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La Giustizia – Parte 4

La Giustizia

Il rigore della Verità

Questo percorso può e deve portarci verso lo studio comparato dei simboli e delle mitologie.

Più volte nei miei articoli ho citato l’Oriente estremo e l’Occidente esoterico. In questo caso specifico la comparazione tra due archetipi distanti tra loro, ci rivelerà delle convergenze interessanti.

Accostare la figura di Fudō Myōō, il “Re Immobile e Luminoso” del Buddismo Shingon giapponese, all’Arcano Maggiore della Giustizia, ci permette, ancora una volta, di rintracciare probabilmente gli elementi di una Tradizione Primordiale, Unica e Perenne che, ancora oggi, ci consentono di accedere a un mondo di simboli i quali parlano direttamente alla parte più atavica dell’umano e lo fanno con rara potenza.

A un’analisi visiva superficiale noteremo che il primo è una divinità maschile irata, di colore blu-nerastro, avvolta dalle fiamme e antropomorfizzata secondo i canoni del tantrismo indo-asiatico; la seconda, come ormai abbiamo imparato, è una figura femminile ieratica, seduta sul trono, severa ma serena, vestita con drappi geometrici.

Eppure, superata la barriera della forme esteriori, emerge un nucleo archetipico identico.

Entrambe le figure, infatti, incarnano il principio cosmico della verità oggettiva, della separazione tra reale e illusorio e dell’applicazione inflessibile della legge di causa ed effetto.

Per comprendere la natura di Fudō Myōō (in sanscrito Acala Vidyārāja), è necessario calarsi nella cosmologia del buddismo esoterico (Mikkyō).

Egli non è una divinità creatrice né un giudice nel senso giudaico-cristiano, bensì l’emanazione diretta del Buddha primordiale, Dainichi Nyorai (Mahāvairocana), nella sua forma più terrificante.

Assume una postura d’ira (Krodha) non per malvagità, ma per compassione estrema: la sua ferocia è diretta contro l’ignoranza (Avidyā), le passioni distruttive e i demoni dell’ego, che impediscono agli esseri senzienti di raggiungere l’illuminazione. Egli protegge tutti coloro i quali perseguono un cammino con fede.

La Spada, (Khadga o Kurikara) è impugnata nella mano destra proprio come nel caso della Giustizia.

Essa è l’arma che recide i tre veleni della mente:

• la rabbia;
• l’attaccamento;
• l’illusione.

È una lama fiammeggiante, che spesso si tramuta nel drago Kurikara, simbolo di energia spirituale concentrata. Attorno ad essa vi è spesso ritratto lo stesso drago in cui essa si tramuta.

È bene notare che sono molte le divinità orientali a possedere, tra i vari attributi, una spada dritta a doppio taglio, nonostante siano molte le tipologie di lame sviluppate nel tempo in tutto l’Oriente.

Inoltre, in Giappone, la Spada come elemento fa parte dei cosiddetti “Tre Tesori” insieme allo specchio e al gioiello.

Facendo un rapido riferimento anche alla cultura pop, è molto interessante notare come in una vecchissima serie televisiva anime incentrata su Sailor Moon, le guerriere Sailor devono andare alla ricerca di tre gioielli nascosti nel cuore puro di ignari individui, per far sì che si manifesti sul piano fisico la cosiddetta “coppa lunare” che, durante il cartone animato, si scoprirà essere il Graal.

La Corda (Pāśa) viene retta da Fudomyo nella mano sinistra, essa serve a legare le forze del male, ma anche a “pescare” e trarre in salvo gli esseri umani che stanno annegando nell’oceano della sofferenza e delle rinascite karmiche.

La Roccia (Panasura), rappresenta la seduta di Fudomyo, talvolta comunque raffigurato anche in piedi. È un masso squadrato e indistruttibile che rivela fisicamente ciò che egli incarna, ovvero l’inamovibilità, una qualità ricercata tanto dai monaci che dai combattenti che si manifesta dentro al praticante attraverso il Fudoshin, lo spirito inamovibile appunto.

L’immobilità assoluta della sua mente risvegliata, che nessuna tentazione o tempesta emotiva può scalfire, è quanto di più elevato si possa raggiungere nelle Arti Orientali allo stesso modo del Mushin, la mente vuota.

Il lettore presti attenzione a notare che il concetto di vuoto, tra Oriente ed Occidente, muta significato. Non ci si faccia dunque fuorviare da accostamenti banali.

Il Fuoco (Karuraen) che lo avvolge trae origine dal mitico uccello Garuda e indica la purificazione totale. Questo elemento, infatti, consuma il karma negativo e trasmuta le passioni basse in saggezza pura.

Famoso è il rituale Goma, del fuoco che purifica, dove viene invocata la presenza di questo Myo che, anche nel parallelismo tra direzioni spaziali e divinità, occuperà sempre il “centro”, concetto caro alla Giustizia e, in generale, a tutti gli Iniziati e ai Marzialisti, che, in fondo, sono pur sempre Iniziati.

Infine, lo Sguardo Asimmetrico di Fudōmyo ha spesso un occhio spalancato verso l’alto, per guardare il cielo della verità spirituale, e uno semichiuso rivolto verso il basso, per guardare la terra e soccorrere gli uomini, mentre i suoi canini mordono il labbro superiore e inferiore, a simboleggiare il controllo degli opposti.

L’Arcano della Giustizia si presenta, invece, come l’erede diretto delle virtù cardinali della filosofia classica e della teologia medievale.

Nei Tarocchi, tuttavia, perde la tradizionale benda sugli occhi per rivelarci che osserva profondamente, scava dentro l’osservatore per comprendere la realtà delle cose.

Il suo sguardo è frontale, fisso, privo di sconti o distorsioni emotive. La sua struttura iconografica tradisce alcuni elementi speculari a quelli dell’Inamovibile Re Luminoso orientale.

Anzitutto la presenza della Spada, che viene mantenuta perfettamente verticale nella mano destra, a indicare la rettitudine del pensiero e l’asse del mondo.

È a doppio taglio, a significare che la ragione discrimina in entrambe le direzioni. Punisce il colpevole ma protegge l’innocente, separa ciò che è utile da ciò che è superfluo, squarcia il velo.

Abbiamo poi parlato della Bilancia, retta nella mano sinistra, alla ricerca del punto di equilibrio perfetto. Costituisce l’esatta pesatura delle forze in gioco con neutralità.

La postura della Giustizia appare simmetrica, centrata, immutabile… inamovibile, proprio come Fudomyo.

Il parallelo più evidente risiede nell’uso della spada.

In entrambe le tradizioni, l’arma non è fautrice di guerra, bensì operatrice spirituale. Sia per il praticante Shingon, focalizzato su Fudomyo, sia per l’ermetista che medita sulla Giustizia, la spada simboleggia il discernimento, Viveka, nella tradizione orientale.

La spada di Fudomyo distrugge l’ego; la spada della Giustizia taglia le illusioni personali e i compromessi morali.

Esiste, poi, a mio avviso, un nesso profondo tra la corda di Fudomyo e la bilancia della Giustizia: entrambe misurano l’estensione e il limite dell’azione umana.

La bilancia stabilisce l’equazione del Karma, formalizzando la legge di causa ed effetto.

La corda agisce di conseguenza: essa vincola chi viola il Dharma, per bloccare la proliferazione del male, agendo come freno regolatore del medesimo principio di causa ed effetto. Laddove la Giustizia valuta il peso dell’azione, Fudomyo interviene con la corda.

Infine, la stabilità fisica dei due Archetipi riflette uno stato di coscienza sovrumano. Il centro occupato da queste due figure resta incorruttibile.

Rappresentano, entrambe, il punto fermo della coscienza, che osserva l’esistenza senza farsi trascinare dal flusso caotico e illusorio prodotto dal moto apparentemente duale e contrapposto delle cose, degli eventi, delle forme.

La discrepanza più netta risiede nell’espressione dell’energia.

Fudomyo appartiene indiscutibilmente all’elemento Fuoco; la sua è l’ira sacra (Krodha), un’esplosione purificatrice che brucia i “metalli pesanti”.

La Giustizia dei Tarocchi associata come abbiamo già visto al segno d’Aria della Bilancia, esprime invece un’energia legata all’elemento Aria.

Si tratta, comunque, in tutti e due i casi di elementi maschili, attivi, operativi. Sia che si opti per la via orientale, sia che si interroghino i simboli dell’ermetismo occidentale, l’essere umano si trova di fronte al medesimo imperativo: trovare il proprio centro immobile.

La spada di queste due figure ci ricorda che la crescita interiore non è un percorso di autocompiacimento, bensì un processo di costante e rigoroso “dirozzamento” delle proprie menzogne interiori.

L’incontro tra l’ira fiammeggiante del Re di Luce e lo sguardo imperturbabile della Donna sul trono ci insegna che la vera compassione non è mai debolezza permissiva, ma rigore, verità e assoluta fedeltà alla Legge Universale.