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La Messa è finita

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Messa


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Ogni tanto non do l’assoluzione: perché non sono veramente pentiti. Anzi, a volte vorrei picchiare qualcuno. Sì, è un pensiero che ho sempre più spesso.
Addirittura picchiare? Ma non c’è un altro modo?
Mi parlano solo di sesso, mi parlano solo di peccati sessuali: perché sanno che sono peccati veniali, e anzi mi sa che gli fa pure piacere ricordarsene. Ma dei peccati veri, di quelli contro gli altri, non ne parlano mai.
Nanni Moretti – La Messa è finita’

Già dagli anni 70 del secolo scorso la crisi delle vocazioni cominciava ad assumere contorni più decisi: la chiesa cominciava a subire una lenta ma sempre più inesorabile emorragia. Un rarefarsi numerico che attestò quanto la vita religiosa fosse sempre più lontana dall’urgenza esistenziale che abbracciava la spinta filosofica e sociale delle prime contro-culture e il fascino indiscusso di un culto politico ideologico post-boom economico.

L’abbandono del ministero coniugava la perdita spirituale con la mancanza di un fondamento profano: l’uomo era in crisi, il sacerdote era solo e in crisi. La solitudine dell’uomo scoperto, ovvero colui che si sente confuso e privo di certezze, obliquo su un tavolo di argomentazioni piatte, che scivola verso l’incognita ciò nonostante preferisce arrendersi al vuoto piuttosto che inaridire dietro ad un credo che non lo rincuora, era oramai all’ordine del giorno e, gradualmente, è divenuta una valanga inarrestabile.

Oggi la situazione è unicamente diventata tragica per tutta la vita religiosa ma anche per la vita presbiterale, quantomeno in alcune regioni del nostro Paese, che esibiscono una sterilità senza eguali; altre, invece, appaiono ancora capaci di una prolificità che garantisce abbondanza dei pastori per le comunità cristiane.

Vari sinodi vescovili hanno già affrontato questo tema senza trovare strade alternative e senza delineare opportunità utili alla loro causa. Sembra dunque che la consapevolezza della gravità della situazione sia ormai assunta da tutta la chiesa che trema di fronte ad un futuro incerto già minato da scandali e da un profondo crollo mistico, una dispersione etica e animistica allo stesso tempo.

Possiamo condividere le cause elencate con perentorietà da Papa Francesco: denatalità, secolarizzazione, relativismo, cultura del provvisorio e dell’incertezza, nuove comprensioni in materia di etica e sessualità… Per alcuni una liberazione, per altri una patologia irreversibile.

Resta doveroso, però, interrogarsi su possibili contraddizioni da parte della chiesa stessa, contraddizioni alla vocazione quale azione del Dio fedele verso la sua comunità. È evidente che si fa sempre più forte la scollatura tra la realtà sociale ed il modello imposto dalla Chiesa cattolica: l’aborto, i contraccettivi, la violenza sessuale, il divorzio, negli anni si sono succeduti gli scontri con il mondo laico. Un conflitto spesso intensificato da giochi di potere e spinto dagli ambigui comportamenti e da scelte scellerate delle sfere alte del clero.

I numeri sono forti: nel 2019 si contano nel mondo poco meno di 1.345 milioni di cattolici, a fronte dei 1.329 milioni circa del 2018, con un aumento assoluto di 16 milioni pari all’1,12%, e poiché questa crescita relativa risulta vicina a quella della popolazione mondiale, 1,08%, la presenza di cattolici battezzati nel mondo rimane sostanzialmente stabile attorno al 17,7%.

Ecco il dato che ci interessa: i candidati al sacerdozio nel mondo passano da 115.880 unità nel 2018 a 114.058 nel 2019, con una flessione dell’1,6%. Continua, lo leggiamo, il calo che, già da qualche anno, caratterizza l’andamento delle vocazioni sacerdotali.

In Europa e in Asia si registra nel biennio una perdita del 3,8% e del 2,6%, rispettivamente, mentre la variazione relativa è, invece, positiva in Africa dove il numero dei seminaristi maggiori nel lasso di tempo sotto esame passa da 32.212 a 32.721 unità.

È riconosciuto che la Chiesa cattolica ha da sempre monopolizzato, come tutte le religioni, il tempo degli uomini: ciò avveniva con maggiore persuasione nel tempo passato. Essa riusciva a piegare a sé il calendario e gli eventi designavano il passo della storia umana. Tra ignoranza e abitudine ci si abbandonava senza nemmeno chiedere ad obbedire alle sue ragioni. Mascherato da dittatura proletaria, il sistema ha soggiogato, per secoli, la cultura e ha imposto le sue ragioni alla politica, determinando gioia e dolori dell’economia.

Non c’è un male assoluto, ma c’è una forma sottile di male che, al di là di ogni banale considerazione populista ed esoterica, sopravvive nella sua natura deforme e capziosa.
Il suo essere inflessibile, dogmatico, resistente al nuovo, il suo essere inespressivo verso ciò che non può dominare. Il solo rivolgere nostalgicamente indietro lo sguardo la sta condannando all’incomprensione infinita, alla fuoriuscita, alla messa al bando.

Quello che veramente è mancato è un piano di riforma che abbia compreso le nuove urgenze: un’impossibilità che nasce da un abnorme errore di calcolo, ovvero non aver compreso nulla dalla propria storia. Questo smarrimento nasce da lontano ma vibra di questa insana ed atavica impossibilità ad accettare il cambiamento.

Allora non possiamo fingere di non capire: i monasteri sono il parcheggio di donne che vengono per lo più dai Paesi del sud del mondo, i fedeli sono abbonati che timbrano un biglietto per lo più domenicale, i sacerdoti sono sempre più spiazzati ed immischiati in giochi di scalata alle gerarchie interne.

Basta osservare come il religioso cattolico “medio” ha vissuto la pandemia. Senza fervore e senza credo, avvilito e stanco. Offeso dal suo dio, umiliato dalla scienza, stordito e senza alibi.

Ecumenismo, sacerdozio, ruolo delle donne sono alcuni dei problemi irrisolti che la Chiesa bloccata dal suo stesso essere non riesce a risolvere. E qui non possiamo oscurare il decadentismo profetico di Wojtyla: radicato in un decisionismo che ha fatto epoca ma non ha saputo fermare gli orrori che dilagavano nelle viscere delle sacre stanze vaticane.
La dottrina è stata affidata a Ratzinger, che ne ha difeso la scolastica dedizione ad un’ideologia dogmatica e pietrificata.

Così il cattolico oggi non sa distinguere il pensiero buddista e confuciano da quello cristiano: è un unicum pervaso di filosofie inquiete che sembra un cocktail uscito male e perversamente semplicistico. Una dottrina a fascicoli che ci ha regalato dubbi e non ha saputo leggere le linee della sua mano.

Il Covid non ha peggiorato, ha solo cristallizzato e, forse per sempre, bloccato un eventuale iter riformista. Dio è un pensiero assoluto che, raccontato da questa Chiesa, sembra divenire monolitico, unidirezionale, ingombrante, incapace di elevarsi. Ridotto ad una larva di cognizioni e di infettate banalità che passa da omelie retoriche e straordinariamente grette ad opinioni recintate e rassicuranti che nulla aggiungono alla tempesta a cui siamo sottoposti ormami quotidianamente.

Dov’è la Chiesa ai tempi del social? Essa non discute, non anima e non si confronta. Resta impigliata nelle sue convinzioni e perennemente ingessata come un chierichetto sull’altare. Il vero pensare è un andare oltre mettendosi a rischio senza truccare.

Peccato che anche il laicismo sia in seria difficoltà, come un’apnea che non consente nessuna reale reazione. Perché anche il laico ha imparato il peggior difetto del religioso: non ha più certezze e non conosce nessuna parla rivelata.

Se è vero che la Chiesa sta male, anche noi laici non ci sentiamo bene: nel deposito delle verità assolute abbiamo incoscientemente smarrito l’unica salvezza che avevamo, il solo baluardo di distinzione che potevamo sfruttare per distinguerci dai fanatici e dai dogmatici: la libertà.

Oggi la Chiesa dovrebbe promuovere una crociata per favorire il recupero di questo principio che, nel bene e nel male, è l’unico che ci permette ancora e sempre di credere in qualcosa e in qualcuno. Anche in un Dio distante e con gli occhi rivolti altrove.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.