Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci
C’è un idolo dinanzi al quale i contemporanei, anche delle più opposte convinzioni, si mostrano bigotti: la società. Tutto viene ricondotto ad essa, quasi fosse la barriera ultima, oltre la quale non si distingue ciò che pure sarebbe forse più essenziale: la vita e la morte, il bene e il male, la felicità e l’infelicità.
La sfiducia esistenziale, la solitudine e il senso di precarietà, che caratterizzano l’individuo contemporaneo, mascherate da un delirio di onnipotenza per il progresso raggiunto dall’umanità che vacilla di fronte ad un evento inatteso.
È ormai ovvio come la deregolamentazione delle istituzioni politiche e del loro potere ha generato il dissolvimento della ‘società’ a favore della ‘non società’, alla fine della solidarietà e della reciprocità il cui prodotto inevitabile è l’incertezza esistenziale e il venir meno della responsabilità sociale, lasciando la persona isolata e vulnerabile.
Il collasso del sistema dei valori che ha reso il singolo incapace di distinguere ciò che ingiusto da ciò che è lesivo, la libertà relegata alla dimensione soggettiva a scapito del bene comune.
Viviamo in un’epoca dominata da un individualismo assoluto, dove i legami si possono revocare se viene messo a rischio questo imperativo categorico. Energia particolare e universale che anima la vita, l’amore è, invece, tensione a completarsi, un’eccedenza e carenza di sé, che spingono verso l’altro per colmarsi e riversarsi.
C’è lo scorgere una via d’uscita dalla solitudine che ci attanaglia, lasciandoci orfani di una visione generale della realtà. In una collettività frammentata, dove si è sempre più chiusi nel proprio recinto, la condivisione introduce un elemento di speranza.
In un tempo governato da un patologico narcisismo di massa, l’amore per la vita, l’altro, la famiglia, la patria, il mondo, il destino e la verità sembrano essere le uniche vie per salvarci dall’io e dalla minaccia del niente.
Possiamo pensare all’imperturbabilità come ad uno stagno, una palude. Gli indifferenti sono figure umbratili di individui soli o di aggregati che sembrano gruppi che si aggirano negli spazi delle nostre vite. A loro fa difetto l’appartenenza, la progettualità e l’innovazione.
Si può ipotizzare la noncuranza come l’effetto di una sospensione eccessiva della risonanza consapevole con gli altri. La nostra sembra presentarsi come l’epoca dell’indifferenza, nel linguaggio della politica, nelle relazioni interpersonali, nelle esperienze di educazione e di cura, ma anche nel campo dell’arte.
Tutto questo genera l’esigenza di comprendere come alimentare e sviluppare gli spazi e le possibilità generative e creative. La vita è piena di momenti e circostanze in cui scegliere di essere apatici non è sempre l’opzione migliore. Possiamo interessarci più o meno, ma non possiamo mai smettere di provare emozioni.
Percepiamo qualsiasi stimolo e, in seguito, a ciò decidiamo se avvicinarci a esso oppure allontanarci. L’indifferenza assoluta, dunque, non è mai possibile.
La saggezza popolare dice che apparire distaccati sia la risposta più dura, anche quando ci aspettiamo poco da una situazione o persona. È dimostrato che questo atteggiamento è uno dei più aggressivi e dolorosi che possiamo proiettare.
Essere indifferenti a qualcuno implica ritirare tutti i nostri sentimenti, come se non esistessero per noi. Tanti sguardi impassibili, pochi gesti di solidarietà. Un canovaccio con cui i mass media raccontano la vita quotidiana.
Persone in difficoltà per grandi e piccoli problemi dell’esistenza protese in una richiesta d’aiuto o bisognose di intervento si scontrano, spesso, con occhi di astanti incollati al suolo, spettatori del naufragio altrui.
L’indifferente è colui che sta in disparte, non stringe legami, si estranea da tutti e tutto, scegliendo o subendo di non essere per gli altri. E quando si scrive di indifferenti è soprattutto per biasimarli e collocarli nella galleria dei personaggi negativi della contemporaneità.
È altrettanto giusto considerare alcune specie di indifferenza come uno stato passeggero, transitorio, qualcosa che colpisce l’uomo in dati momenti della sua esistenza. Dirimpetto, la condizione di cui stiamo dibattendo è molto più profonda: si nasconde, si camuffa e, intanto, si diffonde. Ecco perché la minaccia degli indifferenti rimane una patologia da estirpare.
Gli asintomatici dell’indifferenza virulenta, in definitiva, sono dei perenni portatori sani che, attraverso la loro opera abulica e qualunquista, contribuiscono alla diffusione incontrastata dell’epidemia.
Il poroso tessuto dell’indifferenza assorbe ogni contrasto, ogni dissenso e una volta scemato l’interesse te lo rigurgita in una foggia più digeribile, cosicché tutti ne possano apprezzare il valore, senza capirne effettivamente il messaggio.
L’indifferenza uccide. Produce quegli atteggiamenti tipici del costume italiano: l’omertà, il lassismo, il furor retorico, l’indignatio giovenaliana fine a se stessa.
Coloro che pregano tutte le notti per l’arrivo di un salvator mundi che ci risolleverà dalla nostra miseria esistenziale non sono poi tanto differenti da quelli che confidano ardentemente in una sincera azione di massa.
C’è un’indifferenza che può ferirci ogni giorno e in ogni momento e che si annida nella coscienza di ognuno di noi, anzi, ne rappresenta il lato oscuro. In altre parole, comprendere ciò che accade ‘qui et nunc’ è prioritario: per intervenire senza giudizi o tifoserie da stadio, evitando i soliti attacchi mediatici, che sono spazzati via dopo un giorno a colpi di «tweet», ma i drammi permangono e prevenire, ovvero intervenire prima della morte di bambine rifiutate, abbandonate, prima di assistere al decesso di un ragazzo, di una donna assassinata, di un vecchio rapinato…
Il quotidiano sembra misurarsi in siffatta maniera. Comprendere è d’obbligo. Nel secondo millennio la società non è più quella borghese di fine Ottocento e Novecento, essa è sbiadita, o peggio, non ha colori, né verticalismi, non ha sfumature, Bauman la definisce «liquida», potrebbe anche dirsi «gassosa», «svaporata», per citare Marx ed Engels.
Qui l’indifferente non è più chi non si schiera né da una parte né dall’altra, ma è colui che non sa di esistere perché ciò che conferisce la sua esistenza è la tecnologia. Risulta vano demonizzarla.
Per questo penso che nella società contemporanea si sia insinuato un oggetto che ha pervaso e invaso ogni aspetto dell’umano, funge oramai da specchio e diventa un mezzo per riflettere se stesso, uno strumento che dà certezza al nostro esistere. Se non ci fosse per molti sarebbe una tragedia.
Nello specifico, Luhmann, nel leggere la società, intravede la mano della tecnologia digitale che ha oggettivato gli individui. Gli oggetti, le «cose» che risolvono il vissuto. Tutto è determinato dal profitto: da uno scambio utilitaristico.
Nonostante lo sviluppo della comunicazione di massa e dell’accesso ai fatti in tempo reale, si è sviluppata un’indifferenza protettiva che, forse, non è nemmeno più indifferenza, in quanto porta comunque a fare una scelta: l’uomo sceglie se stesso piuttosto che gli altri e si arriva alla negazione di ogni empatia.
Non ci si indigna più, né in politica, dove la tracotanza è diventata la norma, né negli altri ambiti della società. Paradossalmente, l’indifferenza, oggigiorno, è quasi comprensibile, in quanto viviamo in un mondo pieno di incoerenza e contraddizioni dove questa sembra essere la strategia più facile per difendersi.
Troppo stressati dalla quotidianità, forse dallo studio, dal lavoro, dalla famiglia, dagli obblighi finanziari, sociali, dalle abitudini, dalla cosiddetta ‘lotta’ costante, decidiamo di non vedere, non ascoltare, non parlare.
Imprigionati nelle consuetudini, persi in una vita che spesso non corrisponde ai propri valori, frustrati, insoddisfatti ed alienati da bisogni costruiti ed estrinseci, il mondo va a rotoli, la crisi economica ci divora, la disoccupazione sale, i pochi posti di lavoro che ci sono non sono degni, la politica è deludente e corrotta, il pianeta sempre più danneggiato e noi ancor più soli e distanti.
La prospettiva futura, vista da questa angolatura, è prevalentemente negativa, regna una nube nera e pessimistica, ed a tale quadro oscuro, a fine giornata, si aggiungono stanchezza e stress e così si torna a casa stremati, con la voglia di ‘staccare’, distrarsi con il cellulare o seguire qualche programma televisivo, possibilmente demenziale.
Autore Massimo Frenda
Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.













