Dal walkman a TikTok: viaggio in cuffia nella rivoluzione digitale
C’è stato un tempo in cui la musica era un rito.
Magari su un giradischi, e poi in impianto stereo, con un vinile di cui ci si prendeva cura come di un amico fragile.
Gli LP avevano inoltre copertine con disegni storici, immagini iconiche: non servivano il volto né il look.
Tutto era davvero musica; e allo stato puro. Non certo immagine. Gli artisti non avrebbero pensato di far colpo sul pubblico con i look. I vari David Bowie ed Elton John erano eccezioni ma che confermavano la regola: potevano permetterselo.
Pensiamo un attimo, inoltre, alle copertine dei Pink Floyd; c’era la loro immagine? Da ‘Wish You Were Here’ a ‘The Dark Side of the Moon’, fino a ‘The Wall’ restano negli occhi immagini che parlavano la loro musica e loro erano in sottofondo. Quelle copertine erano opere d’arte che si ascoltavano anche con gli occhi, ma senza bisogno di un volto da copertina.
Poi abbiamo iniziato a portare la musica la in tasca.
Si registrava pazientemente dalla radio, si riavvolgeva con la penna, si custodiva la cassetta come un segreto. Il walkman era libertà, compagno di viaggio, colonna sonora personale. La musica era nostra: intima, fedele, quasi viva.
Poi arrivò MTV. E tutto cambiò.
I cantanti diventarono volti, storie, icone. Non bastava più la voce: serviva il videoclip, la danza, la scenografia. Negli anni 80 la musica si fece colore, corpo, spettacolo.
Madonna, Prince, Michael Jackson trasformarono il palcoscenico in un linguaggio visivo. Un passo avanti rispetto ad un Elvis o ai Beatles.
Era ancora arte, ma ormai con una regia.
Con Internet il salto fu definitivo e i brani non si comprano, si scorrono.
Gli album sono diventati playlist, i dischi ridotti a dati.
Spotify, YouTube e Apple Music hanno messo il mondo in cuffia, ma anche cambiato il modo di fare musica.
Oggi le canzoni si scrivono pensando ai primi quindici secondi, quelli che decidono se verrai “skippato” o no. E si pensa subito al video: è ormai concepibile una canzone senza immagini?
A chi verrebbe in mente oggi di comporre concept album o vere e proprie opere come i Genesis di ‘The Lamb Lies Down on Broadway ‘o The Who di ‘Quadrophenia’?
Il successo non dipende più da una melodia, ma da un balletto virale su TikTok, da un trend che dura meno di un ritornello.
È la musica dei like, dove contano più i click della sostanza. Il cantante non è più artista, ma marchio, influencer, contenuto.
L’immagine viene prima del suono: tatuaggi, storie, provocazioni e, non ultimo, l’importante è finire in cronaca; meglio se nera.
Negli Stati Uniti basta pensare a Travis Scott o Kanye West, in Italia a Sfera Ebbasta o Fedez: forse li seguono più per ciò che rappresentano che per ciò che cantano.
E non dimentichiamo di baby gang dove inneggiare alla delinquenza è elemento essenziale del personaggio e di ciò che gli gira intorno.
Eppure, non è solo nostalgia ricordare Charles Aznavour, a cui bastava un microfono; o Bob Dylan, che cambiò il mondo con una chitarra e un’armonica.
Non c’era auto-tune, e Freddie Mercury non ne avrebbe mai avuto bisogno.
E le chitarre di Hotel California degli Eagles non si possono ridurre a un effetto elettronico.
È memoria, non malinconia: il suono caldo del vinile, il fruscio della cassetta, la radio che sceglieva per noi
Ci ricordano che la musica era un incontro, non una profilazione.
E che, ogni tanto, vale la pena tornare a premere “play” invece di scrollare.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













