fisica, mentale e, chiaramente, anche spirituale.
Tale forma di sacrificio, cioè di rendere sacro, è comune a ogni Cammino Iniziatico e persino in alcune forme di preghiera, che, del resto, altro non sono che una forma di lavoro spirituale.
Il cardine è lo studio, la meditazione e la pratica. Questi i doni dati e ricevuti, che appartengono alla mia Strada.
Tempo addietro ebbi modo di confrontarmi con l’allievo di un Uomo Medicina della tribù dei Lakota. Mi raccontò di come una volta venne scelto dal suo maestro affinché lo aiutasse con le richieste di una famiglia che voleva entrare in contatto con le anime dei propri defunti. Per farlo, dovettero pagare l’accesso a quel mondo e, il pegno richiesto, fu molto alto e cruento.
Colpiti da tale richiesta crudele, ma dovendo far fronte al lancinante dolore della perdita, acconsentirono, lasciando che si aprissero per loro le porte del mondo dei morti. Porte, però, che non si lasceranno poi chiudere con facilità.
A richiesta specifica corrisponde un “pagamento” specifico e, una volta raggiunto il proprio obiettivo, bisogna essere coscienti delle conseguenze.
Persino Caronte traghetta le anime attraverso il fiume Acheronte solo previo pagamento di un obolo.
Bisogna ricordare che il mondo occulto è molto frequentato da forme visibili e altrettante invisibili. Ciò richiede prudenza, ma non timore, del resto osare è uno degli assiomi magici già citati all’interno degli articoli dedicati al Mago.
Personalmente, non pratico alcuna forma di Magia, ma è pur vero che il Cammino su cui mi muovo insegna che la stessa pietra su cui alacremente lavoriamo, deve necessariamente cedere parti di se stessa al procedimento alchemico per ritrovare la sua vera essenza.
Il pegno da pagare sarà dunque, per noi, di questa natura non di altra. Sarà, inoltre, concreto e raramente meramente simbolico. Ci spogliamo di ogni cosa superflua come Ishtar, attraversando i cancelli che la separano dalla sorella e anche noi cediamo i nostri metalli alle figure che aprono le porte o discostano il velo che ci divide da un mondo fino a quel momento sconosciuto.
La legge è chiara.
Qualunque operazione esoterica richiede un pagamento e una figura che lo esiga. Prestare dunque attenzione a ciò che ci viene richiesto è d’altrettanta importanza, in quanto non tutto ciò che incontriamo lungo i vari percorsi ha intenti e volti rassicuranti, ma dobbiamo essere certi del fatto che saremo sempre ripagati, in forme e in tempi congrui al mondo dello spirito o a quello materiale in cui siamo immersi, ciò dipende dall’uscio a cui bussiamo.
Il pegno è richiesto sulla base della nostra caratura spirituale, della nostra richiesta e dopo una “scansione interiore” da parte del nostro personale “traghettatore”.
Un pagamento proporzionato e pertinente corrisponderà a un altrettanto adeguato “salario” al lavoro svolto e alle nostre reali intenzioni.
Tutto è vibrazione. Se il nostro intento è nebuloso nella mente, confuso nel cuore e sconosciuto al nostro corpo, che non avrà quindi i mezzi per manifestarlo, Caronte non saprà cosa farsene delle nostre monete d’argento. Allo stesso modo, l’intento deve essere in linea con i principi del Cammino che abbiamo intrapreso.
Se le Energie a cui ci rivolgeremo saranno superiori e orientate alla Luce, le richieste verteranno certamente su preghiere, pensieri positivi, impegno nella costruzione di una trama intellettuale intrisa di Etica, profondità, elevazione che ci avvicini allo stato spirituale in cui vivono coloro i quali hanno risposto al nostro “bussare”. Bisogna che si attiri la loro attenzione, rivolgendola verso noi.
Il nostro “sacrificio” fatto di orazione, incenso, candele, servirà per comprendere la dedizione alla “causa”. Più avrà “valore” ciò che richiediamo più ci si aspetterà da noi un pegno e un impegno proporzionato.
Basti riportare alla memoria una delle tante imprese di cui si è reso protagonista Odino, che, per ottenere la conoscenza del Passato, del Presente e del Futuro, deciderà di sacrificare proprio l’organo preposto alla vista. Questo non è un dettaglio trascurabile. Cedo ciò che mi permette di vedere, per avere accesso alla reale visione del tutto, qui e ora.
Tra le pagine dell’Anfiteatro dell’Eterna Saggezza di Khunrath vi è il disegno di un gufo occhialuto e circondato da torce, che dice: “Was heffen fakeln licht oder, briln so die levt nicht sehen wollen?” ovvero “A cosa servono fiaccole, torce e occhiali, se si chiudono gli occhi per non vedere?”
Noi paghiamo il nostro desiderio di vedere e conoscere. Desiderio che deve trasformarsi in Volontà incrollabile.
Se le Energie a cui ci rivolgeremo saranno invece maggiormente affini ad altre modalità vibrazionali, magari più basse o più vicine a noi esseri umani, sempre al confine tra sfumature di grigi, le richieste saranno relative al mondo materiale.
Nella tradizione della folk magic, ad esempio, esistono le figure dei Root Doctors, che, dovendo anche lavorare con tutte le parti legate a una o più tipi di piante, oltre a richiamare l’intento di certi Santi attraverso preghiere apposite, incensi specifici e candele opportunamente preparate, richiederanno la stretta collaborazione dello spirito presente all’interno dellierba, del fiore e/o del seme utilizzato.
Non vi è cerimonia del Candomblé che non inizi prima con un’invocazione e un’offerta ad Ossain, Orixa della medicina, delle erbe sacre e dei segreti della natura.
E le offerte sono sempre relative a cose che hanno importanza e pertinenza in questo mondo, come ad esempio soldi, fumo di sigari pregiati, fiori e frutta, liquori più o meno forti.
Del resto, le piante sono esseri viventi aventi a che fare con questo mondo materiale e, da sempre, offrono sostentamento e cura per il corpo, per la mente e per lo spirito, ma nel qui e ora, non in altri tempi e in altri spazi, dunque è logico pensare che per ottenere il favore degli spiriti che le albergano o le custodiscono, si debba proporzionare un “pagamento” adeguato a ciò che appartiene a questo piano.
Ogni Arcano Maggiore ci permette di riflettere su questa legge universale del dare e del ricevere. Ognuno dalla sua prospettiva, ognuno con una sua specifica lezione.
Il Mago riceve l’Iniziazione ma dona in cambio la sua vecchia vita, sacrificandola per una nuova, alla ricerca della Verità. La Papessa sacrifica l’azione e il movimento per ricevere la conoscenza interiore e la possibilità di muoversi attraverso i mondi, l’Appeso ribalta totalmente il suo punto di vista, perde dalle tasche monete d’oro e d’argento che credeva importanti, sacrifica addirittura se stesso, come Odino appeso tra le fronde dell’Yggdrasil, pur di acquisire la conoscenza e, nel suo caso specifico, le Rune. L’Eremita, nel suo lungo e lento viaggio, otterrà le risposte che cercava, ma avrà sacrificato le sue relazioni con gli altri esseri umani.
Nei Tarocchi di Oswald Wirth, la Papessa tiene nella sua mano sinistra due chiavi, una d’oro e una d’argento. Le porte si apriranno attraverso di esse solo se questa figura riuscirà a vedere il nostro sacrificio. Non vi è altro modo.
Come un “two headed doctor” è in grado di vedere e valutare. Anche lasciare alle proprie spalle tutti i preconcetti, i condizionamenti, il credere di sapere solo per sentito dire o perché si è letto qualche testo su di uno specifico argomento, può essere considerato un pagamento adeguato per ciò che noi richiediamo a questa figura.
Pensare di sapere è uno degli errori più comuni tra gli esseri umani. Questo, però, è un passo falso, che nessun Iniziato può permettersi, a prescindere dalla sua Via. Forse è per questo che la Papessa non si pronuncia.












