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‘La Grazia’: la leggerezza della vita secondo Sorrentino

Quando il cinema d’autore diventa profonda allegoria della vita

Ci sono uomini naturalmente generosi poiché, solo incontrandoli, ti lasciano sempre più ricco di prima; alcuni di loro riescono a creare opere il cui messaggio può superare i limiti del tempo, diventando miniere inesauribili di bellezza.

Oggi scriverò dell’ultima fatica di uno di questi: ‘La Grazia’, del maestro Paolo Sorrentino.

Premetto che non sarà una recensione né una critica poiché di fronte a cotanta Bellezza ogni giudizio sarebbe un imperdonabile atto di superbia; le parole che mi accingo a scrivere serviranno a condividere delle emozioni e a dare delle chiavi di interpretazione a più livelli, sperando che il lettore possa come me intuire quella caleidoscopica girandola di passioni che permea il film fin dall’inizio, partendo da una grigia e pesante materialità e arrivando a una leggerezza che ha il colore delle stelle.

Il film rappresenta quel viaggio che tutti gli uomini cominciano ma che purtroppo molti meno completano, riuscendo, infine, a lasciar andare tutti gli affanni di una vita, plumbei pesi che ci ancorano alla terra e ci impediscono di arrivare al cielo con un corpo sospeso come in assenza di gravità e il cuore lieve come una piuma, raggiungendo quello stato di grazia che dà il titolo al film.

Sgombriamo da un primo pregiudizio che non ci permetterebbe di goderci il vero senso della pellicola.

Chiunque conosca un minimo il funzionamento delle istituzioni e il diritto, noterà palesi inesattezze e potrebbe essere tentato di liquidare l’opera come grossolana, ma ciò sarebbe un madornale errore, poiché il film non è un documentario ma arte, e così come in ‘Guernica’ nessun sano di mente avrebbe da ridire sui corpi sproporzionati e le anatomie assurde, allo stesso modo pretendere qui la descrizione esatta di procedure e ruoli sarebbe solo uno sterile esercizio nozionistico.

Il secondo fallo in cui potrebbe incappare lo spettatore è considerare il tutto inutilmente pesante, con sequenze apparentemente disarticolate dalla storia o ridondanti, dimenticando che parliamo di Sorrentino.

Nulla è lasciato al caso, che siano le luci, le espressioni, i silenzi o anche la posizione in scena di un attore e, in questo, il regista è come sempre geniale.

Un’ultima particolarità è che le scene si svolgano a Torino e non a Roma. Può sembrare strano, ma lo è ancor di più quando ci rendiamo conto che la cosa è assolutamente ininfluente ai fini del lungometraggio.

Sorrentino ci ha abituato a luoghi che sono parti integranti della narrazione, basti pensare a Napoli per ‘Parthenope’ e Roma per ‘La Grande Bellezza’, i film non funzionerebbero ambientati in altre città e contesti; questa pellicola, al contrario, sembra essere scollegata a un’area precisa, i posti potrebbero essere ovunque e il messaggio del film ne uscirebbe intatto.

Come è possibile che non si senta la necessità di dare delle coordinate geografiche alla storia?

In realtà ci sono, perché la posizione importante non è quella di una città, ma l’essere qui sul nostro mondo, che siano Torino, Milano o Londra, e in cielo, ovvero sulla ISS.

La vera discriminante è sul vivere ancora qui in una condizione pesante, terrena, in una prigione senza sbarre, e l’essere fra le stelle, in uno stato di assenza di peso, dove il nostro corpo è asceso, sublimando il nostro essere e, finalmente, donando uno stato simile ad uno spirito immortale, un atto di assoluta e beata libertà dal metallo che ci appesantisce, una condizione che si ripete sospesa nel tempo,  diventando, così, eterna.

Continuando sul lato artistico, uno dei marchi di fabbrica dell’autore è la fotografia, la cui direttrice abbandona le atmosfere figlie del fuoco, del mare e del buio tipiche di ‘Parthenope’ per donarci, fin dalle prime inquadrature, una bellezza austera, quasi opprimente, tanto perfetta nelle geometrie quanto greve, un lavoro che definire superlativo è non dare merito alla bravura di Daria D’Antonio.

In questa superba cornice gli attori si muovono in maniera armonica, ogni ruolo diventa eccelso elemento architettonico di una cattedrale capace di collegare la terra dello spettatore al cielo della pura essenza del film, argomento su cui tornerò successivamente, quando parlerò delle mie impressioni sul significato profondo dell’opera.

Servillo è il protagonista e presta il volto a Mariano De Santis, Presidente della Repubblica e immenso giurista giunto al semestre bianco. Intorno a lui, orbitano una serie di figure che svolgono un lavoro a dir poco titanico, reggendo un gigante della recitazione in stato di grazia e restituendo delle interpretazioni assolutamente all’altezza.

Anna Ferzetti è Dorotea de Santis, la devota figlia e assistente personale espertissima di diritto. Milvia Marigliano è una magnifica Coco Valori, irriverente amica del Presidente dai tempi del ginnasio, così come amico è Ugo Romani, Ministro della giustizia, interpretato da Massimo Venturiello.

Intorno al personaggio principale, vi sono anche il Colonnello Massimo Labaro, interpretato da Orlando Cinque, fedelissimo ed efficientissimo Corazziere direttamente al suo servizio, e il Generale Lanfranco Mare, Giuseppe Gaiani, un vecchio alpino che, dietro ai formalismi, nutre sincera ammirazione e affetto verso la figura del Presidente.

Sarebbe estremamente scorretto non citare anche attori come Simone Colombari nei panni Presidente del Consiglio Giulio Malerba, Giovanna Guida in quelli di Valeria Cafiero, Assistente del De Santis, Roberto Zibetti, il Segretario Domenico Samaritano, Rufin DohZeyenouin, il Papa, Vasco Mirandola, Cristiano Harpa, un detenuto la cui grazia è stata richiesta da quasi la totalità degli abitanti del suo paesino, Linda Messerkllinger, Isa Rocca, altra detenuta richiedente la grazia, e Guè Pequeno, che impersona sé stesso.

Domando scusa se l’elenco, per quanto già vasto, non sia completo: tutti meriterebbero di essere ricordati, perché se è vero che questo regista ha l’abilità quasi soprannaturale da sublimare il meglio da ogni attore che lavori con lui, è altrettanto giusto riconoscere una corale prova degna di tale capolavoro

La storia presentata è abbastanza lineare: De Santis, alla fine del suo mandato, riceve due domande di grazia, una legata a Cristiano Arpa, un ineccepibile ex professore di storia del liceo di un paese e reo confesso dell’omicidio della moglie ammalata di Alzheimer, l’altra a Isa Rocca, che ha ucciso il marito nel sonno. Oltre questo, al Presidente viene proposto di firmare una legge sull’eutanasia, rivoluzionaria in un Paese cattolico come l’Italia.

Tutto questo, per il protagonista diventa molto opprimente; egli, difatti, è soprannominato non a caso “cemento armato”, sia perché integerrimo ed estremamente solido nel rispetto del ruolo e delle istituzioni, sia per l’immobilismo e l’eccessiva prudenza su ogni scelta.

Oltre all’aver dedicato la sua vita al diritto penale, il Presidente è anche un cattolico fervente, amico personale del Papa e ancorato alle sue idee tradizionali; il suo desiderio è trascorrere in pace i suoi ultimi sei mesi in carica per poi lasciare queste spinose decisioni al suo successore.

La legge sull’eutanasia e la grazia verso un uomo che l’ha compiuta, sono per lui inaccettabili, sia sotto il punto di vista morale che giurisprudenziale. Inoltre, per quanto riguarda il caso della Rocca, si aggiunge anche la complicazione che questa è la nipote della compagna di Romani, suo amico e Ministro della giustizia; il contraccolpo dell’opinione pubblica, che giudicherebbe il caso come un immenso conflitto d’interessi, sarebbe presumibilmente violentissimo, e un uomo tranquillo e ponderato con De Santis mai si metterebbe in una situazione del genere.

Durante lo svolgimento della pellicola, gli accadimenti, l’evoluzione dei personaggi e le loro interazioni, porteranno il Presidente a cambiare, almeno in parte, il suo modo di porsi verso tali questioni, e il risultato di più di due ore di narrazione saranno decisioni forti e inaspettate.

Non voglio scendere ulteriormente nei particolari della trama, sia per non rovinare la visione a chi volesse vederlo, sia per sollecitare qualche indeciso a dare una meritatissima possibilità a quella che io considero un’opera imperdibile.

Passo a descrivere il piano più profondo, che solo degli artisti geniali come quelli che hanno qui partecipato potevano mettere in scena in modo così superbo.

Il De Santis è un uomo solido, ma appesantito da un’eccessiva prudenza, che spegne ogni emozione; è come legato, trascinato verso il basso sia dal peso delle responsabilità, sia dalla sua integrità, che non gli permette “follie”, come le definisce lui. In più, i fantasmi del passato, quello della defunta moglie in particolare, gli precludono qualunque evoluzione spirituale.

Il film comincia così, inquadrature grigie, austere, che da un lato danno l’idea di solidità, di tradizione, di eterno, dall’altro sembrano rendere ogni cosa elegantemente vecchia, opprimente, vuoti formalismi senza vita.

Il tutto è reso ancora più grave dall’ossessivo ricordo del tradimento della moglie, quant’anni prima, e del suo amante ancora senza nome, ma che aleggia come uno spettro, invisibile e incombente.

Siamo lontani, direi proprio all’opposto, dalle atmosfere solari ma “sgarrupate” di ‘Parthenope’; tuttavia, fin dalle prime scene qualcosa già si muove, perché nel ripetitivo balletto di rituali presidenziali, pensieri martellanti e dialoghi formali, si insinuano, di sottofondo, delle note di una musica moderna, un ritmo rap che, come si scoprirà poi, il protagonista ascolta in segreto, chiuso nelle sue stanze.

Ecco le prime allegorie: gli spazi presidenziali che trasmettono quell’idea di asfissiante peso e una musica che sembra stonare, segno che qualcosa all’interno del Presidente vuole liberarsi, un desiderio di leggerezza per non finire una vita ripetitiva, incatenato al passato, vanificando, così, un’intera esistenza tanto apparentemente di successo, quanto intimamente inutile.

Il film è un viaggio verso la leggerezza, uno stato di grazia e di armonia dove i sensi sono sereni, un momento di spirituale beatitudine tipico di chi, finalmente, ha fatto pace col passato, lasciando andare le cose insulse, e accettando, e non rassegnandosi, il proprio vissuto per quel che veramente è stato.

Tanti sono i momenti che indicano questo percorso inevitabile, seppur tra mille tentennamenti: la sequenza delle cuffie regalate dalla figlia e collaboratrice Dorotea per permettere al padre di ascoltare quella musica senza nascondersi e mantenendo comunque una propria intimità, è solo la prima di molte che meritano straordinaria attenzione.

Continuando il racconto facciamo la conoscenza di Coco Valori, storica amica dai tempi del liceo, che è l’esatto opposto del Presidente, una persona che ha ben compreso che la vita va vissuta con leggerezza, molta ironia e senza eccessivi formalismi. Eppure, anche lei è appesantita da un segreto: lei sa con chi Aurora, la moglie del De Santis, tradì suo marito.

Questo mistero sarà svelato solo alla fine, in una scena dove Mariano confessa quale sarebbe il suo sogno, ovvero quello di essere senza gravità, di fluttuare leggero; l’amica, avendo capito che è ormai pronto a lasciarsi alle spalle il passato, confessa il nome, ed entrambi si abbandonano ad un pianto liberatorio. Lacrime che si portano via il peso di quarant’anni di tormento.

Oltre che Coco, anche Dorotea ha un’influenza enorme nel cambiamento del padre: se è vero che da un lato anche lei risulti rigida e opprimente – per tutelare la salute del genitore lo costringe ad una dieta ferrea -, è comunque la prima che avverte il bisogno di “respirare”, di liberarsi di quei legacci rituali che la stanno soffocando.

Sostenitrice della legge sull’eutanasia e sulla possibilità di concedere le grazie presidenziali, si porrà da un lato in forte contrasto, criticando aspramente l’immobilismo gattopardiano del padre, ma, dall’altro, esprimerà quell’affetto genuino e incondizionato che ci può essere solo in un rapporto genitore/figlio.

Ottima la scena in cui quasi litigherà col padre a causa dei temi trattati nel film, per poi abbandonarsi, subito dopo, a un caloroso abbraccio, simbolo di un amore che non può essere spezzato anche quando si è su versanti completamente opposti.

Uscendo dal contesto familiare, il personaggio del Papa è particolarmente rilevante: Sorrentino lo rappresenta nero, con i rasta, cadenza e accento stranieri. Pur essendo vestito di bianco e con i tradizionali abiti talari si allontana, dopo l’incontro col protagonista, su di una specie di motocicletta e in modo poco ortodosso.

Il messaggio è potente: anche il Papa, la Chiesa, l’organizzazione tradizionale per antonomasia, è meno schiava di sé stessa di quanto non lo sia l’ospite laico. Durante questo incontro, il Presidente rivolge la domanda cruciale che ci accompagnerà per tutto il film: a chi appartengono i nostri giorni?

Ritornando ai personaggi istituzionali, abbiamo il Generale Lanfranco Mare e il Colonnello Massimo Labaro, entrambi fedelissimi, veri e propri punti di riferimento per il protagonista, ineccepibili nel loro lavoro e pronti a tutto per compiere il loro dovere.

Eppure, il primo non è mai riuscito a decifrare il Presidente, soffrendo di una certa incomunicabilità che si spezzerà solo alla fine, quando insieme canteranno gli inni degli alpini, raggiungendo una vicinanza emotiva che li renderà fratelli.

Il secondo, invece, è completamente l’opposto, poiché ha capito così tanto del De Santis da riuscire a venire incontro in anticipo alle sue esigenze, addirittura rivelando alla stessa figlia alcuni pensieri intimi del padre.

Oltre questo è importantissimo in una scena fondamentale: mentre cavalca uno splendido stallone, l’animale, improvvisamente, è colto da malore e si accascia. Il Presidente assiste alle cure ma, purtroppo, non c’è nulla da fare: il cavallo va abbattuto per evitargli sofferenze.

Ecco che qui si incardina il cuore del film: il protagonista non dà l’assenso e chiede che si continui a curarlo. È ovvio che un Presidente della Repubblica non abbia alcun potere in tali frangenti, ma tutto questo rappresenta la sua incapacità di decidere, il voler prendere tempo, facendo in modo che le situazioni si risolvano da sole, senza troppi intoppi e senza sporcarsi le mani intervenendo direttamente.

Alla fine, gli verrà comunicato, sempre dal Labaro, che la povera bestia è morta, e la sua unica domanda sarà “di morte naturale?”, poiché l’importante è che il problema, almeno a livello ufficiale, si sia risolto senza particolari contraccolpi.

Questo, in un certo senso, è il punto di partenza, ma, scorrendo i minuti, vedremo il cambiamento sempre più palese. Durante una premiazione, tra coloro che ricevono le onorificenze c’è anche Guè Pequeno, l’autore della canzone che sentiamo fin dall’inizio del film.

Il Presidente, prima di ritirarsi, si avvicina all’orecchio dell’artista e sussurra qualche parola della sua canzone. Poco dopo Guè comincia a cantare e, in quel momento, il protocollo si rompe, l’austerità della polvere viene spazzata via da un ritmo giovanile e moderno e lì si capisce che qualcosa è veramente cambiato, poiché la musica che prima veniva ascoltata di nascosto, in segreto, rimbomba potente per le sale del Quirinale in un momento ufficiale.

Altra scena cruciale è, in realtà, un brevissimo dialogo tra il De Santis e il Colonnello. Il primo confessa che Coco gli aveva finalmente rivelato il nome dell’amante di sua moglie, ma improvvisamente il dubbio: e se l’amica gli avesse mentito? Come faceva lui a sapere quale fosse la verità?

La risposta del Labaro, come sempre, è veloce ed appropriata: semplicemente non poteva, ma, in fondo noi, tutti non ci accontentiamo sempre di ciò che ci sembra più vero? Non siamo perennemente circondati da dubbi che decidiamo di sciogliere solo con un atto di volontà, ovvero quello di credere?

Questi e altri passaggi ci portano a ben altre atmosfere, sintetizzate splendidamente dalla scena che mostra un mancato collegamento con un astronauta italiano sulla ISS. La connessione audio è completamente assente, quella video solo a metà, cosa che permette al Presidente di osservare il cosmonauta ma non il contrario.

Vedendo l’uomo sospeso in assenza di gravità, il De Santis si ferma come rapito da quell’immagine. Improvvisamente, l’altro, leggendo qualcosa sullo schermo di un computer, comincia a piangere; una lacrima cala sul viso, divenendo una piccola sfera galleggiante nella stazione, quindi l’uomo comincia a ridere, esprimendo gioia in un contrasto di emozioni improvviso.

Che cosa ha portato a questo cambiamento repentino? Non lo sappiamo e il film non lo dice, ma poco importa, perché il centro della scena è il protagonista che osserva quella sfera fatta da una lacrima che rappresenta le emozioni provate dal cosmonauta, quasi qualcosa di sconosciuto, alieno, e che lui vorrebbe toccare, forse per assorbirle ed interiorizzarle.

Qui io ho visto la vera essenza della pellicola: da un lato un uomo granitico ma asfittico, che, infine, osservando l’altro, desidera un corpo leggerissimo, che prova sentimenti umani pur essendo l’essere più lontano dal pianeta, ma, forse, proprio per questo vicino a quel cielo che rappresenta una forma aerea, spirituale, quello stato di grazia che è il fulcro del film.

Quella stessa immagine tornerà nel finale, quando il protagonista sognerà di stare al posto dell’astronauta, galleggiando leggero, quasi in estasi, raggiungendo, finalmente, quell’assenza di peso che lo libererà da qualunque responsabilità e fantasma del passato.

Ecco che anche la domanda su di chi fossero i nostri giorni ha alla fine una risposta: essi appartengono a noi, decidiamo noi che farci, tramite un atto di volontà che trova una verità anche lì dove sarebbe impossibile avere certezze.

Questo è il messaggio che ho intuito del film, il viaggio che ho vissuto grazie alla genialità di tutto lo staff, che ringrazio, poiché quando mi sono alzato dalla poltrona mi sono sentito più ricco di prima.

Autore Ambrogio Di Renzo

Ambrogio Di Renzo, Biologo per errore. Strassivendolo per necessità. Per diletto giocatore. Tutto curiosità.